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gianleo67
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domenica 13 maggio 2012
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le speranze deluse della 'giovine italia'
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Le tappe più importanti del nostro Risorgimento e dell'unificazione d'Italia ripercorse dalla vita e dal sacrificio di tre giovani meridionali (del cilento) affiliati alla 'Giovane Italia' di G.Mazzini. Martone dirige con mestiere uno sceneggiato cinematografico che si inserisce appieno (tanto nella forma che nella sostanza) nella nostra migliore tradizione televisiva (si direbbe ora 'fitcion'). E' in realtà un teleromanzo storico appassionato e lucido che si avvale di una buona accuratezza nella scrittura e nella definizione dei personaggi, grazie anche e soprattutto al lavoro di interpreti di prim'ordine (tra tutti un intenso Luigi Lo Cascio).
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Le tappe più importanti del nostro Risorgimento e dell'unificazione d'Italia ripercorse dalla vita e dal sacrificio di tre giovani meridionali (del cilento) affiliati alla 'Giovane Italia' di G.Mazzini. Martone dirige con mestiere uno sceneggiato cinematografico che si inserisce appieno (tanto nella forma che nella sostanza) nella nostra migliore tradizione televisiva (si direbbe ora 'fitcion'). E' in realtà un teleromanzo storico appassionato e lucido che si avvale di una buona accuratezza nella scrittura e nella definizione dei personaggi, grazie anche e soprattutto al lavoro di interpreti di prim'ordine (tra tutti un intenso Luigi Lo Cascio).Gli si potrebbe obiettare una certa prolissità verbale e figurativa (prevalenti i piani in interno e l'uso del campo medio) che rendono la narrazione estenuante anche per via di una eccessiva lentezza. Tuttavia sembra questa la soluzione ideale e più confacente alla materia trattata, conferendovi una assolutà dignità stilistica (marchio di fabbrica del bravo autore) e di rappresentazione. Il tema centrale che muove il racconto è rappresentato ideologicamente dalle speranze deluse dei primi movimenti repubblicani di stampo 'giacobino' (La Giovane Italia) che anche e soprattutto a livello internazionale animano la scena politica europea nelle prima metà del 1800. Vi si rinviene un interessante compendio delle vicende che portarono alla nostra unità nazionale ed agli uomini che più contribuirono a determinarla.Si passa così dall'esperienza fallimentare dei moti savoiardi , al contrasto del dominio borbonico al sud fino al compromesso che porta all'unificazione sotto l'egida dei Savoia e alla disillusione ultima delle imprese garibaldine. Molte di queste vicende sono solo evocate, ma la costruzione di un'atmosfera credibile e accurata ne enfatizza adeguatamente l'importanza nell'economia della 'Storia'. Il film (sceneggiato) è suddiviso in quattro parti che ripercorrono le vicende di tre dei figli minori (ispirati a personaggi reali) della Storia Patria a sottolineare l'importanza di un diffuso sentimento di unità nazionale, anche se non mancano eccessi di didascalica pesantezza nel ribadire un insanabile pessimismo storico, una atavica sfiducia nella qualità di questo sentimento. Ciascuno dei primi tre episodi presenta una ulteriore suddivisione in due atti segnati da uno scarto temporale che copre circa un ventennio, lo stesso che intercorre tra l'età degli ideali e delle speranze giovanili a quella della disillusione ultima del compromesso politico della Repubblica Monarchica.Col senno di poi si comprende bene come ci sarebbe voluta un'altra guerra civile e altri sacrifici di giovani vite per costruire, a più di cent'anni dai primi vagiti, una piena realizzazione dell'ideale repubblicano. Piccolo e utile compendio della storia patria nei 150 anni dalla sua fondazione.
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francesco di benedetto
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domenica 4 marzo 2012
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tra '800 e '900
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Un film che guarda alle violenze e ai moti insurrezionali del Risorgimento ma che finisce per ricucire alcune fette laceranti dell’immaginario nazionale più recente; restituendo ex post l’esperienza (gli ormoni e gli afflati giovanili, i dolori, la temperie autodistruttiva) degli anni di piombo, dal punto di vista dei terroristi rossi.
Centrale, nell’economia di tutto il film, il motivo del “locus amoenus” di una gioventù tenera e ormonale, fatta in primis di sbandamenti sentimentali e afflati civili per supplire a una quotidianità che non sa di niente, e vissuta per lo più da ricchi signorotti incapaci di mettere pienamente a fuoco la causa democratica per la quale stanno combattendo: una gioventù ideale, cuore simbolico e propulsore delle scelte e condotte di una vita, che col passare del tempo scoprirà il suo volto più maturo di fissazione fantasmatica e chimerica che porterà all’isolamento, al degrado, alla dannazione, alla follia.
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Un film che guarda alle violenze e ai moti insurrezionali del Risorgimento ma che finisce per ricucire alcune fette laceranti dell’immaginario nazionale più recente; restituendo ex post l’esperienza (gli ormoni e gli afflati giovanili, i dolori, la temperie autodistruttiva) degli anni di piombo, dal punto di vista dei terroristi rossi.
Centrale, nell’economia di tutto il film, il motivo del “locus amoenus” di una gioventù tenera e ormonale, fatta in primis di sbandamenti sentimentali e afflati civili per supplire a una quotidianità che non sa di niente, e vissuta per lo più da ricchi signorotti incapaci di mettere pienamente a fuoco la causa democratica per la quale stanno combattendo: una gioventù ideale, cuore simbolico e propulsore delle scelte e condotte di una vita, che col passare del tempo scoprirà il suo volto più maturo di fissazione fantasmatica e chimerica che porterà all’isolamento, al degrado, alla dannazione, alla follia.
Meraviglioso tutto il terzo quarto del lungometraggio, dedicato ai progetti terroristici all’estero di uno dei tre membri della Giovine Italia su cui si focalizza la narrazione (interpretato da un superlativo Valerio Binasco).
E meraviglioso in particolar modo un passaggio di questa sezione del film che pare alludere al ruolo che gli anni ’980 ebbero nel disinnescare definitivamente la violenza brigatista del decennio precedente: la sequenza in cui, poco prima dell’attentato a Napoleone III, il personaggio gira spaesato per le strade limitrofe e si lascia catturare da una Parigi totalmente cambiata e irriconoscibile (rispetto a quella che aveva vissuto lui da ragazzo, nella prima metà del secolo), quella “edonistica” e “spettacolare” degli impressionisti, dei caffè, dei giardini, dei ritrovi pubblici, dei giochi di luce artificiale nella notte, della folla e dei primi prodromi di una contemporaneità e di una società di massa che stavano proprio di lì a venire e che avrebbero cambiato radicalmente la percezione del mondo.
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lorenzo1287
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venerdì 27 gennaio 2012
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affresco generazionale epico.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti. Angelo finirà giustiziato in Francia per l’attentato dinamitardo a Napoleone III, mentre Domenico percorrerà tutta la trama del film, fino al finale davvero intrigante e dal sapore epico, quando nella scena finale a Roma alla Camera, immagina di puntare la pistola contro Crispi mentre vi tiene un discorso, quel Crispi che era stato garibaldino e che ora aveva invece dato al suo governo una svolta autoritaria, facendo imbarcare l’Italia in una campagna coloniale disastrosa, scena che viene suggellata dalla frase “Noi credevamo”. Ottimo film, davvero intrigante, coinvolgente e carico di epos; attori magistralmente diretti, Lo Cascio svetta su tutti per bravura.
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lorenzo1287
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venerdì 27 gennaio 2012
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affresco generazionale epico.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti. Angelo finirà giustiziato in Francia per l’attentato dinamitardo a Napoleone III, mentre Domenico percorrerà tutta la trama del film, fino al finale davvero intrigante e dal sapore epico, quando nella scena finale a Roma alla Camera, immagina di puntare la pistola contro Crispi mentre vi tiene un discorso, quel Crispi che era stato garibaldino e che ora aveva invece dato al suo governo una svolta autoritaria, facendo imbarcare l’Italia in una campagna coloniale disastrosa, scena che viene suggellata dalla frase “Noi credevamo”. Ottimo film, davvero intrigante, coinvolgente e carico di epos; attori magistralmente diretti, Lo Cascio svetta su tutti per bravura..
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lorenzo1287
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venerdì 27 gennaio 2012
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affresco generazionale epico.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti.
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Affresco generazionale dal sapore epico. La storia del Risorgimento dal 1828 all’unità d’Italia e oltre, fino al governo Crispi di fine secolo. Il tutto attraverso gli occhi e le vicende di tre ragazzi che nel sud borbonico dopo i moti del 1828 si affiliano alla Giovine Italia. Li vediamo così crescere tra Italia e Francia, passioni e tradimenti, intrighi politici e passionali. Assieme a Domenico (Edoardo Natoli – Luigi Lo Cascio), Angelo (Andrea Bosca – Valerio Binasco) e Salvatore (Luigi Pisani) vediamo altri personaggi chiave come Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi), il Mazzini di Toni Servillo e un Crispi magistralmente interpretato da Luca Zingaretti. Angelo finirà giustiziato in Francia per l’attentato dinamitardo a Napoleone III, mentre Domenico percorrerà tutta la trama del film, fino al finale davvero intrigante e dal sapore epico, quando nella scena finale a Roma alla Camera, immagina di puntare la pistola contro Crispi mentre vi tiene un discorso, quel Crispi che era stato garibaldino e che ora aveva invece dato al suo governo una svolta autoritaria, facendo imbarcare l’Italia in una campagna coloniale disastrosa, scena che viene suggellata dalla frase “Noi credevamo”. Ottimo film, davvero intrigante, coinvolgente e carico di epos.
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nigel mansell
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venerdì 27 gennaio 2012
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ed alla fine lo prendono sempre in saccoccia...
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Ed alla fine lo prendono sempre in saccoccia i poveracci... ci voleva un film del genere per illuminare l'epopea del Risorgimento. Non che non lo avessimo immaginato che fosse andata così, ma è altra cosa vederlo rappresentato. E si capisce perchè una nazione fondata con tali premesse ha poi continuato peggio, perché non ci sia senso dello stato, amore della patria, perchè ci siano queste disparità e differenze... certo tre ore sono troppe, per me è veramente faticoso stare tutto quel tempo in una sala cinematografica: doveva essere accorciato con sapienti tagli, o almeno distribuirlo nella versione corta e lunga. Io sono sempre paricolarmente sensibile al fascino femminile e la Inaudi è favolosa.
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Ed alla fine lo prendono sempre in saccoccia i poveracci... ci voleva un film del genere per illuminare l'epopea del Risorgimento. Non che non lo avessimo immaginato che fosse andata così, ma è altra cosa vederlo rappresentato. E si capisce perchè una nazione fondata con tali premesse ha poi continuato peggio, perché non ci sia senso dello stato, amore della patria, perchè ci siano queste disparità e differenze... certo tre ore sono troppe, per me è veramente faticoso stare tutto quel tempo in una sala cinematografica: doveva essere accorciato con sapienti tagli, o almeno distribuirlo nella versione corta e lunga. Io sono sempre paricolarmente sensibile al fascino femminile e la Inaudi è favolosa. Ottima anche la parte assegnata a Barbareschi, chi meglio di lui poteva interpretare il giuda?
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federico bernardini
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martedì 3 gennaio 2012
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noi credevamo parte seconda
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Fra le recensioni, generose ma non generosissime, scelgo due chicche che dimostrano l'ottusità di un critico che non nomino per carità cristiana.
Costui ci fa notare come il Mazzini, impersonato da Servillo, ci venga presentato come un vecchio intorno al '30, quando aveva venticinque anni...ma Mazzini è nato vecchio e vestito a lutto, caro mio.
Ma questo è nulla se lo confrontiamo con la sua acuta osservazione che rivela a noi sprovveduti spettatori la presenza, in una scena del film, di una struttura di cemento armato, un piccolo ecomostro, la cui valenza simbolica mi pare talmente evidente da non dover essere esplicitata.
Concludo con Ramorino. Durante la Prima Guerra d'Indipendenza era generale dell'esercito piemontese.
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Fra le recensioni, generose ma non generosissime, scelgo due chicche che dimostrano l'ottusità di un critico che non nomino per carità cristiana.
Costui ci fa notare come il Mazzini, impersonato da Servillo, ci venga presentato come un vecchio intorno al '30, quando aveva venticinque anni...ma Mazzini è nato vecchio e vestito a lutto, caro mio.
Ma questo è nulla se lo confrontiamo con la sua acuta osservazione che rivela a noi sprovveduti spettatori la presenza, in una scena del film, di una struttura di cemento armato, un piccolo ecomostro, la cui valenza simbolica mi pare talmente evidente da non dover essere esplicitata.
Concludo con Ramorino. Durante la Prima Guerra d'Indipendenza era generale dell'esercito piemontese. Fu condannato a morte e fucilato per non aver obbedito agli ordini e aver abbandonato, con conseguenze catastrofiche le sue posizioni.
Morì con la dignità con cui non aveva vissuto. Affrontò la morte con eroico coraggio e volle comandare lui il plotone d'esecuzione...un bischero di cappellano gli negò il funerale religioso, considerandolo un suicida...mah!
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federico bernardini
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martedì 3 gennaio 2012
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approfittando del recente passaggio televisivo...
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...Qualche riflessione sul film.
Ho visto "Noi Credevamo" appena uscito. Prima della proiezione, Martone ci ha presentato gli interpreti e ha brevemente illustrato la "filosofia" del suo film: l'Italia, purtroppo, non l'hanno fatta i mazziniani, non è nata per volontà popolare ma per la volontà annessionistica dei Savoia, che hanno aggredito stati sovrani, taluni più ricchi ed economicamente sviluppati del Piemonte, spodestando i legittimi regnanti e sostituendosi ad essi.
Un'occasione perduta, secondo Martone, un malinconico tributo a una generazione di generosi sognatori, sconfitti dalla grande politica e dalla forza delle armi. Grandi applausi. Pochi e poco convinti dopo la proiezione, perché?
Premesso che, dal mio punto di vista, anche se l'avessero fatta i mazziniani, l'Italia sarebbe ugualmente nata male e non certo per volontà popolare, ma settaria, le quasi tre ore e mezza di proiezione (a onor del vero senza noia) si rivelano una sconsolata e desolante riflessione sul velleitarismo e sull'inadeguatezza, ideologica, politica e militare di una generazione perduta, costituzionalmente votata alla sconfitta e minata spesso dalla follia o da frustrazioni sublimate in un'azione inconcludente quando non dannosa, e del tutto avulsa da un rapporto con il popolo, che rimane inerte sullo sfondo e, quando agisce, lo fa spesso in modo viscerale, facendo coincidere i propri interessi con quelli dei legittimi sovrani.
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...Qualche riflessione sul film.
Ho visto "Noi Credevamo" appena uscito. Prima della proiezione, Martone ci ha presentato gli interpreti e ha brevemente illustrato la "filosofia" del suo film: l'Italia, purtroppo, non l'hanno fatta i mazziniani, non è nata per volontà popolare ma per la volontà annessionistica dei Savoia, che hanno aggredito stati sovrani, taluni più ricchi ed economicamente sviluppati del Piemonte, spodestando i legittimi regnanti e sostituendosi ad essi.
Un'occasione perduta, secondo Martone, un malinconico tributo a una generazione di generosi sognatori, sconfitti dalla grande politica e dalla forza delle armi. Grandi applausi. Pochi e poco convinti dopo la proiezione, perché?
Premesso che, dal mio punto di vista, anche se l'avessero fatta i mazziniani, l'Italia sarebbe ugualmente nata male e non certo per volontà popolare, ma settaria, le quasi tre ore e mezza di proiezione (a onor del vero senza noia) si rivelano una sconsolata e desolante riflessione sul velleitarismo e sull'inadeguatezza, ideologica, politica e militare di una generazione perduta, costituzionalmente votata alla sconfitta e minata spesso dalla follia o da frustrazioni sublimate in un'azione inconcludente quando non dannosa, e del tutto avulsa da un rapporto con il popolo, che rimane inerte sullo sfondo e, quando agisce, lo fa spesso in modo viscerale, facendo coincidere i propri interessi con quelli dei legittimi sovrani.
Una generazione, in fondo, disperata, perduta nella nebbia, come uno dei protagonisti che si aggira, in una delle sequenze più simboliche, in un'atmosfera brumosa, che gli impedisce di distinguere sia i suoi compagni sia il nemico. Era l'insurrezione del '34 in Savoia, quella che fallì anche perché Gerolamo Ramorino, incaricato da Mazzini di gestire i fondi raccolti per l'impresa (ventimila franchi oro, se non ricordo male) ne aveva speso la metà in gioco champagne e donnine (questo Martone non lo dice). La stessa insurrezione in occasione della quale, quel codardo di Mazzini svenne alla prima schioppettata e fu portato al sicuro in Svizzera dai suoi fedelissimi (e neanche questo Martone lo dice).
Tragica la figura di questo protagonista, devastato dal suo fallimento personale che, dopo aver ucciso uno dei suoi compagni per motivi che giustifica col tradimento, ma rimangono oscuri, indirizza la sua furia distruttiva prima partecipando all'attentato di Orsini e poi tradendolo, ma senza scampare alla ghigliottina.
Garibaldi è un fantasma. Appare in una sola scena, in campo lunghissimo, in un contesto oleografico degno della più bieca iconografia patriottarda.
Dalla nebbia che avvolge le menti dei protagonisti maschili emerge solo la lucida intelligenza di Cristina Trivulzio di Belgioioso che però esce di scena anch'ella sconfitta e dedita all'oppio.
Le conclusioni sono affidate al terzo protagonista, che assiste a un surreale discorso di Crispi, mazziniano della prima ora e poi feroce manutengolo dei Savoia, in un'aula parlamentare vuota. E' una dichiarazione di sconfitta di quelli che avevano creduto, con la quale Martone, dopo averci mostrato quella generazione in tutto il suo desolante squallore, tenta di nobilitarla come quella che "avrebbe potuto", ma potuto cosa? contraddicendosi platealmente.
(Continua)
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francesco2
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lunedì 2 gennaio 2012
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il vero martone è un altro
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Come il bellissimo "Amore molesto", anche quest'opera ha un'ispirazione letteraria. Subito, però, si intuiscono il taglio didascalico (Quei personaggi che rilasciano ognuno una "dichiarazione di intenti"), ed il modo in cui certe figure, come Mazzini e la principessa che si rifiuta dia ppoggiare i rivoluzionari, non sempre vengono caratterizzati benissimo.
Martone mi è parso sicuramente più incisivo nel tratteggiare ritratti di costruzione ri-costruzione di noi stessi (Oltre al film citato, penso a "Morte di un matematico napoletano"). Quanto a film corali, aveva fatto sicuramente di meglio nell'eccellente "Teatro di guerra", dove il fare Arte diventava un pretesto per dirigersi verso traguardi ancora più nobili.
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Come il bellissimo "Amore molesto", anche quest'opera ha un'ispirazione letteraria. Subito, però, si intuiscono il taglio didascalico (Quei personaggi che rilasciano ognuno una "dichiarazione di intenti"), ed il modo in cui certe figure, come Mazzini e la principessa che si rifiuta dia ppoggiare i rivoluzionari, non sempre vengono caratterizzati benissimo.
Martone mi è parso sicuramente più incisivo nel tratteggiare ritratti di costruzione ri-costruzione di noi stessi (Oltre al film citato, penso a "Morte di un matematico napoletano"). Quanto a film corali, aveva fatto sicuramente di meglio nell'eccellente "Teatro di guerra", dove il fare Arte diventava un pretesto per dirigersi verso traguardi ancora più nobili. Qui non dà il meglio di sé.
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giuseppe calzone
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lunedì 2 gennaio 2012
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ideali,sacrifici,crudeltà che fondarono l'italia
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Il film aveva lo scopo dichiarato di capovolgere la storiografia ufficiale che vedeva l’Unità d’Italia come un’impresa condotta dal Nord, civile e progredito per liberare dai borboni un sud arretrato. Non a caso alcuni degli insorti nel film sono campani e pugliesi proprio per affermare che il sud ha vissuto sulla propria pelle e su quella della sua gente il sacrificio ed il dolore della ribellione ai borboni prima e ai piemontesi poi .Un’opera ancor più dissacratoria era stata condotta anni or sono dal regista Squitieri con il film “ Li chiamavano briganti” ma non mancano altre opere che affrontano l’argomento e registrano la disillusione delle masse popolari tradite in quelle che erano le loro più pressanti aspettative: la terra ed il pane, senza i quali la parola libertà è un termine vuoto .
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Il film aveva lo scopo dichiarato di capovolgere la storiografia ufficiale che vedeva l’Unità d’Italia come un’impresa condotta dal Nord, civile e progredito per liberare dai borboni un sud arretrato. Non a caso alcuni degli insorti nel film sono campani e pugliesi proprio per affermare che il sud ha vissuto sulla propria pelle e su quella della sua gente il sacrificio ed il dolore della ribellione ai borboni prima e ai piemontesi poi .Un’opera ancor più dissacratoria era stata condotta anni or sono dal regista Squitieri con il film “ Li chiamavano briganti” ma non mancano altre opere che affrontano l’argomento e registrano la disillusione delle masse popolari tradite in quelle che erano le loro più pressanti aspettative: la terra ed il pane, senza i quali la parola libertà è un termine vuoto . Ma alcune lamentele sorgono nelle popolazioni calabresi e siciliane senza le quali la caduta del regno borbonico non ci sarebbe stata . Ricordiamo l’espressione di Domenico,personaggio del film –ispirato a Domenico Lopresti ,rivoluzionario effettivamente vissuto, che ebbe a dire non esserci un senso nel sostituire ad un re borbonico un re sabaudo, ad una monarchia un’altra monarchia. Una delle tante critiche riguarda appunto Domenico che non sarebbe stato campano, ma calabrese. Un’altra critica viene dai cultori di storia calabresi che non perdonano a Martone aver ignorato La rivoluzione calabrese del 1848, che suscitò il risveglio delle coscienze e aver trascurato un personaggio di alto spessore politico e culturale , Benedetto Musolino che ,in contrasto con Giuseppe Mazzini, fondò la setta dei “Figliuoli della Giovine Italia”. Questi, nativo di Pizzo Calabro , nell’agosto del 1860 era in Sicilia al seguito di Garibaldi ed ebbe da lui il compito di formare una testa di ponte sulla costa calabrese per agevolare lo sbarco del grosso dell’esercito garibaldino . L’ operazione non gli riuscì completamente e lo sbarco di Garibaldi avvenne un paio di settimane dopo a Melito Porto Salvo, a sud di Reggio Calabria .Ed ecco cosa scrisse Garibaldi il 19 agosto 1860
: “Caro colonnello Musolino-sono fortunatamente sulla terra calabrese con parte dell’esercito.Credo bene che vi avviciniate a questo quartiere generale coi prodi calabresi e coi nostri che via accompagnano. Salutate Missori e tutti i compagni. Vostro G. Garibaldi “. In definitiva, pur con difficoltà comunicative e- secondo alcuni- con parecchie imprecisioni, la pellicola è riuscita nello scopo di presentare l’Unità d’Italia fuori dalla retorica ufficiale e a valorizzare il momento fondante del nostro paese dopo 150 anni dall’evento. D’altra parte non ci si poteva attendere un’opera didattica che illustrasse e spiegasse a fondo anche il ruolo dei personaggi del processo unitario, questo compito spetta, come sempre, alla scuola .
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