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renato volpone
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domenica 23 ottobre 2011
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finalmente grande cinema
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Magnifico film, una coppia si separa, ma una serie di eventi li mette a confronto. I protagonisti, tutti, sono messi alla prova della verità, il bisogno di mentire per difendersi o per difendere qualcun'altro. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Solo la figlia dei separati, alla fine prende in mano il gioco e vince, con sofferenza, la partita. Il film è favoloso, i protagonisti ti avvincono, l'ansia cresce lentamente, i giochi delle parti si mescolano e modificano. Grande esempio di cinema. Meraviglioso anche lo sguardo su un Iran moderno, contemporaneo a noi, quando invece ne viviamo una visione distorta. Assolutamente da non perdere
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(di lucianodesimone)
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melandri
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domenica 23 ottobre 2011
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il bello dell'iran
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No,non stiamo parlando di qualche nuovo attore emergente particolarmente prestante.
Il bello dell'Iran è ,che pur costretti da una censura non certo di manica larga,riescano a produrre ed esportare pellicole che fanno percepire all'attento spettatore occidentale(quello disattento è meglio che vada a mangiare popcorn davanti a qualche blockbuster americano)delle realtà che vanno ben oltre la semplice storia raccontata.
"Una separazione" ci sbatte in faccia l'attuale realtà di un popolo ancora ben lontano dal sentirsi libero.
La condizione delle donne,il forte potere teocratico limitante e molto altro risaltano tra le righe di un ottima sceneggiatura,mai banale,pur nella semplicità della storia raccontata.
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No,non stiamo parlando di qualche nuovo attore emergente particolarmente prestante.
Il bello dell'Iran è ,che pur costretti da una censura non certo di manica larga,riescano a produrre ed esportare pellicole che fanno percepire all'attento spettatore occidentale(quello disattento è meglio che vada a mangiare popcorn davanti a qualche blockbuster americano)delle realtà che vanno ben oltre la semplice storia raccontata.
"Una separazione" ci sbatte in faccia l'attuale realtà di un popolo ancora ben lontano dal sentirsi libero.
La condizione delle donne,il forte potere teocratico limitante e molto altro risaltano tra le righe di un ottima sceneggiatura,mai banale,pur nella semplicità della storia raccontata.
Le due ore abbondanti di film passano velocemente grazie anche alla bravura dell'intero cast(non a caso tutti gli interpreti sia maschili che femminili furono premiati all'unisono all'ultimo festival di Berlino,cosa mai successa precedentemente in una kermesse).
Da vedere sicuramente quindi,sperando che il passaparola degli amanti del buon cinema lo faccia restare nelle sale italiane un po' di tempo in più rispetto alle briciole che solitamente sono destinate ai film di qualità nel nostro paese.
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filippo catani
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venerdì 28 ottobre 2011
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il dramma di una separazione
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Iran. Una giovane coppia dopo anni di vita insieme decide di separarsi. I nodi principali sono due: achi verrà affidata la figlia e le cure da prestare al babbo di lui gravemente provato dall'Alzhaimer. Per cercare di ovviare a quest'ultimo problema viene assunta una giovane donna che si dovrà occupare dell'anziano durante la giornata. La situazione degenera quando la governante viene accusata dall'uomo di avergli rubato dei soldi.
Orso d'oro a Berlino e Orso d'argento agli attori, questo film colpisce in quanto riesce a tenere lo spettatore in tensione per l'intera durata della pellicola. Non solo viene messo in scena quello che purtroppo è un dramma antico e sempre attuale e cioè la separazione di una coppia e la figlia che, ovviamente, risente di questa situazione.
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Iran. Una giovane coppia dopo anni di vita insieme decide di separarsi. I nodi principali sono due: achi verrà affidata la figlia e le cure da prestare al babbo di lui gravemente provato dall'Alzhaimer. Per cercare di ovviare a quest'ultimo problema viene assunta una giovane donna che si dovrà occupare dell'anziano durante la giornata. La situazione degenera quando la governante viene accusata dall'uomo di avergli rubato dei soldi.
Orso d'oro a Berlino e Orso d'argento agli attori, questo film colpisce in quanto riesce a tenere lo spettatore in tensione per l'intera durata della pellicola. Non solo viene messo in scena quello che purtroppo è un dramma antico e sempre attuale e cioè la separazione di una coppia e la figlia che, ovviamente, risente di questa situazione. Resta che oltre a ciò intanto c'è l'ambientazione in Iran con tutte le difficoltà del caso ma soprattutto a questa miscela già esplosiva si va ad aggiungere una sorta di giallo legato a quanto è successo alla governante. Storie disperate che purtroppo, quasi per un diabolico scherzo del destino, si vanno ad incrociare in tutta la loro disperazione. In tutto questo a pagare il conto più salato sono le figlie delle due coppie che finiscono per essere soffocate dalla situazione. Ritmo serrato, il susseguirsi di colpi di scena e un drammatico finale rendono speciale e assolutamente imperdibile questo film.
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amici del cinema (a milano)
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giovedì 3 novembre 2011
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una separazione fisica e morale.
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Un film di rara intesità e compattezza narrativa. Un immersione totale in un mondo sociale dove i personaggi sono posti davanti a scelte difficili e la soluzione del sopravvivere vince (quasi) sempre su una posizione morale e etica. Tranne nello sguardo puro e senza compromessi dei bambini.
Farhadi continua nella sua rappresentazione di uno spaccato della realtà iraniana, ponendo lo sguardo ancora una volta sulla middle class di Teheran quando normalmente la filmografia internazionale tende a raccontarsi il paese piu' povero e meno acculturato. Cosi' facendo i personaggi assumono quasi una valenza universale (potrebbe tranquillamente anche essere la società europea borghese), anche se in questo film la religione, piu' nell'aspetto di norme di vita quotidiane, ha un grande peso.
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Un film di rara intesità e compattezza narrativa. Un immersione totale in un mondo sociale dove i personaggi sono posti davanti a scelte difficili e la soluzione del sopravvivere vince (quasi) sempre su una posizione morale e etica. Tranne nello sguardo puro e senza compromessi dei bambini.
Farhadi continua nella sua rappresentazione di uno spaccato della realtà iraniana, ponendo lo sguardo ancora una volta sulla middle class di Teheran quando normalmente la filmografia internazionale tende a raccontarsi il paese piu' povero e meno acculturato. Cosi' facendo i personaggi assumono quasi una valenza universale (potrebbe tranquillamente anche essere la società europea borghese), anche se in questo film la religione, piu' nell'aspetto di norme di vita quotidiane, ha un grande peso. Basta vedere la semicomica telefonata per capire se pulire il padre malato di Alzheimer sia o meno peccato.
Mi e' piaciuta la scelta del regista di far parlare le immagini, senza proporci facili interpretazioni o palesi simbolismi (ad esempio uno dei piccoli difetti del film di Sorrentino).
E la scena finale suggella magistralmente questa separazione. Fisica e morale.
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zoom e controzoom
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lunedì 31 ottobre 2011
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stupisce trovare problematiche parallele ?
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La struttura del film è molto più complessa di come appare ad una prima lettura e la tematica principale, non è il dramma per la separazione dei genitori, bensì la forza dirompente e imprevedibile di una dottrina. Se non fosse ambientato in Iran, la tematica della separazione sarebbe piuttosto comune e tutto avrebbe avuto un senso diverso. In questo contesto la storia ha tutti altri valori ed ogni personaggio è da ripesare.
Il regista, prepara in un episodio quasi insignificante la svolta finale - non quella tra i due genitori, ma quella della fede religiosa -, in modo molto sapiente lasciandolo intendere, costruito com'è, come episodio quasi fine a se stesso e non un evento che, nascondendo un'elissi temporale che ci fa ritrovare immediatamente nell'epilogo, fondamentale per una risoluzione possibile.
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La struttura del film è molto più complessa di come appare ad una prima lettura e la tematica principale, non è il dramma per la separazione dei genitori, bensì la forza dirompente e imprevedibile di una dottrina. Se non fosse ambientato in Iran, la tematica della separazione sarebbe piuttosto comune e tutto avrebbe avuto un senso diverso. In questo contesto la storia ha tutti altri valori ed ogni personaggio è da ripesare.
Il regista, prepara in un episodio quasi insignificante la svolta finale - non quella tra i due genitori, ma quella della fede religiosa -, in modo molto sapiente lasciandolo intendere, costruito com'è, come episodio quasi fine a se stesso e non un evento che, nascondendo un'elissi temporale che ci fa ritrovare immediatamente nell'epilogo, fondamentale per una risoluzione possibile.Un modesto fatto, un accadimento che pare di colore, poi sarà fondamentale e a questo episodio il regista riesce a dare i giusti tempi renderlo leggero e contemporaneamente non farlo scomparire dalla memoria
Ogni protagonista ha la propria dose di ragione, immediatamente sconfessata dal sovrapporsi di quella dell'altro protagonista in questo dramma collettivo.
I personaggi si muovono in ambienti che perdono ogni importanza siano familiari che pubblici, tranne che per i luoghi dove è viva la precarietà della loro stessa esistenza : l'ospedale e il tribunale. In questi luoghi, la sovrafollazione ha la funzione soffocante dell'arredo umano, della persona oggetto in balia di altro. Che cosa li sostiene e li guida ? Non la problematica della figlia, ma altre parallele.
Unico piccolo neo : la ripresa a spalla molto disturbante in certi momenti.
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osteriacinematografo
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giovedì 29 dicembre 2011
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umane ipocrisie
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L’opera è un ritratto dell’Iran contemporaneo, in cui la vita scorre, attraverso le vicissitudini quotidiane dei protagonisti, in modo non così dissimile da quello in cui si sviluppa in Occidente, per quelle che sono le cognizioni di chi scrive, per lo meno.
C’è naturalmente una separazione alla base della storia, una separazione fra un uomo e una donna, concreta ma non definitiva, da cui poi s’ingenera l’elemento scatenante, un incidente domestico, una lite da cui scaturisce -o sembra scaturire- un delitto: una donna assiste l’anziano padre dell’ uomo; l’uomo torna a casa, trova il padre solo, legato al letto; perde il controllo e spinge la donna fuori dalla porta di casa; quest’ultima scivola per le scale, e perde così il bambino che portava in grembo.
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L’opera è un ritratto dell’Iran contemporaneo, in cui la vita scorre, attraverso le vicissitudini quotidiane dei protagonisti, in modo non così dissimile da quello in cui si sviluppa in Occidente, per quelle che sono le cognizioni di chi scrive, per lo meno.
C’è naturalmente una separazione alla base della storia, una separazione fra un uomo e una donna, concreta ma non definitiva, da cui poi s’ingenera l’elemento scatenante, un incidente domestico, una lite da cui scaturisce -o sembra scaturire- un delitto: una donna assiste l’anziano padre dell’ uomo; l’uomo torna a casa, trova il padre solo, legato al letto; perde il controllo e spinge la donna fuori dalla porta di casa; quest’ultima scivola per le scale, e perde così il bambino che portava in grembo.
Tali fatti rappresentano la superficie più o meno visibile della vicenda.
Ansia e tensione crescono in un contesto astioso che sembra banale in apparenza, ma che rivela gradualmente piccole ma determinanti sfumature dei protagonisti, lati nascosti del carattere e dei comportamenti posti in essere sul momento, particolari che stravolgono la realtà dei fatti, fino al punto d’insinuare dubbi su chiunque.
Tre fattori mi hanno colpito particolarmente.
Anzitutto, la camera par oscillare nevroticamente, come nel primo (e nell’ultimo) Von Trier, nelle fasi di maggior tensione, quasi a seguire il passo schizofrenico-crescente dei protagonisti e delle loro relazioni pericolose.
In secondo luogo, e questo è il dato di maggior interesse, gli avvenimenti che si susseguono non vengono mai mostrati del tutto e non sono mai immediatamente visibili; l’autore si prende il tempo necessario alla narrazione, lascia all’intuito di chi guarda la possibilità di interpretare, ipotizzare, condannare o redimere, lasciando molti indizi e nessuna certezza, alimentando un dubbio che diviene struttura portante del film.
Non può poi passare inosservato il dato storico, reale, del peso dell’Islam su una società intera; gli aspetti religiosi limitano ogni tipo di libertà, ogni comportamento, con un occhio di riguardo per le donne, che ne subiscono effetti devastanti: la libertà femminile è a tal punto limitata da riguardare persino la possibilità di accudire un anziano malato, in una delle scene più rappresentative della pellicola.
Nessun protagonista uscirà senza macchia dalla storia, molti dubbi rimarranno tali, come caramelle da scartare, sotto lo sguardo attento e deluso di due ragazzine, che -al cospetto della menzogna- vedranno forse – e irrimediabilmente- spezzarsi l’incantesimo dell’innocenza.
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riccardo76
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domenica 27 novembre 2011
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una vicenda famigliare narrata come un thriller
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Meritatamente vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, sia come miglior film che per i migliori attori maschili e femminili, Una Separazione si rivela uno dei film più belli dell’anno.
La grandezza del regista Farhadi è quella di essere riuscito a raccontare l’Iran, con i suoi problemi e le sue contraddizioni, attraverso una vicenda famigliare perlopiù ordinaria, ma narrata alla stregua di un avvincente thriller, in modo da tenere costantemente accesa la curiosità e la tensione del pubblico.
Sin dalle prime battute lo spettatore si ritrova, così, coinvolto in questa vicenda domestica senza riuscire veramente a schierarsi dalla parte di uno dei quattro protagonisti: Nader, sua moglie Simin, la badante Razieh ed il marito.
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Meritatamente vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, sia come miglior film che per i migliori attori maschili e femminili, Una Separazione si rivela uno dei film più belli dell’anno.
La grandezza del regista Farhadi è quella di essere riuscito a raccontare l’Iran, con i suoi problemi e le sue contraddizioni, attraverso una vicenda famigliare perlopiù ordinaria, ma narrata alla stregua di un avvincente thriller, in modo da tenere costantemente accesa la curiosità e la tensione del pubblico.
Sin dalle prime battute lo spettatore si ritrova, così, coinvolto in questa vicenda domestica senza riuscire veramente a schierarsi dalla parte di uno dei quattro protagonisti: Nader, sua moglie Simin, la badante Razieh ed il marito. Ognuno di essi infatti espone in modo chiaro il proprio punto di vista, presentando le motivazioni delle loro scelte e del loro agire, tutte egualmente palesi e comprensibili, cosicché il pubblico non riesce a stabilire se, per esempio, sia più giusto per la figlia della coppia lasciare il paese o restare in Iran col padre, dal momento che Nader è obbligato a restare per curare il vecchio padre malato d’Halzeimer, mentre Simin non vede un futuro per sé e sua figlia in un paese governato da un regime e non può lasciare scadere i visti ottenuti per l’espatrio.
La stessa incertezza si ripresenta allo spettatore a seguito dell’incidente, dove viene compiuto uno sbaglio da ognuna delle parti - lasciare l’anziano malato legato al letto, da parte di Razieh, spingere la donna , da parte di Nader – e dove ognuno subisce un danno – l’aver rischiato di perdere il padre, per Nader, la perdita del figlio in grembo per la badante. Persino le reazioni isteriche del marito di Razieh finiscono per risultare comprensibili. L’unico aspetto che appare certo, è che le vere vittime di tutto ciò risultano le rispettive figlie delle coppie, le quali assimilano in silenzio la tragedia, esprimendo il loro dolore attraverso i loro intensi occhi innocenti.
Inoltre, la maestria del regista fa sì che il pubblico rimanga continuamente incuriosito sul modo in cui i fatti si siano realmente verificati, attraverso un gioco di intelligenti omissioni di particolari, che vengono pian piano svelati nel corso del film, in un alternarsi di verità e piccole menzogne, contrasti e conciliazioni, fino alla verità finale, scottante come le problematiche che il film solleva indirettamente, come l’oppressione del regime, dal quale Simin sente il bisogno di fuggire, la condizione della donna, il fanatismo religioso , talmente potente da mettere in difficoltà una badante nel pulire un anziano malato.
Capita raramente di venire coinvolti talmente tanto da un film, dall’inizio alla fine, senza abbassare mai la tensione; Farhadi ci riesce, trasformando una vicenda famigliare in un avvincente thriller, avvalendosi anche di ottimi attori, sia adulti - tutti premiati a Berlino - che bambine, le vere protagoniste, poiché simboleggianti il futuro.
Memorabile il finale, che lascia lo spettatore in un’attesa infinita, quasi a voler simboleggiare l’incertezza di questo paese in crisi.
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[+] orso d'oro 2011 e oscar: miglior film straniero!
(di riccardo76)
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linodigianni
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venerdì 30 marzo 2012
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uno sguardo che interroga
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Consiglio la visione di questo film alle persone
che sanno apprezzare il valore di un cinema
che non ama i grandi proclami, gli scontri
ideologici o di religione.
Questo film parla, in superficie,
di coniugi che si separano, con di
mezzo la figlia undicenne e il suo destino.
Parla non autosufficiente e malatoche
deve essere affidato a una badante.
E parla della violenza sulle donne
e del vero e del falso.
In una società con leggi
dettate dalla religione.
Sottotraccia, con abilità
e sottovoce, i protagonisti
ci raccontano ciò che considerano vero
e ci interrogano.
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Consiglio la visione di questo film alle persone
che sanno apprezzare il valore di un cinema
che non ama i grandi proclami, gli scontri
ideologici o di religione.
Questo film parla, in superficie,
di coniugi che si separano, con di
mezzo la figlia undicenne e il suo destino.
Parla non autosufficiente e malatoche
deve essere affidato a una badante.
E parla della violenza sulle donne
e del vero e del falso.
In una società con leggi
dettate dalla religione.
Sottotraccia, con abilità
e sottovoce, i protagonisti
ci raccontano ciò che considerano vero
e ci interrogano.
Voto 9
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olgadik
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giovedì 17 novembre 2011
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un drammatico spaccato della società iraniana
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Distribuito dalla Sacher film, l’ultima fatica di Asghar Farhadi (della penultima About Elly parlammo a suo tempo) è una storia ambientata in Iran, ma soprattutto ci mette dinanzi a una serie di sentimenti, contraddizioni, problemi, definibili come universali. Per la cura attenta ai singoli individui e ai “fondamentali” di qualsiasi essere umano, non si discosta dal modo di narrare del regista, ma prende in esame uno spaccato di società inusuale per lui: la numerosa e agiata classe medio-borghese. Nel modo di vivere, abitare, comunicare, essa non appare molto diversa dalla nostra, eppure via via sfumature, zone d’ombra, contrasti tra ceti diversi, tra religione tradizionale ed esigenze di vivere più liberamente, convergono, insieme ad accorte metafore (per non allarmare la censura) a fornire un quadro molto complesso.
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Distribuito dalla Sacher film, l’ultima fatica di Asghar Farhadi (della penultima About Elly parlammo a suo tempo) è una storia ambientata in Iran, ma soprattutto ci mette dinanzi a una serie di sentimenti, contraddizioni, problemi, definibili come universali. Per la cura attenta ai singoli individui e ai “fondamentali” di qualsiasi essere umano, non si discosta dal modo di narrare del regista, ma prende in esame uno spaccato di società inusuale per lui: la numerosa e agiata classe medio-borghese. Nel modo di vivere, abitare, comunicare, essa non appare molto diversa dalla nostra, eppure via via sfumature, zone d’ombra, contrasti tra ceti diversi, tra religione tradizionale ed esigenze di vivere più liberamente, convergono, insieme ad accorte metafore (per non allarmare la censura) a fornire un quadro molto complesso. Per rendere tale complessità, Farhadi si serve di vari elementi di linguaggio, usandoli in maniera da intersecarsi gli uni con gli altri. Il ritmo è spesso incalzante, quasi da thriller, con piccoli colpi di scena (vedi vicende in tribunale). In altre sequenze la macchina a mano entra nelle case e quasi ne fruga gli angoli, facendo intravedere la realtà che c’è dietro le porte socchiuse, simbolo della situazione politica, sottintesa senza che se ne parli. In altri momenti ancora il movimento della cinepresa è fluido e la fotografia si fa più moderna e lineare. Insomma sia la grammatica che i contenuti del film, esprimono l’impegno nell’analizzare a fondo ragioni e torti, emozioni e furberie, onestà e tentazioni disoneste dei vari personaggi. Tra di essi, tutti interpretati ottimamente e tali da attirare comunque simpatia, vorrei ricordare i due più indifesi. Mi riferisco alla figlia undicenne della coppia di separati con lo sguardo profondo e severo puntato sulla realtà, che giudica in silenzio ma con una forte richiesta etica ai genitori che ha scoperto fallibili. C’è poi la figlia piccolina dell’altra donna al centro del racconto nel ruolo della badante. La bimba, che sembra uscita dalla mano di un fumettista di classe per le sue fattezze ed espressioni, pronta a passare dalla curiosità tutta infantile allo smarrimento, è lì con i suoi occhi tondi e il visino somigliante a un punto interrogativo. Brunissima, spesso contornata dal suo foulard bianco e dalla veste rosa, rimane nella memoria più di un qualsiasi dialogo per quella interpretazione muta. Ma veniamo alla trama coinvolgente fin dalle prime scene. Una coppia, Simin la donna e Nader il marito, sta davanti al giudice per separarsi legalmente. La moglie vuole espatriare con i suoi per non vivere più “nelle circostanze di quel paese”, lui non si decide a partire per non abbandonare a se stesso un padre vecchio e malato di Alzheimer. L’altro personaggio femminile importante è Razieh. Proviene dal proletariato, è incinta ma non lo dice e lavora a casa di Nader come badante, di nascosto di un marito tradizionalista e religioso. Da questo punto in poi la storia delle due coppie si intreccia e fa nascere interrogativi sui singoli e sulla società, senza che il regista presuma di fornire facili risposte. Finale perciò aperto.
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[+] brava....
(di francesco2)
[ - ] brava....
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pepito1948
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giovedì 17 novembre 2011
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il neorealismo cifrato di farhadi
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Tutto ha inizio in una città dell’Iran odierno, intasata di macchine, rumorosa e pulsante di vita come qualsiasi altra affollata città del mondo, con la richiesta di separazione giudiziale di due coniugi sposati da 14 anni con una figlia adolescente a carico: lei vuole approfittare di un permesso di espatrio che impone una scelta rapida, lui non intende lasciare il padre malato di Alzheimer né consente che la moglie porti con sé la figlia. Il giudice propende per la tesi del marito, e quindi la separazione avviene di fatto perché la donna si trasferisce da sola dalla madre, forse per convinzione forse per mettere alla prova il consorte recalcitrante.
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Tutto ha inizio in una città dell’Iran odierno, intasata di macchine, rumorosa e pulsante di vita come qualsiasi altra affollata città del mondo, con la richiesta di separazione giudiziale di due coniugi sposati da 14 anni con una figlia adolescente a carico: lei vuole approfittare di un permesso di espatrio che impone una scelta rapida, lui non intende lasciare il padre malato di Alzheimer né consente che la moglie porti con sé la figlia. Il giudice propende per la tesi del marito, e quindi la separazione avviene di fatto perché la donna si trasferisce da sola dalla madre, forse per convinzione forse per mettere alla prova il consorte recalcitrante. L’impellente esigenza di assicurare una sufficiente assistenza sanitaria al vecchio padre induce Nader a ricorrere alla collaborazione di una badante trentenne incinta, il cui stato non è facilmente riconoscibile sotto la lunga veste. Il rapporto si interrompe bruscamente e la badante viene cacciata da casa, ma perde il bambino. Da qui si innesca una dinamica che gradatamente coinvolge i componenti di due nuclei familiari che entrano in un conflitto sempre più vasto, complesso e tortuoso e apparentemente senza soluzione, in cui prevale il tutti contro tutti, ed attacco e difesa si alternano senza esclusione di colpi, mentre neanche l’autorità (giudiziaria) riesce ad conciliare le diverse posizioni emerse. Inevitabilmente l’incapacità di addivenire ad un accordo soddisfacente per tutti si scarica sulle giovani figlie delle coppie protagoniste, che sapranno dare una lezione di maturità ed un esempio di costruttiva solidarietà di fronte agli sterili comportamenti dei “grandi”.
Ashgar Farhadi , dopo la presa di posizione a favore di Panahi e di altri registi ed intellettuali dissidenti perseguitati da uno dei regimi più oscurantisti ed arroccati a difesa della propria verità, si è visto costretto ad aggirare i rischi della censura (e del carcere) raccontando nella forma più rassicurante della commedia, attraverso il filtro invisibile di simbolismi e metafore, una storia di vita privata apparentemente slegata da un particolare contesto per la sua valenza universale. Infatti prende spunto dalla crisi di un matrimonio, “che rappresenta un rapporto tra due esseri umani indipendente dall’epoca o dalla società in cui si vive”, e dalla relativa separazione, che, come avviene altrove, è il primo passo verso la rottura definitiva del rapporto. Già a questo punto, vista l’equivalenza delle ragioni esposte, è difficile per noi spettatori decidere da che parte stare. Ma il complicarsi della vicenda ci costringe, nel susseguirsi delle rispettive argomentazioni, a prendere posizione ed a mutarla continuamente; le responsabilità circolano, nessuno ha pienamente ragione, tutti mentono, a sé ed altri, ciascuno palesa limiti e debolezze, tranne chi non ha più l’uso della ragione (il povero vecchio padre) e chi è ancora fuori da logiche distruttive per motivi di età. La tensione e lo sconcerto salgono quanto più s’infittisce il gioco di accuse e controaccuse in un clima sempre più claustrofobico e dilaniante, fino al finale aperto che tuttavia offre un messaggio univoco: davanti all’inquinamento della ragione solo l’innocenza, l’immediatezza e la purezza dei sentimenti di chi non è ancora schiavo dei condizionamenti degli adulti può salvarci (l’occhiata di complicità che si scambiano le due bambine è una delle chicche del film). E’ la filosofia recentemente proposta da Polanski con Carnage. I conflitti individuali e di classe (qui tra media borghesia e precariato infraborghese) si verticalizzano, assumendo una dimensione generazionale.
Ma dov’è in tutto ciò il riferimento critico alla società iraniana ed al suo pervasivo sistema di potere? Innanzitutto già il tema della separazione sembra velatamente alludere allo scollamento tra il regime oppressivo e teocratico vigente ed una delle popolazioni e culture più vivaci, vitali e ricche di tradizioni del mondo asiatico. Inoltre non sfugge il protagonismo ossessivo ed onnipresente del chador, fuori e dentro casa, che richiama la soggezione della condizione femminile alle ferree leggi islamiche secondo le interpretazioni restrittive degli ayatollah, a simboleggiare l’intrusività dei modelli imposti dal regime finanche nella vita privata. Inoltre la consultazione telefonica della badante con una qualche autorità teocratica (si fa peccato a svestire un uomo malato per lavarlo?) dà un’idea di quanto sia dominante e condizionante la religione di Stato nei comportamenti umani nell’Iran di oggi (ma è poi così diverso da quanto succedeva da noi fino a qualche tempo fa -e da qualche parte forse ancora oggi- quando il confessionale era l’arbitro incontestabile delle nostre azioni?). Insomma un film diverso dalla cinematografia impegnata e drammatica iraniana cui siamo abituati, dai toni gravi e solenni; mancano il pathos e la solennità tragica del “Cerchio” o di “Donne senza uomini”, la poetica della sofferenza, i silenzi gravidi di inquietudini. Forse i dialoghi sono troppo serrati ed “esplicativi” lasciando troppo poco spazio all’intuitività; ma l’importante è andare oltre la comunicazione cifrata; ciò che non passa dalla porta passa dalla finestra, e, attraverso la rappresentazione di episodi di realismo della quotidianità, Farhadi ci inocula (magari obbligandoci ad una lenta elaborazione digestiva) un senso di disagio che è la risultante di tutto ciò che in qualche modo il regista ha voluto comunicarci. Senza scontentare, a quanto se ne sa, gli organi di censura del suo Paese.
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