Felice chi è diverso

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Un film di Gianni Amelio. Documentario, durata 93 min. - Italia 2014. - Cinecittà Luce uscita giovedì 6 marzo 2014. MYMONETRO Felice chi è diverso * * * 1/2 - valutazione media: 3,75 su 5 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Prima l'orgoglio della differenza poi vengono le norme

di Paolo D'Agostini La Repubblica

Lo sguardo sull'omosessualità del documentario di Gianni Amelio Felice chi è diverso è l'opposto di quello espresso ripetutamente da Ferzan Ozpetek e confermato anche dal suo nuovo film Allacciate le cinture. Tanto il regista turco-romano afferma un principio di normalizzazione e interpreta un soggetto che aspira a essere al centro della medietà borghese e ad affermare la propria quota di potere e di lobby (pur, certamente, nella fantasiosa stravaganza di assortimenti che antiborghesi, però, sono soltanto all'apparenza), quanto invece il lavoro di Amelio scava - tra persone in età avanzata - in ciò che si è fatto finta di dimenticare, cerca i reietti (non solo: la passerella di testimonianze comprende anche persone solidamente affermate nella società ma che la coscienza della condizione di reietto hanno conservata ben ferma). Il film si compone appunto di un nutrito campione di testimonianze, di ogni parte d'Italia, di condizione socioculturale varia, in massima parte non celebri (a parte Paolo Poli e Ninetto Davoli chiamato in causa a proposito di Pasolini) e appunto di persone non giovani. A incorniciarle (complimenti per la ricerca) qualche brano di film: il passaggio del Sorpasso risiano quando Gassman spiega all'ingenuo Trintignant perché il maggiordomo della vecchia casa dei parenti in campagna è soprannominato "Occhio fino". Ma soprattutto di cinegiornali ammiccanti, e molte pagine di giornali scandalistici come Lo Specchio o Il Borghese con i loro infami titoli. Insomma si parla del passato. Della gioventù degli intervistati, a partire dagli anni ancora fascisti. Il sentimento generale, delle testimonianze e di chi le ha messe insieme, è ben rappresentato dal lessico usato. Si dice poco "omosessuale" e soprattutto si dice pochissimo "gay". Al contrario vengono dissotterrate, per biasimarle o per rivendicarle, altre parole. "Finocchio" e "invertito" in senso negativo. Ma "frocio" no (o anche, da parte di un saggio napoletano vistosamente agghindato e dall'eloquio ricco e colto, "femminiello"), è tutt'altro che rifiutato. L'orgoglio della differenza, della diversità - quella pluricitata di un famoso verso di Sandro Penna: «Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune» - ha come fondamenta l'esclusione, la clandestinità, l'umiliazione, la solitudine, la derisione. E la gioia risiede nella libertà conquistata a partire da questo, risiede nell'esprimere il desiderio e le pulsioni sessuali negli attimi rubati, nell'ombra, nella fugace rapacità, nella naturalezza senza altri contenuti, perfino nella bassezza del rimorchio nei cessi della stazione. E chissenefrega dei riconoscimenti e della "correttezza". È la chiave e la cifra, il sentimento generale. Anche se naturalmente (nelle parole di una serena coppia di signori torinesi, si direbbe uno professionista e l'altro artista) si fa cenno alle auspicate norme che estendono i diritti a ogni tipo di famiglia. Ma senza farne una bandiera o un'ideologia. La diversità non è uno slogan o un feticcio (per cercare normalizzazione e affermazione, una quota di potere) ma individuale percorso, identità sofferta, presa di coscienza di una condizione di cui non si rinnega tutto ciò che è stato disprezzabile, raggiunto equilibrio contando su se stessi e le proprie forze. Si parla soltanto di omosessualità maschile (quella femminile fa solo capolino nella testimonianza di un signore che, per vivere più in pace, ha sposato una lesbica. E sembrano affiatati, felici e contenti).
Da La Repubblica, 6 marzo 2014


di Paolo D'Agostini, 6 marzo 2014

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