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riccardo
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martedì 1 maggio 2012
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che percezione!
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Pensate che dallo sguardo del prete sulla strada quando è caduto il crocefisso alla ragazzina Marta e le immagini dopo, per esempio il prete che piange durante il discorso e Marta che sembra voler suicidarsi e la coda di lucertola che si muove ancora io avevo capito che: Marta era stata stuprata dal prete, e che la regista avesse fatto un'enorme ellisse. Che strana percezione.
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pressa catozzo
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giovedì 12 aprile 2012
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sud nord
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Vengo a conoscenza che questa bellisima opera partecipa ai david di donatello. Storia ottimamente narrata. In passato la curia non ne avrebbe concesso la distribuzione, ma fortuna vuole che i tempi passano e qualche cosa cambia. I bambini ci osservano e ci giudicano. Se premiato sarà del tutto meritato.
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rugvito
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lunedì 2 aprile 2012
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tra brutalità e delicatezza
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"Corpo celeste" è un film sospeso tra spiritualià e prosaicità contemporanea. La piccola Marta non ancora contaminata dalla lobotomizzazione perpetrata dai media, è veicolo di riscoperta di una spiritualità più intima e profonda, quasi naturale, che sboccia in un contesto arido in concomitanza con alcuni passaggi chiave dello sviluppo e della crescita della ragazzina. Il contesto è brutto e avvilente, la regista ci mostra infatti una Reggio Calabria segnata dalla speculazione edilizia, restituendoci un ritratto da capitale della prosaicità contemporanea. La bruttezza dei luoghi sembra poi riflettersi nei personaggi, tra cui sono diffiuse: ipocrisia e povertà di spirito oltre ad una certa ignoranza.
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"Corpo celeste" è un film sospeso tra spiritualià e prosaicità contemporanea. La piccola Marta non ancora contaminata dalla lobotomizzazione perpetrata dai media, è veicolo di riscoperta di una spiritualità più intima e profonda, quasi naturale, che sboccia in un contesto arido in concomitanza con alcuni passaggi chiave dello sviluppo e della crescita della ragazzina. Il contesto è brutto e avvilente, la regista ci mostra infatti una Reggio Calabria segnata dalla speculazione edilizia, restituendoci un ritratto da capitale della prosaicità contemporanea. La bruttezza dei luoghi sembra poi riflettersi nei personaggi, tra cui sono diffiuse: ipocrisia e povertà di spirito oltre ad una certa ignoranza. Tutto questo poi acquista un maggior valore nell'economia della tematica se si tiene conto che il luogo più frequentato dalla ragazzina è la parrocchia in cui si tiene il corso di catechismo. Ed è a contatto con la mediocrità di quei personaggi che scaturirà la reazione spontanea e silenziosa di Marta ed il suo accostamento naturale ad un tipo di spiritualità diversa.
La regista riesce a conservare uno sguardo delicato e leggero sulle cose (forse semplicemente muliebre) anche quando esse risultano desolanti. Non si discosta molto dallo sguardo della ragazzina, ne condivide infatti la purezza e un pervasivo ed indistino senso di spiritualità "celeste". Il contrasto tra questa spiritualità ed un certo brutalismo corporale della immagini, è il binomio fondativo del film e l'elemento che lo rende una riuscita e interessante opera prima.
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marica romolini
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martedì 28 febbraio 2012
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un corpo lunare precipitato nel degrado
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Marta ha tredici anni ed è cresciuta in Svizzera. Tornata insieme alla madre e alla sorella a Reggio Calabria, si trova a doversi integrare in una città che, seppur natale, le è terribilmente straniera. Un po' per rispetto del cursus honorum, un po' per fare amicizia, inizia a frequentare le lezioni di preparazione alla Cresima della parrocchia. Ma il mondo che le si spalanca è qui ancora più spiazzante: don Mario si preoccupa unicamente di riscuotere affitti e consensi elettorali, per fuggire ben lontano da uno squallore che non si perita certo di riscattare; la catechista Santa, di lui segretamente infatuata, sembra proprio aver eletto la nuova arrivata a comodo capro espiatorio delle sue frustrazioni; il torvo sagrestano compie con straniante naturalezza una strage d'innocenti (gli amanti dei gatti sono avvisati: una scena a dir poco spezzacuore!).
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Marta ha tredici anni ed è cresciuta in Svizzera. Tornata insieme alla madre e alla sorella a Reggio Calabria, si trova a doversi integrare in una città che, seppur natale, le è terribilmente straniera. Un po' per rispetto del cursus honorum, un po' per fare amicizia, inizia a frequentare le lezioni di preparazione alla Cresima della parrocchia. Ma il mondo che le si spalanca è qui ancora più spiazzante: don Mario si preoccupa unicamente di riscuotere affitti e consensi elettorali, per fuggire ben lontano da uno squallore che non si perita certo di riscattare; la catechista Santa, di lui segretamente infatuata, sembra proprio aver eletto la nuova arrivata a comodo capro espiatorio delle sue frustrazioni; il torvo sagrestano compie con straniante naturalezza una strage d'innocenti (gli amanti dei gatti sono avvisati: una scena a dir poco spezzacuore!). In una Chiesa collusa con la peggior politica, strumentalizzata a fini di carriera o quanto meno spettacolarizzata (quiz di religione alla Chi vuol essere milionario?, Alleluia da stacchetto tv, sale trucco, applausi di platea accompagnano le cresimande nel loro grottesco reality show), Marta è l'unica a chiedere/si un senso. È un corpo celeste, quasi creatura lunare smarrita in una realtà estranea che pure tenta tenacemente di decifrare, sospesa tra infanzia e adolescenza, in un limbo di indefinitezza sessuale. Un corpo che muta e che, tra lo spaesamento delle prime mestruazioni e il desiderio di reggiseni più grandi, pone esso stesso delle domande. Ma fuori il degrado – non dell'eccesso ma dell'ignorante mediocrità – non può rispondere a chi interroga con curiosità spregiudicata: è solo rumore. Alice Rohrwacher sceglie infatti di debuttare (Corpo celeste è il suo primo, magistrale, lungometraggio) senza ricorrere ad alcuna colonna sonora. La forza del film sta tutta nel taglio delicatamente indagatore dei primi piani, nella credibilità dei dialoghi (superbi gli attori, professionisti e non), nell'adozione del punto di vista di Marta, che spiega l'alone caricaturale che certa critica ha imputato ai personaggi (l'iperacidità della sorella maggiore o l'incolto attivismo di Santa che sfiora l'ebetismo). L'intento non è polemico: vi è anzi una sorta di «ritrosia antiretorica» che affida il narrato a una lunga «soggettiva libera indiretta» (R. Menarini) e che si autoregola con limitazioni simil-Dogma: macchina rigorosamente a spalla, suoni e non musiche, Super16 al posto del digitale per rendere i dettagli non brutalmente visibili ma, senza enfasi, percepibili. Perché se i simboli precipitano dall'alto non sono che vuote formule cerimoniali, come quelle che la catechista vuol far recitare a forza a una Marta che esige invece il tempo necessario per vagliarle. Devono piuttosto scaturire dalla realtà, essere cercati in rebus.Ed è infatti su un 'miracolo' di questo sublime d'en bas che si conclude il film: dopo l'abluzione battesimale nel Giordano locale, ecco una coda di lucertola dibattersi, nonostante tutto, in un inesausto amor vitae.
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enrichetti
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lunedì 20 febbraio 2012
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il tatto di marta
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Quanto bisogna allontanarsi dalla chiesa per sfiorre la propria religiosità e cercare la parola di Dio? Se non arriva Cristo a cacciare i mercanti dal tempio, quello che nel frattempo si può fare è andar via da quel tempio. Mentre dentro si prepara lo show, Marta trova e abbraccia una cucciolata di gatti che avevano trovato rifugio nel magazzino della chiesa. La catechista espelle i corpi estranei ammucchiandoli in una busta di plastica e li affida al carnefice che li sbatacchia sul marciapiedi e li getta nella discarica. Marta abbandona lo show e li va a cercare. Lungo la strada viene raccolta dal parroco che la trascina in macchina in un paese abbandonato per recuperare un crocifisso ligneo da una chiesa abbandonata del paese abbandonato.
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Quanto bisogna allontanarsi dalla chiesa per sfiorre la propria religiosità e cercare la parola di Dio? Se non arriva Cristo a cacciare i mercanti dal tempio, quello che nel frattempo si può fare è andar via da quel tempio. Mentre dentro si prepara lo show, Marta trova e abbraccia una cucciolata di gatti che avevano trovato rifugio nel magazzino della chiesa. La catechista espelle i corpi estranei ammucchiandoli in una busta di plastica e li affida al carnefice che li sbatacchia sul marciapiedi e li getta nella discarica. Marta abbandona lo show e li va a cercare. Lungo la strada viene raccolta dal parroco che la trascina in macchina in un paese abbandonato per recuperare un crocifisso ligneo da una chiesa abbandonata del paese abbandonato. Durante il viaggio don Mario si ferma a raccogliere voti per le prossime elezioni e la bambina si trova per la prima volta a contatto con il proprio sangue mestruale. Vicino a Gesù in croce c'è un anziano sacerdote, diverso dai bari che stanno conducendo il rito della cresima in città. Forse lui potrebbe dare la risposta alla domanda di Marta "cosa vuol dire Eli, Eli, lemà sabactàn?" "Signore, Signore, perchè mi hai abbandonato?" Allora Gesù è triste? chiede la bambina. No, risponde il prete, è arrabbiato e folle. Marta accarezza il corpo del Cristo cercando di togliergli di dosso la polvere dell'abbandono: il carrierismo di don Mario; il vuoto ritualismo della catechista innamorata del prete; il bigottismo sadico e narcisistico dei parrocchiani; il potere inquisitorio delle gerarchie. Ma in tutto questo, dov'è Gesù? Nel volo della statua verso il mare.Così Marta lascia la cerimonia, raggiunge la spiaggia immergendosi nelle acque tanto desiderate e lì assiste finalmente al miracolo: la coda di una lucertola, mozzata ma ancora viva. La cresima è compiuta.
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zibaldino
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sabato 11 febbraio 2012
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lo sguardo di marta
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Il grigio del cemento e dell’abbandono si colora di uno sguardo nuovo. Sono gli occhi di Marta, che alieni ci guidano attraverso i vicoletti dell’Italia profonda. L’Italia della religiosità pagana, humus di ambigui intrecci fra politica e Chiesa. Lo sguardo pulito di chi è capace di stupirsi di fronte alle storture che quotidianamente assumiamo in dosi massicce e con le quali spesso ci rassegniamo a convivere, additando come pazzo chi a testa bassa le combatte nel silenzio del grande circo dell’informazione.
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epidemic
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martedì 31 gennaio 2012
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l'altra faccia della fede
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Una piacevole sorpresa. Una fotografia spietata sull'altro lato della fede, i rituali della comunione e le lacune del catechismo. L'altra faccia della medaglia degli insegnamenti e l'innevitabile connubbio politico. Un film duro e crudo visto da occhi innocenti di una protagonista tanto giovane quanto brava. L'accostamento al recente film "Lourdes" è inevitabile, la differenza che questo è made in Italia. Da vedere
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nigel mansell
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venerdì 25 novembre 2011
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gli occhi di marta sono i nostri occhi
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Gli occhi di Marta sono i nostri occhi, i miei occhi. I miei occhi di preadolescente, dei pomeriggi passati all'oratorio, di mia madre bigotta. Di una religione spiegata in modo ottuso, ignorante e conformista. Marta saprà scegliere la via giusta. Ottimi attori, Marta bravissima, ma anche la catechista, e tutti gli altri che rendono il quadretto familiare e poi il prete... Fotografia che rende benissimo l'idea di una periferia degradata da sud del mondo. Sulla regia non saprei giudicare, in quanto volutamente è invisibile con una camera poco fissa che fa entrare nelle vicende dei personaggi.
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lisa casotti
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mercoledì 23 novembre 2011
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un collage disordinato
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Oh come ci sono rimasta male, oh. Monti, mari e fiumi ho attraverso per riuscire a vedere il Corpo celeste, attratta indifferentemente dalle critiche entusiastiche per questa opera prima e dal tema “mistico” che tanto mi appartiene. Ho ritrovato con gioia gli occhi azzurri di Yle Vianello, già incontrati nella Solitudine dei numeri primi. Occhi grandi che scrutano il mondo restando in silenzio o tutt’al più dicono la verità nella ricerca del Senso. Cercherò di non perdere di vista quegli occhi per vedere dove vanno a finire. Forse sta crescendo un’attrice degna di nota, forse l’hanno già rinchiusa in un ruolo.
Un coro di consensi per la giovane regista, Alice Rohrwacher (sorella minore della più nota, e lei sì bravissima, Alba Rohrwacher) però mi permetto di fare una considerazione.
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Oh come ci sono rimasta male, oh. Monti, mari e fiumi ho attraverso per riuscire a vedere il Corpo celeste, attratta indifferentemente dalle critiche entusiastiche per questa opera prima e dal tema “mistico” che tanto mi appartiene. Ho ritrovato con gioia gli occhi azzurri di Yle Vianello, già incontrati nella Solitudine dei numeri primi. Occhi grandi che scrutano il mondo restando in silenzio o tutt’al più dicono la verità nella ricerca del Senso. Cercherò di non perdere di vista quegli occhi per vedere dove vanno a finire. Forse sta crescendo un’attrice degna di nota, forse l’hanno già rinchiusa in un ruolo.
Un coro di consensi per la giovane regista, Alice Rohrwacher (sorella minore della più nota, e lei sì bravissima, Alba Rohrwacher) però mi permetto di fare una considerazione. Dietro l’apparente semplicità del contesto e della narrazione, il film porta avanti un discorso confuso, una riflessione che coinvolge più piani: il corpo materiale/fisico e il corpo sofferente/umiliato/divino, la religione che oggi fatica a dare risposte, la mercificazione e spettacolarizzazione della fede, ma anche l’incontro intimo con l’umanità del Vangelo; la solitudine di una mamma consumata dal lavoro (e non si capisce bene che fine abbia fatto il padre) e di una donna che si prodiga nell’insegnamento del catechismo e nelle faccende di perpetua per amore (si evince a un certo punto) del parroco, l’arrivismo di questo uomo di chiesa e l’indisponibilità e il distacco del Clero; i giochetti della politica, l’adolescenza annoiata, il rapporto conflittuale tra sorelle (a tal proposito spero che non sia autobiografico); il divino che percorre strade diverse da quelle “canoniche” per manifestarsi nel mondo, e il vero miracolo della vita.
Tutti questi elementi però non si amalgamano, i diversi piani non si intersecano perfettamente, con il risultato di trasmettere un messaggio sfilacciato, un quadro che non riesce a imprimersi dentro, ma rimane un puzzle con dei pezzi mancanti, un collage esplosivo che rimanda ad altro, qualcosa di più alto, certo, di celeste appunto, come nelle intenzioni della regista, che per spiegare il suo film cita il “sovramondo” di Anna Maria Ortense*, qualcosa che aleggia tutt’intorno, ma che non segna nel profondo.
*“… Le leggende e i testi scolastici parlavano dello spazio azzurro e dei corpi celesti come di un sovramondo. Agli abitanti della Terra essi aprivano tacitamente le grandi mappe dei sogni, svegliavano un confuso senso di colpevolezza. Mai avremmo conosciuto da vicino un corpo celeste! Non ne eravamo degni! Invece, su un corpo celeste collocato nello spazio viviamo anche noi: corpo celeste, o oggetto del sovramondo era anche la Terra, una volta sollevato quel cartellino col nome del pianeta Terra. Eravamo quel sovramondo”.
Anna Maria Ortese, Corpo celeste
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cinemania
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venerdì 18 novembre 2011
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le talentuose sorelle rohrwacher
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Il debutto alla regia ci fa conoscere il talento della sorella della più nota (e ottima) attrice Alba. Storia di formazione di Marta,una ragazzina tredicenne che,dopo 10 anni vissuta in Svizzera si ritrova catapultata nel Sud Italia,in un mondo dalle tradizioni arcaiche,e per alcuni versi assurde,a lei del tutto sconosciute. Marta frequenta il catechismo e partecipa attivamente a tutte le attività ecclesiastiche, e suo è lo sguardo su una Chiesa piena di contraddizioni, che lei osserva, registra,ma dove non riuscirà a trovare la sua strada. Gli attori sono tutti bravi,esordienti e non, guidati da un'ottima capacità di regia.
La ragazzina che interpreta Marta ha gli stessi colori e lineamenti simili alle Rohrwacher, quasi sembra una terza sorellina.
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Il debutto alla regia ci fa conoscere il talento della sorella della più nota (e ottima) attrice Alba. Storia di formazione di Marta,una ragazzina tredicenne che,dopo 10 anni vissuta in Svizzera si ritrova catapultata nel Sud Italia,in un mondo dalle tradizioni arcaiche,e per alcuni versi assurde,a lei del tutto sconosciute. Marta frequenta il catechismo e partecipa attivamente a tutte le attività ecclesiastiche, e suo è lo sguardo su una Chiesa piena di contraddizioni, che lei osserva, registra,ma dove non riuscirà a trovare la sua strada. Gli attori sono tutti bravi,esordienti e non, guidati da un'ottima capacità di regia.
La ragazzina che interpreta Marta ha gli stessi colori e lineamenti simili alle Rohrwacher, quasi sembra una terza sorellina. Immensamente brava Pasqualina Scuncia nel ruolo della catechista Santa:non un'attrice ma presa dalla gente comune,che risulta assolutamente ripugnante,quindi vera.
La Rohrwacher ci mostra il mondo ecclesiale italiano con il suo tocco da documentarista ma con un film delicato e poetico. Bellissimo film,per gusti raffinati.
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