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nigel mansell
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venerdì 10 febbraio 2012
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ecco: a me piacciono i cartoni animati
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Quando parlo con la gente della mia disapprovazione verso questi nuovi film della Disney & Company non mi capiscono. Io adoro invece questi film ancora tutti disegnati, con le figure tratteggiate che lasciano così tanto spazio alla fantasia del telespettatore... Ma ormai, in questo turbine vusiness/mediatico dove i film di animazione escono abbinati al merchandising, al cazzabubbolo nell'Happy Meal, ed alle patatine ed hamburger nel multisala... ma chettelodicaffare!
Tra le vari chiavi di lettura ci ho visto la fine dell'infanzia, l'infatuazione della ragazza per il primo amore e la constatazione che la magia non esiste.
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burton99
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domenica 27 novembre 2011
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un illusionista che non illude più nessuno
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Un pò "Luci della città", un pò Tati, con chiara dichiarazione d'amore verso il cinema muto. L'illusione di un uomo qualunque come quella del cinema, e della vita.
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tiamaster
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mercoledì 26 ottobre 2011
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per chi ostenta critiche insensate...
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La magia può essere fatta non solo dai maghi ma anche da un ottimo regista e un animazione impeccabile.Questo film forse non sarà il massimo della scorrevolezza ma è una perla d'animazione del 2010,magari ci fossero simili film ogni giorno...la storia e indiscutibilmente magica e,nella sua semplicità,perfetta.Un ottima colonna sonora e edimburgo ricostruita in maniera superlativa riescono a emozionare lo spettatore.Un sacco di buoni sentimenti e di magie dell'anima danno vita a un film indiscutibilmente bello,che se fosse n pò più scorrevole e "alla portata di tutti" (visto che molta gente e limitata come film da guardare) sarebbe perfetto..avanti il prossimo!!!
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dadoavril
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giovedì 1 settembre 2011
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il film più brutto che abbia mai visto!
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Il Film è assolutamente una delusione.
Tutto è pessimo : trama,dialoghi(inesistenti),ambientazione,disegni.
E' sicuramente il film più brutto che abbia mai visto. Non riesco a capire come possa aver ricevuto cosi' tanti premi...
Assolutamente da sconsigliare !
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francesco2
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lunedì 1 agosto 2011
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rinascere, morire, rinascere ancora
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A tutti noi è successo d volere o dovere rinascere, quando la vita si trovava ad un bivio e bisognava lasciarsi alle spalle qualcosa che apparteneva al passato.Sotto certi (Ma non tutti, beninteso) gli aspetti, questo film si ricollega all'"Amélie" jeunetiano nell'indicare quanto sia dolce la sofferenza legata all'intraprendere un nuovo percorso. Qui certamente non c'è la "douce" Parigi, ma il bianco inverno delle scogliere del Nord-europa. Quello stesso bianco che alcuni ricollegano al
significato "Primigenio" del cinema, ma che potrebbe più banalmente essere legato alla purezza (O all'aridità) di certi paesaggi, già (Intra) visti nel discutibile "Ospite d'inverno", o nella cinese "Foresta dei pugnali volanti", finché non si tinge del sangue dei protagonisti.
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A tutti noi è successo d volere o dovere rinascere, quando la vita si trovava ad un bivio e bisognava lasciarsi alle spalle qualcosa che apparteneva al passato.Sotto certi (Ma non tutti, beninteso) gli aspetti, questo film si ricollega all'"Amélie" jeunetiano nell'indicare quanto sia dolce la sofferenza legata all'intraprendere un nuovo percorso. Qui certamente non c'è la "douce" Parigi, ma il bianco inverno delle scogliere del Nord-europa. Quello stesso bianco che alcuni ricollegano al
significato "Primigenio" del cinema, ma che potrebbe più banalmente essere legato alla purezza (O all'aridità) di certi paesaggi, già (Intra) visti nel discutibile "Ospite d'inverno", o nella cinese "Foresta dei pugnali volanti", finché non si tinge del sangue dei protagonisti.
Ma un tratto distintivo del film,che parzaialmente lo accomuna a quello appena citato, è un'ottima colonna sonora che ne punteggia la filosofia, -Credo- almeno parzialmente chapliniana dove si respira tanta tristezza ma non sempre disgiunta da un (Parziale) ottimismo di fondo: dove una rinascita(dell'uomo) ed una nascita (Della ragazza)devono e vogliono giocoforza convivere, per le casualità della vita come per scelta. Non c'è quel banale rapporto di pigmalione/allieva che si respira in opere come il "Léon" bessoniano, discontinuo e che risolve tutto con un finale ibrido, ma una non banale fiducia infantile nelle illusioni, di cui viene colta quella tragicomica poeticità che forse noi adulti non riusciamo a cogliere più.Il gioco (In tutti i sensi)forse si interrompe in maniera eccessivamente brusca, ma in ogni caso si è seriamente tentati di perdonarlo a Chomet, che ha trasformato un periodo -Pensiamo- relativamente breve, in un continuo alternarsi di (s)vari(at)e emozioni, molto spesso appena sussurrate (Anche letteralmente, del resto: il film è praticamente muto).
Vorrei ulteriormente chiarire che questo non vuole essere un elogio delle capacità formali di questo film , ma giustamente- Anche e soprattutto- del suo significato. Intanto, per ciò che riguarda il personaggio di Alice: la sua crescita non è addebitabile (Solo) ad una banale e retorico prendere coscienza che "L'infanzia è finita", ma nell'avere modificato il suoc oncetto di "Magia": dacché pensava che la magia è quella dei trucchi e degli effetti speciali, l'essere diventata adulta ha significato (ri) cercare un'altra magia; mentre i personaggi di Allen, anche ma non solo quelli di "Incontererai l'uomo dei tuoi sogni" cercano nell'esoterismo(Si fa per dire: quello delle fattucchiere), lei ha imparato ad apprezzare , quella della piccola quotidianità, forse, ma anche quella dell'amore vero.
Quanto invece al "Protagonista maschile", anche qui il regista si rivela molto abile nel raccontarci il suo (Relativamente) sereno distacco da quel mondche si era costruito, scelta che si concretizza anche in "Piccoli" gesti, come lasciare il suo coniglio con altri simili prima di tornare al paese natio. Si ritorna al punto di partenza, non solo col dolore dello "Sconfitto" dal progresso, ma anche -O soprattutto?_ con la consapevolezza che bisogna ricominciare, da dove si era partiti.
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birbo
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domenica 29 maggio 2011
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delusione
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Mah. Animazione, disegni, livello artistico da 9, trama da 4, noioso, triste, un film oltretutto praticamente muto !! Incredibile tutti i premi che ha vinto.
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g_andrini
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sabato 14 maggio 2011
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le animazioni non deludono!
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Il finale è malinconico, ma è una animazione realizzata con cura. Più che di poesia parlerei di retorica molto velata, molto sofisticata.
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quieromirar
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mercoledì 16 marzo 2011
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l’amara dolcezza di sylvain chomet
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Lubitsch avrebbe amato l’ultimo lungometraggio di Sylvain Chomet per la gentilezza del tocco con cui non si limita a dare corpo a una sceneggiatura di Jacques Tati, ma regala al pubblico un autentico atto d’amore nei confronti del cineasta. La scelta dell’animazione non è dovuta semplicemente alla difficoltà di trovare un interprete che potesse incarnare il personaggio di Tati, ma anche alla libertà espressiva che il segno grafico dona a una storia di stati d’animo e di attese che non collimano. Nel tessere una narrazione in cui il tempo è quello –dilatato, sospeso- della speranza, della ricerca, del rimpianto, la dolcezza malinconica dell’illusionista, puntualmente destinato a vedere inappagati i suoi sforzi, evidenzia la solitudine dell’uomo di spettacolo che si offre al pubblico distratto da nuove mode.
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Lubitsch avrebbe amato l’ultimo lungometraggio di Sylvain Chomet per la gentilezza del tocco con cui non si limita a dare corpo a una sceneggiatura di Jacques Tati, ma regala al pubblico un autentico atto d’amore nei confronti del cineasta. La scelta dell’animazione non è dovuta semplicemente alla difficoltà di trovare un interprete che potesse incarnare il personaggio di Tati, ma anche alla libertà espressiva che il segno grafico dona a una storia di stati d’animo e di attese che non collimano. Nel tessere una narrazione in cui il tempo è quello –dilatato, sospeso- della speranza, della ricerca, del rimpianto, la dolcezza malinconica dell’illusionista, puntualmente destinato a vedere inappagati i suoi sforzi, evidenzia la solitudine dell’uomo di spettacolo che si offre al pubblico distratto da nuove mode. Il massimo della visibilità –un corpo sul palco che vorrebbe celebrare il proprio valore- coincide quindi con la spersonalizzazione di chi si esibisce, ridotto a mezzo di intrattenimento, simile a un oggetto da consumare come le macchine con cui il mago ha ben scarsa dimestichezza. Non è un caso che l’unico suono pienamente udibile sia la musica da circo che il clown amico di Tatischeff ascolta ossessivamente: il ricordo di un periodo finito in cui vita e arte erano tutt’uno è troppo vivo e schiaccerà il ventriloquo, ovvero colui che vede nel proprio pupazzo –nel proprio talento- un prolungamento di sé. In questo film in cui non manca la crudeltà compaiono felici note psicologiche, come la porta aperta in soggettiva su Alice addormentata e inconsapevole dei sacrifici che il suo protettore sta facendo per lei. La cinepresa indugia un attimo in più su di lei e la porta si richiude con forza, come se Tatischeff volesse nascondere a se stesso l’amarezza che l’ingenua indifferenza della giovane gli procura e il bisogno di un’attenzione che lo riscatti dal degrado. “I maghi non esistono”, scriverà nell’ultima lettera alla ragazza, ma mentre guarda dal finestrino del treno che lo porta lontano è l’illusione che la vita non sia solo un vuoto spettacolo a fargli aprire gli occhi sul futuro.
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reservoir dogs
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domenica 6 febbraio 2011
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l'immortalità (nascosta) del cinema
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In una Parigi chiaroscurale di inizio '900 un piano sequenza iniziale ci introduce in un teatro, metafora della vita, dove un ombra longilinea ed un pò goffa si esibisce in giochi di prestigio.
Il bianco e nero sfuma ben presto in colorazioni calde che ci mostrano di un mondo di artisti la cui vita sembra essere legata a doppio filo con l'arte che essi praticano tanto da renderli incapaci a cambiare.
Un anziano illusionista, le cui sembianza con Monsieur Hulot è indiscutibile, durante le sue esibizioni fatte di conigli (aggressivi) che escono dal cappello e fazzolletti che nascondono colombe, si rende conto di dover lasciare posto ad una frenetica modernità fatta di juke box e giovani gruppi rock emergenti.
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In una Parigi chiaroscurale di inizio '900 un piano sequenza iniziale ci introduce in un teatro, metafora della vita, dove un ombra longilinea ed un pò goffa si esibisce in giochi di prestigio.
Il bianco e nero sfuma ben presto in colorazioni calde che ci mostrano di un mondo di artisti la cui vita sembra essere legata a doppio filo con l'arte che essi praticano tanto da renderli incapaci a cambiare.
Un anziano illusionista, le cui sembianza con Monsieur Hulot è indiscutibile, durante le sue esibizioni fatte di conigli (aggressivi) che escono dal cappello e fazzolletti che nascondono colombe, si rende conto di dover lasciare posto ad una frenetica modernità fatta di juke box e giovani gruppi rock emergenti.
Durante un trasferta in un piccolo paesino scozzese, l'illusionista troverà Alice, una giovane che affascinata dalla sua magia si affezzionerà ben presto all'uomo iniziando con lui un viaggio all'insegna della conoscenza reciproca e dell'affetto incondizionato; un "illusorio rapporto fra padre e figlia.
Lei giocherà con vestiti e le scarpe con i tacchi a fare la donna senza rendersi di diventarla realmente mentre lui farà cadere le luci della ribalta quando l'ultima insegna della città si sarà spenta.
Una partenza improvvisa e un profetico messaggio farà si che le due vite si separino e prendano ciascuna il loro corso.
A più di cinquant'anni dalla prima stesura della sceneggiatura del film di Tati (1956-59), Chomet riadatta l'opera trasformandola in un nostalgico omaggio al regista da tempo scomparso, modificandone in parte lo stile: inizialmente comico qui in chiave più drammatica.
Il cinema come la fotografia è uno dei pochi strumenti che fa si che ciò che si stà filmando sia consegnato in qualche modo alla Storia; che si possa diventare in qualche modo immortale, come in questo caso per Monsieur Hulot, alter ego di Jacques Tati, figura troppo singolare per essere imitata da altri.
Come nel precedente Appuntamente a Belleville, non vi è necessita della parola, forse qualche frase ma le immagini bastano a raccontare e far Sentire ciò che la voce non potrà mai esprimere.
Innovativo nel genere d'animazione (che predilige la continua mobilità della ripresa), in quanto ricco di inquadrature fisse (piani sequenza, profondità di campo) in modo che il fruitore possa godersi appieno l'immagine.
Una dedica a Sophie Tatischeff ci rivela l'amore paterno nascosto nella pellicola.
La magia non esiste ma l'illusione che essa ci può dare fa si che la vita possa essere in qualche modo allietata.
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club dei cuori solitari
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domenica 23 gennaio 2011
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illusioni
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Jacques Tati è stato uno dei più importanti registi e attori francesi di tutti i tempi, autore di un cinema originale e immediatamente riconoscibile. Ha portato l'arte mimica nel mondo del sonoro, proponendo una commedia garbata e raffinata, dai toni solari e mai volgare. Come Chaplin si esprimeva nel personaggio di Charlot, lui indossava i panni di Monsieur Hulot, mani sui fianchi, pipa e caratteristico berretto. I suoi film più importanti sono Giorno di Festa, Le vacanze di Monsieur Hulot, Mio Zio (che vinse l'oscar come miglior film straniero nel 1959) e soprattutto Tempo di Divertimento. Morì il 5 novembre del 1982, a Parigi. Sua figlia Sophie, che aveva lavorato ai suoi film come montatrice, ha trovato al Centre National de la Cinématographie di Parigi una sua vecchia sceneggiatura rimasta incompleta.
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Jacques Tati è stato uno dei più importanti registi e attori francesi di tutti i tempi, autore di un cinema originale e immediatamente riconoscibile. Ha portato l'arte mimica nel mondo del sonoro, proponendo una commedia garbata e raffinata, dai toni solari e mai volgare. Come Chaplin si esprimeva nel personaggio di Charlot, lui indossava i panni di Monsieur Hulot, mani sui fianchi, pipa e caratteristico berretto. I suoi film più importanti sono Giorno di Festa, Le vacanze di Monsieur Hulot, Mio Zio (che vinse l'oscar come miglior film straniero nel 1959) e soprattutto Tempo di Divertimento. Morì il 5 novembre del 1982, a Parigi. Sua figlia Sophie, che aveva lavorato ai suoi film come montatrice, ha trovato al Centre National de la Cinématographie di Parigi una sua vecchia sceneggiatura rimasta incompleta. L'unico modo per far rivivere suo padre era trasformarlo in un cartone animato, un personaggio composto da sogno e fantasia, com'era stato vicino ad essere lui nei suoi film. Così si è affidata al migliore in quel campo, in Francia, Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville e di uno degli episodi di Paris, je t'aime. Il risultato è splendido.
La storia è ambientata negli anni '50 e vede protagonista un illusionista francese la cui carriera è in declino. I gusti del pubblico sono cambiati, ora i palchi spettano alle rock band isteriche. L'illusionista si muove timido e garbato, in punta di piedi, in un mondo di spacconi e sfruttatori. Gira per i teatri, le feste, i bar, come intrattenitore di pubblici distratti, zotici e ubriachi. Un giorno affronta una lunga trasferta per esibirsi in un pub in un piccolo paese della Scozia, dove stringe una particolare amicizia con l'ingenua ragazzina che vi lavora, Alice. Lei crede che le sue magie siano reali, e rimane colpita dalla gentilezza dell'uomo. Al suo ritorno in Francia lo segue, e vive con lui, che se ne prende cura come un padre. La vita scorre in un hotel fatiscente, popolato da un clown con tendenze suicide, un ventriloquo che soffre la solitudine ed un trio di acrobati gemelli. L'illusionista prova a fare soldi lavorando, con effetti disastrosi e grotteschi, ma le cose vanno sempre peggio, e non basta l'entusiasmo di Alice a migliorare le cose. Lei crescerà e troverà l'amore, lui libererà il suo bistrattato coniglio fra i suoi simili, e lascerà la città dopo un'ultima nota ad Alice: la magia non esiste. Un finale amaro, triste, impossibile per un film americano.
Chomet realizza un film d'animazione (quasi) muto, popolato dalle bellissime musiche che lui stesso ha scritto. Il più delle volte questo espediente è motivato dall'incomunicabilità fra l'illusionista ed Alice, che parlano due lingue diverse. L'unico vero messaggio che si scambiano è quello finale, scritto su un biglietto di carta. La cinepresa è sempre fissa, in campi lunghi o totali, o al limite figure intere. Il ritmo è scandito da un montaggio perfetto, che lascia giustamente godere delle immagini più belle partorite dalla matita dello stesso regista. Fa quasi tutto lui, tranne che giocare con il personaggio principale, che è in ogni gesto Jacques Tati. La sua presenza non si limita ad aleggiare nel corpo disegnato dell'illusionista, ma compare in una meravigliosa scena dentro un cinema, chiamato non a caso Cameo. Chomet dedica il film a Sophie Tatischeff, perché la storia al di là di tutto parla del rapporto padre-figlia, e molti significati nascosti sbocciano con l'ultima immagine rivelatrice. Il suo messaggio è che la magia stessa è un'illusione, così come il cinema, capace di riportare in vita qualcosa che non c'è più, ma soltanto per finta. Questo film è una poesia visiva, che non ha bisogno di parole, ed è il miglior omaggio che potesse essere fatto alla figura di Tati. Pura poesia, schiacciata e indifesa nel mondo frenetico, acido e cinico del 2000.
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