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La politica degli autori: Peter Greenaway

Un regista in perenne recherche di stupore colto.
di Mauro Gervasini

In foto il regista Peter Greenaway.
Peter Greenaway (74 anni) 5 aprile 1942, Newport (Gran Bretagna) - Ariete. Regista del film Eisenstein in Messico.

venerdì 5 giugno 2015 - Approfondimenti

Non è un mistero che Peter Greenaway, classe 1942, gallese di Newport ma cresciuto nell'Essex in contesto rurale, abbia deciso di diventare cineasta dopo avere visto Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

Tuttavia la settima arte gli è sempre stata stretta, avendone sperimentate almeno altre tre, la prima (architettura), la seconda (pittura), la quarta (musica: celebri i suoi lavori ispirati all'"aleatorietà" di John Cage). Proprio come pittore, in gioventù partecipò a una esposizione intitolata Eisenstein at Winter Palace. Proprio così: una mostra dedicata a uno dei padri del cinema. Correva l'anno 1964: mezzo secolo dopo Greenaway rende omaggio proprio al regista russo con un film complesso, Eisenstein in Messico, dal 4 giugno in sala, che restituisce un po' il piacere del suo (di Peter, non di Sergei) cinema perduto.

Ma andiamo con ordine, partendo dall'inizio. Dopo un primo lungometraggio intitolato Le cadute (1980), che non conosciamo, il regista britannico sorprende con I misteri del giardino di Compton House (1982), tuttora considerato da molti il suo capolavoro (per chi scrive invece è I racconti del cuscino, 1996, ma è questione di gusti). Storia di un disegnatore incaricato di tracciare dodici quadri di una proprietà signorile, disorientato dalla necessità di scendere a compromessi con la committenza ma anche incapace di risolvere il conflitto tra arte (quindi elaborazione del vero) e oggettività (la sua riproduzione pedissequa). Tra il teorico e il narrativo, Greenaway ragiona "sulle" arti (cinema compreso: quelle del protagonista Anthony Higgins sono anche dodici inquadrature) mentre la musica di Michael Nyman, da questo momento il compositore di colonne sonore più artisticamente corrette insieme a Philip Glass, rende il film quasi mistico. E di sicuro piacevole.

Non sarà sempre così. In perenne recherche di stupore colto, Greenaway rischia più volte l'involuzione cerebrale. Già il suo secondo film, Lo zoo di Venere (1985), trae in inganno per il soggetto cronenberghiano (due fratelli zoologi si scatenano in empi esperimenti), ma in verità si tratta di un compito a tema sulle teorie di Darwin. Meglio un paio d'anni dopo con Il ventre dell'architetto, storia di uno studioso americano a Roma per una mostra su Étienne-Louis Boullée, al cui simbolismo il regista si rifà. Un film impreziosito dal protagonista Brian Dennehy, lo sceriffo cattivo di Rambo e Silverado che proprio perché senza il fisico del ruolo rende più umana una vicenda calata nel sublime dei riferimenti alti. Con Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (1989), notevole successo, Greenaway diventa regista alla moda conteso dai festival, e in effetti quel che accade nel suo ristorante prelibato ed efferato è divertente. Un pulp fiammingo (nel senso dell'arte).

Con L'ultima tempesta (1991), da Shakespeare, si entra nel tunnel. Il regista britannico comincia una serie di imprese videoartistiche sempre più ostiche, dove un modello (il Bardo, Rembrandt, Fellini nell'agghiacciante 8 donne e ½) viene rielaborato tra suggestioni interessanti ed elucubrazioni per iniziati. Fa appunto eccezione I racconti del cuscino, dove una ragazza giapponese sperimenta l'antica arte della calligrafia sui corpi degli amanti, mentre la macchina da presa rivaleggia in libertà espressiva con la scrittura e la sua articolazione.

Un'opera finalmente carnale, l'unica di tutta la filmografia. Negli anni Zero si perde un po' di vista, tra installazioni e sperimentazioni extra grande schermo. Ora con Eisenstein in Messico torna con un titolo a sorpresa affascinante, dedicato a un genio colto nel suo viaggio in Messico per una produzione cinematografica destinata a rimanere monca. Riflettendo sul suo stile e la sua ideologia "figurativa" (l'epica della vita e della storia rese attraverso il montaggio di momenti potenti e significativi), Greenaway di Eisenstein coglie anche l'intimità, fino a trasformare la vicenda in un racconto di formazione identitaria e sessuale.

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