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Standing Army: la denuncia di una realtà oscuraIl documentario di Thomas Fazi ed Enrico Parenti stasera su FX alle 21,55. |
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Il militarismo americano secondo i registi
Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti, è un democratico. Nobel per la pace e simbolo della nuova America rinascente dopo l'amministrazione Bush. Tali premesse sembrerebbero garantire una svolta nel campo militare americano ma la realtà è un'altra. E il documentario Standing Army lo dice chiaramente. Più di settecento basi militari sparse in tutto il mondo, in zone strategiche e fertili per un incremento economico che riempia le tasche degli imprenditori americani, rappresentano le fondamenta della contraddizione più grande dell'amministrazione Obama. Il documentario di Thomas Fazi ed Enrico Parenti indaga in quei lembi di terra dove l'esercito impone la sua presenza, portando con sé segreti che, per obbligo civile, vanno svelati. L'indagine dei registi è portata avanti con uno sguardo lucido che non declina verso teorie del complotto fini a se stesse ma resta salda a un'idea di ricerca che denuncia e induce alla riflessione. Colpe e responsabilità vengono a galla, fanno rabbrividire ma ci aiutano a fare un passo avanti verso una nuova consapevolezza indispensabile.
Com'è nata l'idea del progetto?
Inizialmente il documentario avrebbe dovuto essere un semplice reportage con videocamera alla mano sulla base militare di Vicenza. Poi abbiamo approfondito la questione e ci siamo resi conto che parlare solo di Vicenza sarebbe stato riduttivo. Così abbiamo allargato lo sguardo all'Europa e poi al mondo intero, fino al Giappone. Mano a mano che capivamo quanto era estesa questa rete, il documentario cresceva.
Quali sono le difficoltà che avete dovuto affrontare?
Le difficoltà principali sono state economiche, ovviamente. Il documentario è interamente autofinanziato da me e dall'altro regista Enrico Parenti. Ci abbiamo messo molto a realizzarlo. Ogni volta che avevamo messo da parte un po' di soldi per fare un viaggio e riuscivamo a liberarci dagli impegni lavorativi, partivamo. Insomma, il film è stato fatto veramente nei ritagli di tempo.
Poi altre grandi difficoltà non ce ne sono state. Per esempio, tutti gli intervistati sono stati disponibilissimi ad incontrarci, da Chomsky a Vidal, tutti hanno cercato di darci una mano. Anche entrare a Camp Bondsteel in Kosovo è stato abbastanza facile. Gli abbiamo detto che eravamo lì per fare un reportage sull'indipendenza del Kosovo e ci hanno aperto tutte le porte. O meglio, quasi tutte chiaramente. Poi si è diffusa la voce del lavoro che stavamo facendo e non ci hanno fatto entrare in nessun altra base, né in quella italiana, né ad Okinawa.
Come avete trovato i mezzi economici e il tempo per portare a termine il vostro lavoro?
Fortunatamente facciamo dei lavori che ci permettono di avere orari flessibili. Enrico fa il filmaker e lavora da free lance. Io faccio il traduttore, lavoro da casa e posso gestire un po' il tempo come voglio. Realizzare il documentario e poi promuoverlo in giro per il mondo ci comporta tantissimi sacrifici però è il primo film e lo vediamo come il nostro biglietto da visita, anche se speriamo, in futuro, di fare un iter più classico. Poi devo dire che i mezzi tecnici hanno abbattuto i costi. Un documentario come il nostro, fino a qualche anno fa, sarebbe costato centinaia di migliaia di euro e penso che anche oggi, in mano ad una società di produzione sarebbe costato 200.000 euro. Noi alla fine l'abbiamo realizzato con 40.000 euro che, per le nostre tasche, era tanto ma per gli standard del cinema è veramente niente. Però un'altra cosa che volevamo mostrare è che oggi è possibile fare dei prodotti che hanno degli standard molto alti a costi molto molto bassi.
Nel documentario mostrate un video promozionale americano che invita all'arruolamento nella base aeronavale di Diego Garcia. Queste immagini idilliache stridono con la drammatica deportazione che i civili hanno dovuto subire per lasciare spazio alla base. Che tipo di difficoltà avete incontrato nel recuperare questo materiale e inserirlo nel montaggio?
Non abbiamo subito nessun tipo di censura perché i materiali che abbiamo preso fanno parte del Dipartimento della Difesa americano. Anche le immagini più recenti come quelle sulla guerra in Iraq o in Afghanistan, sono tutte immagini che vengono da un sito apposito del dDpartimento, dove vengono forniti materiali ai giornalisti. Qualunque materiale girato da un ufficiale del governo americano o dell'esercito è di dominio pubblico. E questa è una risorsa fantastica per i filmaker. In Italia, per esempio, non abbiamo avuto accesso ai materiali d'archivio perché costano tantissimo. La risorsa del Dipartimento della Difesa americana ci ha salvato la vita. Senza di loro, paradossalmente, il film non sarebbe stato possibile.
Come state promuovendo il documentario? E come stanno andando le vendite del dvd?
Il documentario sta andando molto bene nel circuito dei festival. Ci hanno selezionato, per esempio, al festival internazionale di São Paulo di novembre e ci hanno preso al DOK di Lipsia. Abbiamo vinto il premio come miglior documentario al festival SiciliAmbiente e anche le vendite del dvd stanno andando bene. Siamo contenti perché il nostro obiettivo era quello di coniugare una denuncia forte ad un appeal commerciale che avesse un linguaggio diretto a più gente possibile. E anche le tv che hanno una programmazione di un certo tipo l'hanno preso. L'abbiamo venduto in Finlandia, in Polonia e stiamo chiudendo vari accordi nei paesi arabi, dove sta piacendo molto, e in Giappone, dove verrà distribuito in sala.
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(mymonetro: 3,00) |
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