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boyracer
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giovedì 19 maggio 2011
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il trionfo dell'estetica (e della noia).
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Premettiamo che assegnare delle stelle a questo film è veramente difficile.
Se le stelle rappresentano il valore puramente artistico del film, sono 5. Se rappresentano un consiglio ad andarlo a vedere, la stella è una (non fatelo!)
Da questa visione abbiamo infatti ricevuto 2 sensazioni molto forti e molto distanti tra loro, quasi antitetiche.
La prima è certamente una sensazione di altissimo valore artistico, che esalta il Cinema nel pieno delle sue componenti visive e che va oltre il cinema con i contributi letterari, musicali, filosofici, anch'essi innalzati ai massimi livelli.
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Premettiamo che assegnare delle stelle a questo film è veramente difficile.
Se le stelle rappresentano il valore puramente artistico del film, sono 5. Se rappresentano un consiglio ad andarlo a vedere, la stella è una (non fatelo!)
Da questa visione abbiamo infatti ricevuto 2 sensazioni molto forti e molto distanti tra loro, quasi antitetiche.
La prima è certamente una sensazione di altissimo valore artistico, che esalta il Cinema nel pieno delle sue componenti visive e che va oltre il cinema con i contributi letterari, musicali, filosofici, anch'essi innalzati ai massimi livelli.
Tutti gli aspetti tecnici, quindi, sono pressoché eccezionali: riprese, inquadrature, fotografia, luci, scenografia, sonoro, ecc. E pure le interpretazioni degli attori sono di altissimo livello, partendo dalle star (Pitt, Penn e la rivelazione Chastain) per arrivare ai ragazzi non professionisti per la prima volta sullo schermo. Anche il "tema" trattato, quello profondo in cui viene ambientato il tema più superficiale, è il massimo trattabile: non solo la storia dell'Uomo e della Natura, ma addirittura la Creazione dell'Universo, avvenuta in maniera miracolosa per volere di un Dio che, per il regista "guru" Terrence Malick, è sicuramente cristiano, ma che potrebbe essere quello di qualsiasi altra religione, di tutte le religioni.
Ma tutto questo viene "incrociato" con la storia in primo piano (più piccola, più immediata, più vicina a noi) di una famiglia americana classica degli anni cinquanta, con le caratteristiche positive e negative di una qualsiasi famiglia media non solo americana ma anche, generalizzando, occidentale.
L'utilizzo estremo e l'enorme padronanza dello strumento "cinema" da parte di Malick, danno vita ad un linguaggio cinematografico inedito e molto originale, in cui la narrazione è scarna ed essenziale ma allo stesso tempo intensa e visionaria, nel complesso immensamente poetica. Sia le scene strabilianti dell'evoluzione della Natura che quelle domestiche, che ritraggono il quadro familiare americano, sono dotate di una purezza stilistica e poetica veramente fuori dal comune.
E qui però emerge l'altra sensazione, radicalmente opposta a quella iniziale di "capolavoro senza precedenti".
Purtroppo (ed è un rammarico vero) questo linguaggio, così puro, rigoroso, perfetto, bellissimo, è anche difficilissimo da seguire, e fatalmente carica il film di una pesantezza davvero impossibile da metabolizzare.
L'aurea filosofica e religiosa è opprimente, continuamente e costantemente richiamata all'attenzione tramite le voci sussurrate dei protagonisti (a turno alternano frasi della bibbia a domande esistenziali, a "definitivi" consigli di vita, slegati dalla scena rappresentata in quel momento, e spesso, francamente, ridotti a banalità un po' sconcertanti).
I dialoghi molto scarni, a volte ridotti a frasi solo suggerite e non sviluppate quasi fossero soltanto frammenti di ricordi lontani, gli avvenimenti più che comuni che vivono i
personaggi e le caratteristiche non troppo originali dei personaggi stessi (padre autoritario ma con animo artistico, madre esemplare ma sottomessa, fratelli più o meno
affezionati, amici più o meno esuberanti, ecc.), le musiche sacre, le uniche della colonna sonora, alternate a lunghe scene di silenzio assoluto o ai rumori della natura, le visioni "bibliche" e l'eccessiva, esagerata presenza di simboli spesso indecifrabili e addirittura difficilmente collegabili alla storia, tutte queste cose ne fanno un'opera veramente alta dal punto di vista artistico, ma clamorosamente impossibile da godere, non solo per lo spettatore medio ma nemmeno per quello medio/alto che anela al Cinema con la "C" maiuscola.
Forse soltanto i veri esperti e i critici professionisti potranno trarre un reale piacere da questa visione, gli altri, quando resisteranno all'istinto di andarsene già dopo un
quarto d'ora e rimarranno stoici per riuscire a vedere dove si vuole andare a parare, se resteranno anche svegli, giureranno tremenda vendetta a chi li ha convinti a vedere
questo film (quindi non io). Bello ma impossibile!
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zapping
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domenica 22 maggio 2011
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un "capolavoro" che nasconde un grande vuoto
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Preceduto dalla nomea di essere un capolavoro e di essere uno dei migliori film dell'anno, il film di Malick delude pienamente.
Certamente vi è un deciso e ricco di personalità tocco di regia, ma è un film che colpisce per la bellezza di numerose scene, (il volo degli uccelli intorno ai grattacieli, le onde marine, i canyon americani ed una fugace apparizione degli italici giardini di Bomarzo) che mostrano una fotografia a dir poco splendida. Ma queste scene non sono per nula una novità, basta vedere koyaanisqatsi di Reggio per vedere una chiara fonte di ispirazione.
Il film si muove, dietro le splendide immagini, con una vacua retorica dietro al quale si cela un vuoto che ognuno di noi riempe con ciò che vogliamo credere, dandogli significati metafisici che chissà come pensava il regista.
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Preceduto dalla nomea di essere un capolavoro e di essere uno dei migliori film dell'anno, il film di Malick delude pienamente.
Certamente vi è un deciso e ricco di personalità tocco di regia, ma è un film che colpisce per la bellezza di numerose scene, (il volo degli uccelli intorno ai grattacieli, le onde marine, i canyon americani ed una fugace apparizione degli italici giardini di Bomarzo) che mostrano una fotografia a dir poco splendida. Ma queste scene non sono per nula una novità, basta vedere koyaanisqatsi di Reggio per vedere una chiara fonte di ispirazione.
Il film si muove, dietro le splendide immagini, con una vacua retorica dietro al quale si cela un vuoto che ognuno di noi riempe con ciò che vogliamo credere, dandogli significati metafisici che chissà come pensava il regista. Un po come i responsi divinatori "I Ching", dove ognuno può dare il significato che vuole in funzione del proprio stato d'animo.
un film lunghissimo che poteva essere abbreviato di almeno 15-20 minuti senza sofferenza. Da tagliare del tutto le scene preistoriche totalmente ininfluenti sul significato del film.
Definirlo capolavoro è un esercizio veramente arduo.
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julien_225
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mercoledì 18 maggio 2011
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quando la narrazione è un optional
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Se la direzione della fotografia di The Tree of Life ci fa capire di cosa è capace il cinema nel 2011, Mallick usa delle immagini spettacolari dell'universo per nascondere il fatto che non c'è storia. Le disavventure della famiglia texana non bastano a salvare questo film dal documentario. Questa pellicola non sembra neanche sapere dove lei stessa vuole arrivare, e per un film che dovrebbe parlare solo attraverso le immagini, sono presenti troppi voice over che invece di guidarci ci espongono l'ovvio. Una vera e propria delusione, poteva essere un capolavoro, e invece non è altro che un national geographic di altissimo livello affondato da un racconto di poco spessore.
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Se la direzione della fotografia di The Tree of Life ci fa capire di cosa è capace il cinema nel 2011, Mallick usa delle immagini spettacolari dell'universo per nascondere il fatto che non c'è storia. Le disavventure della famiglia texana non bastano a salvare questo film dal documentario. Questa pellicola non sembra neanche sapere dove lei stessa vuole arrivare, e per un film che dovrebbe parlare solo attraverso le immagini, sono presenti troppi voice over che invece di guidarci ci espongono l'ovvio. Una vera e propria delusione, poteva essere un capolavoro, e invece non è altro che un national geographic di altissimo livello affondato da un racconto di poco spessore. Non c'è dubbio, a rovinare il film non è stata la regia, la fotografia o la recitazione, ma una sceneggiatura poco convincente.
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writer58
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sabato 11 giugno 2011
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un albero da bruciare...
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Ho letto che in una sala cinematografica hanno per errore proiettato il secondo tempo di "The tree of life" all'inizio e il primo tempo alla fine. Nessuno sembra essersene accorto, si sprecavano commenti che definivano il film un capolavoro, un' "opera che ha fondato un nuovo linguaggio cinematografico". Non voglio neanche entrare nel merito dei significati che l'autore ha cercato di veicolare con la sua opera. Alcuni critici hanno scritto che l'autore ha voluto rappresentare niente meno che la cosmogenesi del pianeta e temi essenziali come la grazia, la condizione umana, il senso della vita e della morte. Ma sul piano della veicolazione dei significati, del rapporto che l'autore deve stabilire con i fruitori del suo lavoro, il film mi pare un fallimento quasi completo.
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Ho letto che in una sala cinematografica hanno per errore proiettato il secondo tempo di "The tree of life" all'inizio e il primo tempo alla fine. Nessuno sembra essersene accorto, si sprecavano commenti che definivano il film un capolavoro, un' "opera che ha fondato un nuovo linguaggio cinematografico". Non voglio neanche entrare nel merito dei significati che l'autore ha cercato di veicolare con la sua opera. Alcuni critici hanno scritto che l'autore ha voluto rappresentare niente meno che la cosmogenesi del pianeta e temi essenziali come la grazia, la condizione umana, il senso della vita e della morte. Ma sul piano della veicolazione dei significati, del rapporto che l'autore deve stabilire con i fruitori del suo lavoro, il film mi pare un fallimento quasi completo. Un film in cui la smisurata ambizione delle intenzioni è direttamente proporzionale al senso di vuoto che genera nello spettatore (almeno nel mio caso), un film in cui la narrazione appare frantumata e rimescolata in un modo random, zeppo di riferimenti ermetici che si perdono come in un labirinto costruito per confondere la persona che ci si trova dentro. Lo spunto centrale del film appare persino banale: una famiglia del Texas degli anni '50, tre fratelli con un padre autoritario e bigotto e una madre tenera e complice. Uno dei fratelli muore e l'intera famiglia deve affrontare il senso di perdita che li colpisce. Ma tutto ciò è intervallato da digressioni sul passato preistorico del pianeta, voci fuori campo che discettano della via della grazia e di quella della natura e un profluvio di immagini estetizzanti che sembrano tratte dal "National Geographic". Malick è un autore di talento e sembra aver voluto comprimere nel film una ricerca personale e professionale durata 40 anni; purtroppo l'effetto che ha generato è simile a quello di un pittore che continua a dipingere sulla sua tela fino a trasformare il disegno del suo quadro in una massa informe di pennellate che annulla ogni riferimento riconoscibile.
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[+] finalmente
(di gabrielpiazza)
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[+] è confortante...
(di kyuss)
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algernon
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domenica 22 maggio 2011
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film estetizzante e presuntuoso
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un film spiacevole, che per una buona percentuale della sua lunga durata si permette di farci vedere un salvaschermo di belle immagini, astrofisiche, preistoriche o astratte, accompagnate anche da bella musica. e il film dov'è? lo storia è quella di un padre molto severo, della disciplina che impone ai figli, e dei cattivi consigli di farsi strada nella vita a spese del prossimo, il tutto per glorificare il signore. ed è anche quella dei pensieri di ribellione che passano nella testa del ragazzo. ma poi finisce qui, poche scene di vita dei ragazzi, peraltro abbastanza banali, e poi ancora salvaschermo. fino all'applauso finale per la fine del supplizio.
[+] ha vinto la palma
(di algernon)
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(di tommaso battimiello)
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(di zoom e controzoom)
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la druga
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lunedì 23 maggio 2011
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questo non è un film...
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Per comprendere l'essenza di questa eccezionale opera è necessario allontanarsi dalla definizione di "film" in senso stretto: chiamarla esperienza mi sembra forse più giusto. Non ha una trama, molti diranno, ma una trama in questo caso avrebbe reso tutto paradossalmente più banale. Quella di Malick è una riflessione sui temi fondamentali e più arcani della nostra esistenza. E questo attraverso la forza delle immagini e dei gesti; riduce al minimo le battute, lascia che sia lo spettatore stesso a scoprire il grande messaggio. Niente è lasciato al caso, anche l'inquadratura più breve è essenziale per la comprensione di questo viaggio universale e allo stesso tempo introspettivo alla scoperta del senso della vita, della verità.
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Per comprendere l'essenza di questa eccezionale opera è necessario allontanarsi dalla definizione di "film" in senso stretto: chiamarla esperienza mi sembra forse più giusto. Non ha una trama, molti diranno, ma una trama in questo caso avrebbe reso tutto paradossalmente più banale. Quella di Malick è una riflessione sui temi fondamentali e più arcani della nostra esistenza. E questo attraverso la forza delle immagini e dei gesti; riduce al minimo le battute, lascia che sia lo spettatore stesso a scoprire il grande messaggio. Niente è lasciato al caso, anche l'inquadratura più breve è essenziale per la comprensione di questo viaggio universale e allo stesso tempo introspettivo alla scoperta del senso della vita, della verità. Ci rendiamo conto di quanto l'universo sia indifferente alle nostre gioie e dolori, alla nostra storia, inevitabilmente così fragile e caduca rispetto all'infinito. E così ricerchiamo Dio, l'unica entità familiare in grado di confortarci mentre ci stiamo disperdendo, alla ricerca di una giustificazione, di un piano celeste che ci sovrasti. Ma che cosa siamo se non punti di materia immersi nella potenza della natura? Amare. Solo l'amore è in grado di dar senso alla vita. Perché in fondo in questa nostra vita, finita e piccola, è tutto ciò che rimane da fare. Malick, con questo film, ci ha detto tutto.
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[+] questo sì che è un film!!!
(di lovingarts)
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[+] il piu bel film mai fatto che in realtà film non è
(di teixos)
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(di scrat)
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[+] inguardabile
(di gapapini)
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pipay
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domenica 22 maggio 2011
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un sermone asfissiante che uccide il film
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Penso che un regista debba porsi degli obiettivi: prima di tutto quello di averde rispetto nei riguardi del pubblico. Questo Terrence Malick chi si crede di essere? Facile pontificare, affastellare immagini su immagini, girare una storia che è quasi priva di senso e comunque certamente è priva di interesse. Il tutto condito con cori da messa e con frasi evangeliche. Un polpettone-sermone stucchevole, che denota mancanza di equilibrio e tradisce una poco elegante dose di presunzione. Per non parlare di Sean Penn che vagola come un allucinato e di un Brad Pitt, appesantito, spigoloso quanto i lati di un cubo, che svolge il ruolo di un padre autoritario e odioso. E anche i figli non è che siano tanto simpatici.
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Penso che un regista debba porsi degli obiettivi: prima di tutto quello di averde rispetto nei riguardi del pubblico. Questo Terrence Malick chi si crede di essere? Facile pontificare, affastellare immagini su immagini, girare una storia che è quasi priva di senso e comunque certamente è priva di interesse. Il tutto condito con cori da messa e con frasi evangeliche. Un polpettone-sermone stucchevole, che denota mancanza di equilibrio e tradisce una poco elegante dose di presunzione. Per non parlare di Sean Penn che vagola come un allucinato e di un Brad Pitt, appesantito, spigoloso quanto i lati di un cubo, che svolge il ruolo di un padre autoritario e odioso. E anche i figli non è che siano tanto simpatici... Un film che va dall'inizio della creazione del mondo e della vita alla fine della vita stessa, ma che precipita inesorabilmente in un gorgo che risucchia e annienta il film e il cinema in generale.
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[+] chi si crede di essere?
(di nicdard)
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(di vivite72)
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(di zoom e controzoom)
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(di elpedronero)
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riccardo76
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martedì 5 luglio 2011
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un inno alla vita
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Guardando l’ultima fatica di Terrence Malick, la sensazione è quella di assistere a qualcosa che trascende l’ambito cinematografico: considerare The Tree of Life soltanto un “film” risulterebbe estremamente riduttivo. Quello cui siamo di fronte è un’opera d’arte, un’opera di immagini di rara bellezza, amplificate da un uso magistrale della camera con primissimi piani, che, supportate da musiche imponenti, riescono a modellare le corde dell’anima, suscitando emozioni sublimi.
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Guardando l’ultima fatica di Terrence Malick, la sensazione è quella di assistere a qualcosa che trascende l’ambito cinematografico: considerare The Tree of Life soltanto un “film” risulterebbe estremamente riduttivo. Quello cui siamo di fronte è un’opera d’arte, un’opera di immagini di rara bellezza, amplificate da un uso magistrale della camera con primissimi piani, che, supportate da musiche imponenti, riescono a modellare le corde dell’anima, suscitando emozioni sublimi. Malick, attraverso questo capolavoro, si interroga sul mistero della vita e della fede, ricercando le risposte nell’origine dell’universo, dove macrocosmo e microcosmo si inseguono, si sfiorano, si intrecciano tra loro, in un susseguirsi di immagini che dalle galassie scivolano nella struttura dalle cellule e dell’atomo, mettendone in risalto le somiglianze ed estendendo la spazio ad un vertiginoso infinito, in una danza armoniosa dove la Natura e il Divino si contendono il dominio sulla vita.
Il protagonista, impersonato da adulto da un impeccabile Sean Penn, insieme ai genitori, un Brad Pitt e una Jessica Chastain in stato di grazia, si vede costretto a cercare un senso alla vita, in seguito alla morte prematura del fratello. Le risposte sono di livello cosmico e risiedono in bilico tra la Natura – simboleggiata dal padre – e la Grazia divina – simboleggiata dalla madre. La stessa madre, che vede crollare le sue certezze costruite sulla fede in seguito all’incidente, comprenderà che la mano divina come dona può anche togliere e che tutto fa parte di un disegno divino, riuscendo così a raggiungere la serenità dell’anima. La stessa consapevolezza verrà acquisita dal protagonista adulto, attraverso un viaggio nel suo passato, segnato dal rapporto conflittuale con il padre, troppo severo e autoritario, imponente come la Natura, che vede nella forza la chiave della sopravvivenza, e dal rapporto idilliaco con la madre, la quale considera invece l’amore il motore della vita. Una volta arrivato socialmente come ricco manager, egli riuscirà, guardandosi indietro, a raggiungere la pace dell’anima, rappresentata da una spiaggia infinita, dove le anime ritrovano i propri cari, che finalmente possono stringere a loro, in un abbraccio infinito come il soffio della vita sull’universo.
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[+] inno banale e già sentito
(di mauro.t)
[ - ] inno banale e già sentito
[+] l'arte invece è anche questo
(di riccardo76)
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davlak
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mercoledì 18 maggio 2011
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capolavoro
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la condizione umana innestata nello scenario universale della storia del cosmo. una vicenda umana inquadrata come parte minuscola eppure indispensabile nel palcoscenico dell'infinito.
un film che lascia tracce indelebili, a livello di subconsio e nella struttura stessa della materia che ci compone.
solo Malick poteva azzardare un'impresa simile.
non ha eguali.
capolavoro immenso.
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(di giancarlo di grigoli)
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svampa
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domenica 6 novembre 2011
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troppa poesia, da apparire patetico
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È raggelante accorgersi che film di questo genere, privi di tecnica, privi di attacchi sul movimento, con molta voce fuori campo, riescano a mietere simili successi. Sarà stato il nome del regista, quel Malick così amato dalla critica, che da anni, realizza i suoi film, ma che evita accuratamente di presentarsi in pubblico, in una ritrosia che potrebbe essere un veicolo pubblicitario, più che una scelta di star fuori dal mondo dello star system. O forse è un po’ l’uno ed un po’ l’altra. Scelta discutibile a mio avviso, perché questo comportamento manca di rispetto al pubblico.
In ogni caso, parlando del film, emerge subito una lentezza, che, nel cinema spesso è foriera di grandi atmosfere, ma in The Tree of Life, è una lentezza fine a se stessa e quindi monotona, noiosa.
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È raggelante accorgersi che film di questo genere, privi di tecnica, privi di attacchi sul movimento, con molta voce fuori campo, riescano a mietere simili successi. Sarà stato il nome del regista, quel Malick così amato dalla critica, che da anni, realizza i suoi film, ma che evita accuratamente di presentarsi in pubblico, in una ritrosia che potrebbe essere un veicolo pubblicitario, più che una scelta di star fuori dal mondo dello star system. O forse è un po’ l’uno ed un po’ l’altra. Scelta discutibile a mio avviso, perché questo comportamento manca di rispetto al pubblico.
In ogni caso, parlando del film, emerge subito una lentezza, che, nel cinema spesso è foriera di grandi atmosfere, ma in The Tree of Life, è una lentezza fine a se stessa e quindi monotona, noiosa. Non succede nulla. Ma anche in altri film non succede nulla (vedi a Single man) ma il regista in quel caso riesce a caricare di sensazioni la pellicola. In questo film invece Malick non ci riesce. Il film avanza per forza di inerzia, dandosi arie: avanza con la presunzione di essere un film d’autore. Ma non basta raccontare storie sospese per fare un film d’autore: conta lo sguardo, il modo di raccontare, anche il nulla, ma saperlo raccontare in maniera piacevole ed interessante per il pubblico. Ecco, questo film non appassiona il pubblico. Lo annoia, in cerca di un qualcosa che forse si trova solo nelle ultime fasi del film. Un film deve innanzitutto appassionare, regalare emozioni. La storia non conta. Si può fare un film anche su una non storia, ma l’importante è mantenere quell’ interesse che dona piacevolezza a chi lo sta guardando. Altrimenti diventa una mera esercitazione, un prodotto sperimentale. Le lunghe sequenze di sconfinati paesaggi (bellissimi, certo), le immagini dell’universo, i mari, copiano 2001: Odissea nello spazio. Troppo simile la traiettoria che percorre la macchina da presa rispetto a quella del film di Kubrick. Malick vuole restare nella storia, come Kubrick, ci è riuscito per davvero. Malick probabilmente ci riesce, ma solo grazie a critici compiacenti, perché questo film è un film povero, monco di moltissime caratteristiche oggettivamente indispensabili per una sua riuscita. Sean Penn appare quasi spaesato nel suo ruolo indistinto. Non si coglie bene la sua psicologia. O forse la si coglie troppo, mancando in concretezza e quindi mancando in fatti che lo spettatore possa comprendere. Niente a che vedere con This must be the place, dove Penn snocciola una prestazione da brivido, una trasformazione che (in questo caso) potrebbe valere veramente e meritatamente l’OSCAR… staremo a vedere e vedremo se sarò stato buon profeta.
Un film va diviso in più strati: dallo stato più superficiale, quello che comprendono tutti e che allieta la sua visione, fino allo strato più profondo, quello in grado di esser colto solo dai critici cinematografici. The tree of Life manca completamente gli strati superficiali e va alla ricerca solamente di quelli più nascosti per farli fruire solo ai critici. Ma un buon film per essere tale deve piacere per prima cosa allo spettatore e poi (casomai) cercare di strizzare l’occhio ai critici. In questo caso il film cerca solo la consacrazione critica, in una ruffianeria, davvero imbarazzante.
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