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gabriele marolda
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domenica 13 maggio 2012
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shakespeare a rebibbia
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Il film dei fratelli Paolo e VittorioTaviani, premiato con l'Orso d'oro al festival del cinema di Berlino e con i David di Donatello, rientra a buon diritto tra quelli più significativi dell'odierna cinematografia italiana.
Realizzato con lo stile della docu-fiction, è stato girato interamente nei laboratori teatrali creati all'interno del carcere Rebibbia di Roma dal regista Fabio Cavalli e interpretato esclusivamente da persone condannate a pene detentive per gravi reati (per alcuni di essi "fine pena mai").
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Il film dei fratelli Paolo e VittorioTaviani, premiato con l'Orso d'oro al festival del cinema di Berlino e con i David di Donatello, rientra a buon diritto tra quelli più significativi dell'odierna cinematografia italiana.
Realizzato con lo stile della docu-fiction, è stato girato interamente nei laboratori teatrali creati all'interno del carcere Rebibbia di Roma dal regista Fabio Cavalli e interpretato esclusivamente da persone condannate a pene detentive per gravi reati (per alcuni di essi "fine pena mai").
La tragedia shakesperiana di Giulio Cesare viene magistralmente rappresentata da detenuti/attori selezionati tra i volontari con regolari provini, che formano essi stessi parte avvincente dello spettacolo. E' una ricostruzione molto originale di tutto il percorso di realizzazione dell'opera, in cui i personaggi veri trovano attraverso l'impegno teatrale una motivazione umana di recupero dei valori sociali, dell'arte, di una vita diversa e migliore di quella in cui si sono cacciati per il loro comportamento criminale. Molto apprezzabile l'iniziativa del carcere di Rebibbia, poiché essa realizza quella che nella nostra Costituzione è la funzione rieducativa della pena.
Interessante l'idea di far recitare gli attori ciascuno nel dialetto proprio, allo scopo di consentir loro di vivere in modo più intimo, personale, la parte assegnata.
L'uso preponderante del bianco e nero contribuisce a dare un tono più forte al dramma che si consuma nella scena, e appare più adeguato all'ambiente in cui si svolge la rappresentazione.
In questi attori improvvisati abbiamo trovato una capacità straordinaria di entrare con una capacità da veri professionisti nei personaggi loro affidati: Cosimo Rega interpreta Cesare ed anche la sua facies dà bene l'idea del grande condottiero
nel dubbio tra l'ambizione e l'amore per la sua Roma; Salvatore Striano è Bruto, il cospiratore il cui amore per la Res Publica prevalse su quello per l'amico Cesare tanto da indurlo all'assassinio; Antonio Frasca è Marcantonio, autore di una delle più mirabili orazioni funebri, capace di mutare, con il suo appassionato discorso in memoria di Cesare, l'animo del popolo, prima attratto dall'uomo d'onore Bruto e dalla sua affabulazione, contro gli assassini, cacciati dalla città.
Un pauso ai venerandi fratelli, che hanno dato contenuti degni di ammirazione ad una umanità dolente, resa consapevole finalmente di valori che possono almeno alleviare la triste stagione della pena. Scioccante una delle ultime battute messe in bocca all'interprete di Bruto, tornato nella sua cella alla fine del dramma: "Ora che ho conosciuto l'arte questa cella è diventata una prigione".
I nostri protagonisti hanno respirato l'universalità dell'arte, a conclusione del loro nobile lavoro vengono accompagnati mestamente nelle loro celle, e il suono sinistro del cancello e della porta metallica che si chiude alle loro spalle cade come un pesante sipario d'acciaio sulla loro anima, e forse un po' anche in quella dello spettatore.
Nell'ultima scena, tuttavia, nei costumi dell'antica Roma e a vividi colori, perché la vita trionfa su tutte le tristi vicende umane, il corpo di Bruto riprende vita tirato su da un Cesare, pure lui redivivo.
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zelos1977
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giovedì 10 maggio 2012
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shakespeare nel duemila in carcere
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Un esemplare esempio di grande cinema nostrano sperimentale.. ricorda abbastanza (con le rispettive proporzioni) il "Riccardo III Un Uomo un Re" di Al Pacino. Ben fotografato, diretto, recitato da detenuti "attori" del carcere di Rebibbia con un sconvolgente coinvolgimento emotivo collettivo.
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Un esemplare esempio di grande cinema nostrano sperimentale.. ricorda abbastanza (con le rispettive proporzioni) il "Riccardo III Un Uomo un Re" di Al Pacino. Ben fotografato, diretto, recitato da detenuti "attori" del carcere di Rebibbia con un sconvolgente coinvolgimento emotivo collettivo.
Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012 meritatissimo.. forse il più bel film della carriera dei registi toscani! W il cinema italiano!
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maximilianx
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sabato 5 maggio 2012
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degrado culturale italiano
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Dato che siamo in democrazia in cui ritengo che oltre al diritto di espressione c'è anche il dovere pur necessariamente non obbligatorio, manifesto il mio pensiero pur consapevole della sua limitatezza ed ingenuità per evitare di cadere nella trappola degli alunni a scuola che dichiarano di aver capito per non fare brutta figura quando probabilmente non ha capito neanche l'insegnante ma, qualora ne avesse coscienza, non potrebbe dirlo a nessuno e specie agli alunni che diventerebbero suoi aguzzini. Non sono un critico d'arte, ma ho cercato di informarmi come ho potuto sul significato di critica, di arte e di bello non trovando nel mio ambiente e nelle mie occasioni culturali (libri, giornali, televisione, ecc.
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Dato che siamo in democrazia in cui ritengo che oltre al diritto di espressione c'è anche il dovere pur necessariamente non obbligatorio, manifesto il mio pensiero pur consapevole della sua limitatezza ed ingenuità per evitare di cadere nella trappola degli alunni a scuola che dichiarano di aver capito per non fare brutta figura quando probabilmente non ha capito neanche l'insegnante ma, qualora ne avesse coscienza, non potrebbe dirlo a nessuno e specie agli alunni che diventerebbero suoi aguzzini. Non sono un critico d'arte, ma ho cercato di informarmi come ho potuto sul significato di critica, di arte e di bello non trovando nel mio ambiente e nelle mie occasioni culturali (libri, giornali, televisione, ecc.) modi per confrontarmi su questi problemi. Ho cercato di informarmi su Wikipedia delle finalità e dei criteri di giudizio del festival di Berlino, come dei David di Donatello, ma non ho trovato nulla al di fuori di nomi di personaggi illustri e curiosità che ritengo irrilevanti. Io nel film ho visto l'utilizzo dei poveri carcerati che, pur colpevoli di gravi reati, sono pur sempre espressione della società la quale, invece di pensare ad una ingenua redenzione, deve coraggiosamente indagare sulle relazioni sociali (regole) che hanno influito al verificarsi di quei fatti. Mi pare anche che l'uso di soggetti non liberi giuridicamente possa essere contrario ai diritti fondamentali dell'uomo. Credo che ragionevolmente e comprensibilmente i carcerati, più che capire l'arte che poi nessuno per quanto mi appare ha siegato loro, sono stati al gioco per cercare intelligentemente e pragmaticamente di uscire prima. L'uso dei dialetti nelle espressioni verbali mi sembra voglia occultare che due soggetti devono necessariamente limitare la propria libertà per raggiungere la finalità comune della comunicazione, cioè il carcerato sarà senz'altro più libero nella sua espressione, ma se poi io non capisco l'efficacia sarà nulla ed il rapporto inutile. Non a caso credo che nell'Unione Europea non sia ancora ipotizzabile il raggiungimento di una lingua comune con enormi costi almeno delle istituzioni comunitarie. Avrò detto molte stupidaggini ed eresie, ma visto che si possono dire perché non farlo e tenerle solo per sé? Credo che poi questo sia il motivo per cui vengo invitato a fare un commento e non un'apologia. Spero di non avere come risposta che ho una grande confusione in testa, come ha fatto un noto politico, perché questa è l'unica sicurezza che ho e modestamente in compagnia nientemeno che di Socrate. Confermo che il film mi appare orribile. Povero Shakespeare e poveri noi.
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valeriavale
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domenica 22 aprile 2012
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film italiano che sorprende
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Film molto molto bello che riesce a colpire e lasciare un segno. Molto bravi gli attori: dei "veri uomini" che, sostituiti da attori più esperti, non sarebbero riusciti a rendere questo film così di effetto,crudo e ,malinconico. Ho trovato l'attore protagonista (Bruto) molto bravo ed interpreta il suo personaggio con foga e passione. Un film italiano che finalmente non parla di storie leggere e tradimenti, ma di sentimenti e sofferenze. Fortunatamente il film è riuscito ad emergere ed affermarsi in Italia,speriamo che venga preso in considerazione anche ad Hollywood....
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martinomelchionda
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venerdì 13 aprile 2012
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film che nobilita l'arte cinematografica
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Rilettura "civile" del dramma shakespeariano in cui lo svolgimento dell'azione si intreccia e lega con l'impegno. Bravissimi gli attori non professionisti. Quando ci si chiede come possano rendersi in forma di cinema la poesia e l'impegno civile..arriva un Film a dimostrare che è possibile ma che è anche necessario perché l'Arte non muoia. Mi sia concesso un applauso infinito al grande cinema dei fratelli Taviani. Capolavoro.
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zoom e controzoom
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sabato 7 aprile 2012
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l'intensità dell'errore umano
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Se questo film all’estero verrà ascoltato non in lingua originale, ma doppiato, perderà la possibilità di lettura dello spessore dei “non attori”: un doppiaggio toglierebbe a tutti – tranne ad uno – quella incapacità di recitare da attori in quanto essi non lo sono. E’ proprio attraverso questa evidente difficoltà che il netto scollamento tra l’intensità espressiva dei volti dei gesti degli atteggiamenti e il recitato, è possibile prendere atto del bagaglio umano reale dei detenuti-attori.
Certo, il bianco/nero, gioca un importante ruolo, ma quei volti sono volti di uomini che trattengono in sé un vissuto disastroso e questo bagaglio dà un’espressività da grande attori, ma loro non lo sono, quindi quest’espressività è il loro patrimonio reale.
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Se questo film all’estero verrà ascoltato non in lingua originale, ma doppiato, perderà la possibilità di lettura dello spessore dei “non attori”: un doppiaggio toglierebbe a tutti – tranne ad uno – quella incapacità di recitare da attori in quanto essi non lo sono. E’ proprio attraverso questa evidente difficoltà che il netto scollamento tra l’intensità espressiva dei volti dei gesti degli atteggiamenti e il recitato, è possibile prendere atto del bagaglio umano reale dei detenuti-attori.
Certo, il bianco/nero, gioca un importante ruolo, ma quei volti sono volti di uomini che trattengono in sé un vissuto disastroso e questo bagaglio dà un’espressività da grande attori, ma loro non lo sono, quindi quest’espressività è il loro patrimonio reale.
Grande capacità dei Taviani a non lasciarsi trasportare e contendo l’emotività entro i binari di una finalizzazione filmica, ottenendo un risultato di eccellente equilibrio consentendo a questo patrimonio di non disturbare, ma di essere assolutamente nella logica.
Una costruzione teatrale molto precisa, primi piani molto costruiti in un’immobilità più da palcoscenico che da set, ma tutto rientra nell’ambiguità della scelta del soggetto e cioè di far recitare un lavoro teatrale all’interno di un lavoro filmico e delle sue esigenze.
Le figure marginali dei carcerieri, sembrano appartenere ad un’altra storia, ad un altro film, rivelando l’ottusità dei regolamenti e i punti di vista contrastanti anche all’interno di queste istituzioni.
Lo strazio del dramma umano di chi ha commesso un errore e deve subirne le conseguenze, è fortemente rappresentato nella sua violenza nella scena “asonora” , scena ripetuta come un modulo dell’arte concettuale dove i cambiamenti sono minimi : il n° della cella, il personaggio che vi entra, ed è nella freddezza della ripetizione il bramma dell’inesorabilità della mancanza di libertà che il fil ci comunica.
La tematica della ripetizione scespiriana in quel sito diventa così una seconda lettura di un film socialmente importante.
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andrea'70
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venerdì 30 marzo 2012
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'da quando ho conosciuto l'arte,questa cella è ...
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E chi si aspettava dai F.lli Taviani a 80 passati(e dopo qualche film un pò sottotono),un film così potente e fresco,sperimentale come neanche un regista trentenne saprebbe fare! Andatelo a vedere a tutti i costi e soprattutto in sala,solo lì vi arriveranno tutte le magnifiche emozioni che suscita. Ringraziamo F.Cavalli per il suo impegno civile,per far nascere in questi uomini che hanno sbagliato(e stanno pagando per questo a Rebibbia)la passione per l'arte che redime una vita e può riempire il tedio del carcere.Eccellente la scelta degli attori(tutti perfetti!)che stranamente mi hanno ricordato fisicamente quelli del classico film di Mankiewicz ma non hanno niente da invidiargli(e non hanno la frangetta che tanto faceva sorridere R.
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E chi si aspettava dai F.lli Taviani a 80 passati(e dopo qualche film un pò sottotono),un film così potente e fresco,sperimentale come neanche un regista trentenne saprebbe fare! Andatelo a vedere a tutti i costi e soprattutto in sala,solo lì vi arriveranno tutte le magnifiche emozioni che suscita. Ringraziamo F.Cavalli per il suo impegno civile,per far nascere in questi uomini che hanno sbagliato(e stanno pagando per questo a Rebibbia)la passione per l'arte che redime una vita e può riempire il tedio del carcere.Eccellente la scelta degli attori(tutti perfetti!)che stranamente mi hanno ricordato fisicamente quelli del classico film di Mankiewicz ma non hanno niente da invidiargli(e non hanno la frangetta che tanto faceva sorridere R.Barthes!).Su tutti giganteggia il Bruto di Striano ma non sono da meno gli interpreti di Cesare e M.Antonio(se Brando ebbe gli applausi dei tecnici mentre leggeva il testamento di Cesare al popolo,il nostro sembra un mastino,un capoultras carismatico che scatena un uragano nel carcere/foro di Roma) ma anche Cassio che dice la battuta più bella una volta smessa la recita e tornato alla routine quotidiana('da quando ho conosciuto l'arte,questa cella è una prigione').Stupenda e naturalissima l'idea di adattare i versi del'Giulio Cesare' di Shakespeare ai dialetti degli interpreti.Insomma Orso d'Oro meritatissimo,impossibile non appassionarsi e commuoversi! Keep the Faith!
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[+] finzion e realtà "cesare deve morire"
(di ifigenia)
[ - ] finzion e realtà "cesare deve morire"
[+] la vita imita l'arte
(di andrea'70)
[ - ] la vita imita l'arte
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erostrato
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domenica 25 marzo 2012
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fisicità che esce dallo schermo
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La potenza che sprigiona da questo film è quasi palpabile, una fisicità che ti travolge. Ancora una volta il cinema, ci conferma che per trasmettere emozioni non bisogna essere necessariamente professionisti, l'autenticità paga. Si dirà che non c'è nulla di nuovo in ciò che si racconta, infatti, la differenza sta nel come lo si fa. Bello
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enrichetti
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sabato 24 marzo 2012
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conoscere con la poesia
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C'è un modo per arrivare al cuore delle questioni, anche quando si tratta di argomenti, come il carcere, intorno ai quali circola più immaginario che conoscenza. Il modo è la poesia. Nel 2007 Alessandro Angelini indagava i tormenti di un educatore penitenziario alle prese con il proprio padre detenuto (L'aria salata). Due anni dopo Davide Ferrario sbirciava dall'esterno un allestimento teatrale, sfiorando i muri del penitenziario (Tutta colpa di Giuda). 2012: i fratelli Taviani entrano in carcere, mettono in gioco se stessi, con sguardo fisico, viscerale, poetico. La poesia si immerge in quello che canta, si sporca, osa, sveste e si denuda. E allora entriamo con loro in una galera.
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C'è un modo per arrivare al cuore delle questioni, anche quando si tratta di argomenti, come il carcere, intorno ai quali circola più immaginario che conoscenza. Il modo è la poesia. Nel 2007 Alessandro Angelini indagava i tormenti di un educatore penitenziario alle prese con il proprio padre detenuto (L'aria salata). Due anni dopo Davide Ferrario sbirciava dall'esterno un allestimento teatrale, sfiorando i muri del penitenziario (Tutta colpa di Giuda). 2012: i fratelli Taviani entrano in carcere, mettono in gioco se stessi, con sguardo fisico, viscerale, poetico. La poesia si immerge in quello che canta, si sporca, osa, sveste e si denuda. E allora entriamo con loro in una galera. Non si tratta di epica malavitosa, nè di eroismo dei carcerieri, si tratta della quotidianità che ha proprio quella metrica, apri esci chiudi, apri entra chiudi, un ritmo seriale su corpi vivi che resistono, si dibattono. La quotidianità è quel via vai apparentemente insensato di persone nei corridoi scoperti, ripreso dall'alto dalla telecamera del sistema di sicurezza. E' la derisione da parte dei compagni verso chi sperimenta ruoli altri. I dubbi di questi ultimi, quando si chiedono se magari non sia meglio rimanere coatti e tenere bassa l'asticella dei (bi)sogni. I provini degli attori sembrano un'immatricolazione. Lo studio delle parti ha la tensione di una preparazione al processo. Il processo stesso è un incubo, un'ossessione. Una necessità: Cesare deve morire. E' l'unico modo per essere liberi dalla tirannia, anche quando comporti il prezzo di una condanna fine pena mai. Forse.
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babis
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giovedì 22 marzo 2012
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capolavoro
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Che bello vedere un film italiano come questo, che riesce a farti stare incollata alla sedia, ad emozionarti per l'intensità espressiva dei protagonisti, che ci fanno intravedere il loro dolore personale, ma solo intravedere: bastano poche inquadrature per capire cosa pensano, dove vivono e cosa hanno fatto per essere in carcere...bastano i loro occhi a farli uscire dal carcere per entrare a teatro. Grandi emozioni, splendido film.
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