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mtth
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lunedì 17 gennaio 2011
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l'approssimatezza dei numeri primi
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Può accadere - fra un equivoco e un trucco, tra tempi (inutilmente) dilatati e fastidiosi sussurri - che il gioco funzioni, e che almeno si trovi una parvenza formale di temi alti.
Il minimalismo citazionista può essere frainteso per opera autoriale.
Ma non qui, non si corre questo rischio durante o dopo la visione del film di Costanzo. Non v'è traccia della solitudine esistenziale che si vorrebbe restituire, del tormento che resta tutto da inferire. Se il libro peccava di superficialità, il film ne fa fare indigestione.
Neppure inavvertitamente sfugge di mano un guizzo che accarezzi la materia di cui è fatto l'inconscio, il lineamento di un personaggio.
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Può accadere - fra un equivoco e un trucco, tra tempi (inutilmente) dilatati e fastidiosi sussurri - che il gioco funzioni, e che almeno si trovi una parvenza formale di temi alti.
Il minimalismo citazionista può essere frainteso per opera autoriale.
Ma non qui, non si corre questo rischio durante o dopo la visione del film di Costanzo. Non v'è traccia della solitudine esistenziale che si vorrebbe restituire, del tormento che resta tutto da inferire. Se il libro peccava di superficialità, il film ne fa fare indigestione.
Neppure inavvertitamente sfugge di mano un guizzo che accarezzi la materia di cui è fatto l'inconscio, il lineamento di un personaggio. Gli strazianti destini evocati restano nel titolo, sono schiacciati da un'assenza di sostanza.
Eppure la strada percorsa dal regista è nota sin dall'inizio, tutta declinata nel linguaggio: dai primi piani tenuti all'estremo, alla voluta piattezza dei dialoghi, ad una fotografia pretenziosa quanto stereotipata. Sequenze dei ricordi che irrompono con il ritmo sbagliato come quelle camere dell'albergo invernale alla "Shining", con tanto d'orpello di cantilene infantili che sembrano un omaggio a Dario Argento e una presa diretta imbarazzante per piattezza, dalle quali non emerge nulla: né ansia, né inquietudini, né realismo.
Pellicola strabordante di citazioni dirette o indirette, da Bellocchio ad Antonioni, a mezzo dopoguerra (con curiosi esiti di abbozzi di denuncia sociale e politica che scaturiscono in un padre piccolo borghese caricaturizzato come in un cinepanettone, e la recalcitrante poetica delle colpe generazionali). Costanzo osa disseminare tracce qua e là: l'inserzione delle fotografie ( Alice diventa fotografa, i due verranno condannati all'ineluttabile che li unisce da una fotografia rubata, Mattia scoprirà ciò che è taciuto nella penombra di una camera oscura nel bagno della casa di Alice), i numeri del (bel) titolo che coprono le voci degli altri e l'incomunicabile. E fallisce nel raccontare l'adolescenza, l'infanzia e l'età adulta con personaggi che zoppicano o si tagliano per urlare la propria diversità- Un collage disarticolato che fiacca anche gli attori in una sceneggiatura velleitaria e inconcludente a struttura circolare, ellittica. Ma non chiusa, irrisolta.
Film punteggiato di rimandi a sé stesso, a panchine nel parco, piogge e nebbie onnipresenti, clown e stereotipi disarmanti.
Nella noia di chi resta in attesa, si assiste anche al cattivo gusto di buttare nel piatto l'anoressia come ultima spiaggia del "male di vivere".
Film involuto, sconsigliabile ma senza effetti collaterali.
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popsa1111
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lunedì 13 settembre 2010
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pessimo film
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Il film tenta disperatamente di dare colore a un romanzo che seppur diventato un bestseller risultava scialbo, banale, un'incolore impresa commerciale progettata a tavolino sfruttando i mali della società contemporanea. Saverio Costanzo non vi è riuscito.Il film risulta lento, la narrazione procede attraverso una sequenza di flashback e flashforwards caotica irrazionale e priva di ritmo al punto da risultare irritante. La scrittura è lacunosa e mancano passaggi importanti per la sua comprensione al punto tale da non riuscire, nonostante la drammaticità della storia raccontata, a emozionare per nulla. Nel complesso un pessimo film, sicuramente da non andare a vedere.
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erixon
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lunedì 5 marzo 2012
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terribile
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Il romanzo è un caso letterario pompato da premi comprati e pubblicità gratuita, essendo edito da Mondadori. La massa purtroppo ne parla come un capolavoro. Buchi e incongruenze, principalmente irrealtà. Qualità che non sono certo adducibili al neo-realismo. E, se già il libro presenta scarsezza di realtà, nonostante il tentativo dell'Autore diinquadrare le concrete difficoltà di un "disadattato" nell'interfacciarsi col mondo sociale, il film rende ancora più metafisica ergo impossibile la consecutio della trama con silenzi infiniti, flashback malamente intrecciati, scelte di casting errate (eclatante la diversità tra l'Alice adulta, Alba Rohrwacher, e l'Alice bambina, Martina Albano).
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Il romanzo è un caso letterario pompato da premi comprati e pubblicità gratuita, essendo edito da Mondadori. La massa purtroppo ne parla come un capolavoro. Buchi e incongruenze, principalmente irrealtà. Qualità che non sono certo adducibili al neo-realismo. E, se già il libro presenta scarsezza di realtà, nonostante il tentativo dell'Autore diinquadrare le concrete difficoltà di un "disadattato" nell'interfacciarsi col mondo sociale, il film rende ancora più metafisica ergo impossibile la consecutio della trama con silenzi infiniti, flashback malamente intrecciati, scelte di casting errate (eclatante la diversità tra l'Alice adulta, Alba Rohrwacher, e l'Alice bambina, Martina Albano). Sia presa diretta che le musiche sono l'ancora di salvezza per il pathos del film. Il montaggio è ovviamente sovrano. Trovo inoltre offensiva l'idea stessa del romanzo perché mostra due disadattati senza prospettare evoluzione, senza offrire speranza, se non il matrimonio di Alice con un dottore, una trovata pessima peraltro inespressa nel film. Se fosse stato ambientato nell'800 forse avrebbe retto. Un film assolutamente vuoto e colmo di vuoti. Mi spiace per la regia, il direttore di fotografia e tutti coloro che hanno perso tempo, con grandi sforzi, nel tentare di rendere interessante una storia inesistente.
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viola96
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sabato 24 settembre 2011
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indecifrabile.
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Il cinema italiano di qualità è destinato,in un modo o nell'altro,a farsi da parte,minacciato dal crescente dominio delle commediole che incassano tanto e che non si ritraggono quasi mai.Il poco cinema Italiano che non sia prevalentemente commerciale è sotto ostaggio della politica(specialmente della Sinistra),dell'ecumenismo in genere,dell'assordante e liberatoria auto-proclamazione di classe elevata.Tratto da un romanzo discretamente riuscito di Paolo Giordano,"La solitudine dei numeri primi" è un'attenta contemplazione sul significato del dolore e sulla dolorosità della cura.Costanzo,che ha un tocco vagamente neo-realista e che si auto-importa nel buio e triste caos amniotico della vicenda,non riesce nell'impresa di trasportare sul grande schermo un romanzo di puro stampo sociale senza quindi incappare nel patetismo delle figure.
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Il cinema italiano di qualità è destinato,in un modo o nell'altro,a farsi da parte,minacciato dal crescente dominio delle commediole che incassano tanto e che non si ritraggono quasi mai.Il poco cinema Italiano che non sia prevalentemente commerciale è sotto ostaggio della politica(specialmente della Sinistra),dell'ecumenismo in genere,dell'assordante e liberatoria auto-proclamazione di classe elevata.Tratto da un romanzo discretamente riuscito di Paolo Giordano,"La solitudine dei numeri primi" è un'attenta contemplazione sul significato del dolore e sulla dolorosità della cura.Costanzo,che ha un tocco vagamente neo-realista e che si auto-importa nel buio e triste caos amniotico della vicenda,non riesce nell'impresa di trasportare sul grande schermo un romanzo di puro stampo sociale senza quindi incappare nel patetismo delle figure.Alba Rochwaller e Luca Marinelli,si prestano a questo gioco al massacro che prevede più vittime e meno complici del solito.La storia narra di Alice,triste anoressica zoppa,che risulta un personaggio troppo vicino al patetismo e alla pietà civile,per auto-commeserarsi(ci) e di Mattia,auto lesionista colpevole di aver involontariamente provocato la morte della sorellina affetta da autismo.Le loro vite si incroceranno.Entrambe le figure dei due protagonisti,lontane dalla rappresentazione schematica del romanzo,rappresentano due singoli individui con difetti e pregi e problemi,che uniti a coppia,cercano di superarli.E invece li raddoppiano.Non è un capolavoro "La solitudine dei numeri primi":Nella sua tempestiva audacia si dimentica di considerare punti importanti nella vicenda e cerca di autocontrollarsi,diventando il più casto possibile.Inoltre,l'idea di svolgere il film in periodi storici discostanti,che nel romanzo era riuscita benissimo,stavolta perde di lucidità e non permette spunti ben più importanti di quelli semplicistici.Come al solito,il confronto con il romanzo è impetuoso:Dove il libro di Giordano ampliava più gli aspetti metafisici e surreali della vicenda,Costanzo permette alla sua macchina di presa non di ricrearsi negli archivi della memoria e nei meandri della mente dei protagonisti,ma bensì di gurdarli con sguardo attento e consolatorio,verso un mondo nuovo che appare impossibile.A parte qualche netta differenza con il romanzo,si dimostra un adattamento affidabile e preciso,che ricostruisce sullo schermo ciò che nel romanzo veniva solo accennato.Notiamo un progressivo aumento di colore e mescolanza di atmosfere:Mentre si parte dal liceo,in cui i due si incontrano e iniziano a condividere i loro problemi,si finisce in un luogo che sembra magico,in cui i problemi non esistono,o meglio passano in secondo piano.Comunque,il film tocca tasti importanti:Il senso di colpa per la morte di un caro,l'anoressia,il disagio sociale,l'auto-fustigazione.Soprattutto quest'ultimo tratto è reso splendidamente nel film:Mattia si punisce non perchè pensa di aver provocato la morte della sorella,ma bensì perchè lui sa che avrebbe potuto aiutarla e non lo ha fatto.C'è tanta,ma tanta,ma tanta carne al fuoco,che rischia di bruciare inesorabilmente e di ridursi in cenere e in poltiglia.Ottime le interpretazioni dei protagonisti,le musiche interessanti,i vari riferimenti all'infanzia,ma può risultare dannosa la sovra esposizioni a cambiamenti temporali e l'assordante tempestività dell'azione."La solitudine dei numeri primi" è un lento e solenne harakiri umano,che non coglie ciò che c'era da cogliere e non si fa apprezzare.Insomma,alla fine,si resta con l'amaro in bocca.
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francesco2
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domenica 17 luglio 2011
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rovinare sempre tutto..per colpa della solitudine?
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Le prime scene ci mostrano una recita di cui sono protagonisti i due giovani protagonisti, allora bambini: non sappiamo subito che si tratta di una recita, perdipiù non certamente priva -Con contorni soft- di quella dimensione "Horror" che secondo vari giudizi, non a torto pervade parzialmente il film. Non sapendo se esista o meno nel libro una situazione del genere (L'incipit vero e proprio è comunque diverso), è possibile leggerlo come un suggerimento, meno didascalico probabilmente a vedersi di quanto possa apparire in questa recensione: la vita è una recita,e più che mai lo è per dei numeri primi come Alice e Mattia, (auto?) condannatasi alla solitudine ed a un certo grado di isolamento dal mondo.
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Le prime scene ci mostrano una recita di cui sono protagonisti i due giovani protagonisti, allora bambini: non sappiamo subito che si tratta di una recita, perdipiù non certamente priva -Con contorni soft- di quella dimensione "Horror" che secondo vari giudizi, non a torto pervade parzialmente il film. Non sapendo se esista o meno nel libro una situazione del genere (L'incipit vero e proprio è comunque diverso), è possibile leggerlo come un suggerimento, meno didascalico probabilmente a vedersi di quanto possa apparire in questa recensione: la vita è una recita,e più che mai lo è per dei numeri primi come Alice e Mattia, (auto?) condannatasi alla solitudine ed a un certo grado di isolamento dal mondo.
Da questo punto di vista, l'inizio fa ben(ino) sperare, nonostante la sceneggiatura vista e rivista di genitori piccolo-borghesi-ottusi che, spiace dirlo, finisce paradossalmente per apparire vecchia almeno quanto i personaggi che pretende di rappresentare. Esistono però elementi innovativi rispetto al nostro, stantio cinema: la dimensione del cartone animato che non propone un lieto fine, ma che anzi porta all'estremo la dimensione non consolatoriadella finzione" vista nella sequenza d'apertura, e persino i codici linguistici, con certe scene di gruppo ove le compagne di Viola appaiono simpaticamente(?) deformate, appaiono una curiosa miscellanea Di Corsicato, della De Lillo e forse di altro: un film che sconfiggerebbe la perbenista "Igiene del cinema" canoviana , proprio perché deforma secondo codici di quel Cronenberg adorato dal codice milanese, a differenza del (Mi ripeto) del cinema nostrano che raramente, come in "Pranzo di Ferragosto" e poco altro deforma i canoni, non perché garbato ed elegante ma anzi per il motivo opposto: perché come scrive Maltese la televisione lsembra averlo ucciso, e le sue forme (In tutti isensi!) sono le stesse anodine e falsamente viscerali che ci ripropongono le nostre fiction.
La storia però comincia scricchiolare ove si vuole giocare coi flashback: se "Il cigno nero" fondeva sogni e realtà, perversione (Un pò grossolana, a volte) e realtà, paradossalmente(?) quello che non riusciva a fare la malcapitata protagonista, Costanzo qui parzialmente cade. Perché passino, parzialmente, la storia lesbica di Viola (Peraltro, dicono, inesistente nel libro) che la segnerà per sempre (A proposito di Cronenberg: è troppo associare il tatuaggio e ciò che comporta all'uomo-macchina cronenberghiano?), con delle psicologie un pò arraffazzonate ed un ricerca della trasgressione un pò fine a sé stessa, almeno quanto nel film di Afronovsky: ma è nel racconto di Michela,ì che Giordano esaurisce quella carica trash (Non kitzch, attenzione) che caratterizzava i primissimi minuti, anche con trovate caricate come il braccio mutilato(Ancora!) mostrato con fare provocatorio, e la carrellata con la musica presa in prestito dall'"Uccello delle piume di cristallo". Tutto si riduce al giallino(??) instile(??)Mazzacurati, la festa che rovina tutto stile "Gianni e le donne", il complesso di colpa che ti accompagnerà per tutta la vita.
Finale poco credibiile e didascalico: Alice, fondendo (Ancora) la finzione con la realtà, aveva creduto (Quasi sicuramente) di avere rivisto Micaela, ma quel falso allarme farà tornare da lei Mattia, riducendo ulteriormente il film ad un esempio di cinema splatter buono per una seratina televisiva, in cui si chiede un pò di provocazione spicciola che ti faccia un pò pensare e non ti annoi troppo.
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luigi.blu
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domenica 3 ottobre 2010
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un film che fa male agli occhi ed alle orecchie
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Chi non ha letto il libro, e' meglio che non vada a vedere questo film: non ci capirebbe niente. Per chi invece lo ha letto, il consiglio e' lo stesso. Infatti contrariamente al libro che ha una narrazione molto lineare e cronologica, il film si svolge in modo completamente arbitrario con continue fughe in avanti ed all' indietro nel tempo, e rende difficile la ricostruzione mentale di tutta la storia. Le motivazioni fondamentali del disagio psicologico dei due protagonisti, che nel libro vengono raccontati nelle prime pagine, nel film vengono svelati solo a meta' del secondo tempo. Nel film non si capisce la motivazione fondamentale che ha Alice nell'andare da sola a fare la fotografa al matrimonio di Viola.
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Chi non ha letto il libro, e' meglio che non vada a vedere questo film: non ci capirebbe niente. Per chi invece lo ha letto, il consiglio e' lo stesso. Infatti contrariamente al libro che ha una narrazione molto lineare e cronologica, il film si svolge in modo completamente arbitrario con continue fughe in avanti ed all' indietro nel tempo, e rende difficile la ricostruzione mentale di tutta la storia. Le motivazioni fondamentali del disagio psicologico dei due protagonisti, che nel libro vengono raccontati nelle prime pagine, nel film vengono svelati solo a meta' del secondo tempo. Nel film non si capisce la motivazione fondamentale che ha Alice nell'andare da sola a fare la fotografa al matrimonio di Viola. Non si capisce nemmeno qual e' l' attivita' di Mattia quando va a lavorare in Germania. Addirittura, nel film, non si capisce nemmeno tanto bene il titolo, cioe' che attinenza abbiano i numeri primi e la loro solitudine, con tutta la storia dei due protagonisti. Nel romanzo invece tutto cio' e' spiegato molto bene, ed e' l'essenza stessa della storia. C'e' poi una sequenza piuttosto lunga, ambientata in discoteca, in cui la musica ossessiva spacca i timpani, e le luci psichedeliche con continui lampi improvvisi, causano un vero fastidio agli occhi dello spettatore, che veramente non vede l'ora che finisca. Si salva solo l' interpretazione di Alba Rohrwacher, brava come al solito.
Luigi
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ralphscott
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mercoledì 22 settembre 2010
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il meglio all'inizio
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Inizio strepitoso. Una lunga,spaventosa sequenza,dove le maschere della recita scolastica vengono inquadrate vorticosamente; la musica che Morricone scrisse per "L'uccello dalle piume di cristallo" come protagonista sublime ed assoluto. In seguito,una sceneggiatura servile nei confronti del romanzo originale,affastella troppe dinamiche non sempre secondo logica,omettendone molte altre.. Le vicende che segnano la vita di Alice e Mattia,vengono montate solo nell'ultima parte del film,contribuendo a confondere lo spettatore. Assurda la deriva lesbo tra Alice e Viola,in luogo dell'attrazione omo tra Matteo ed il suo paffuto compagno di banco. La Rohrwacher piace o irrita.
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Inizio strepitoso. Una lunga,spaventosa sequenza,dove le maschere della recita scolastica vengono inquadrate vorticosamente; la musica che Morricone scrisse per "L'uccello dalle piume di cristallo" come protagonista sublime ed assoluto. In seguito,una sceneggiatura servile nei confronti del romanzo originale,affastella troppe dinamiche non sempre secondo logica,omettendone molte altre.. Le vicende che segnano la vita di Alice e Mattia,vengono montate solo nell'ultima parte del film,contribuendo a confondere lo spettatore. Assurda la deriva lesbo tra Alice e Viola,in luogo dell'attrazione omo tra Matteo ed il suo paffuto compagno di banco. La Rohrwacher piace o irrita. Io son del secondo partito. Tuttavia complimenti per la metamorfosi a servizio del personaggio:dimagrmento degno del personaggio,anoressico,appunto.
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goldy
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venerdì 10 settembre 2010
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eccessivo
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Pur essendo i rapporti famigliari e scolastici descritti con inquadrature inequivocabili che motivano l'abisso di solitudine nel quale i due ragazzi sviluppano il rispettivo percorso affettivo non si può non obiettare che tutto in questo film è improntato a un insopportabile eccesso. Anche di fronte a una dolente inadeguatezza del vivere come questa raccontata nella storia, si sente la necessità di una certa qual ironia per alleggerire uno stile insopportabilmente greve. Santo cielo! Quanti giovani che andranno a vedere il film avranno vissuto gli stessi disagi ( se si esclude l'episodio della sorellina gemella) e non per questo avranno rinuciato a lottare per una loro felicità.
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Pur essendo i rapporti famigliari e scolastici descritti con inquadrature inequivocabili che motivano l'abisso di solitudine nel quale i due ragazzi sviluppano il rispettivo percorso affettivo non si può non obiettare che tutto in questo film è improntato a un insopportabile eccesso. Anche di fronte a una dolente inadeguatezza del vivere come questa raccontata nella storia, si sente la necessità di una certa qual ironia per alleggerire uno stile insopportabilmente greve. Santo cielo! Quanti giovani che andranno a vedere il film avranno vissuto gli stessi disagi ( se si esclude l'episodio della sorellina gemella) e non per questo avranno rinuciato a lottare per una loro felicità. Qui sembra che tale aspetto di possibile riscatto sia improponibile in una logica di lettura della vita intollerabilmente egocentrica e tutta ripiegata su se stessi.
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[+] credo che ....
(di dubbiosa)
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rhino
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domenica 13 febbraio 2011
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ce le ha tutte lui: brutta ogni cosa
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Tranne la prova offerta dagli artisti in questo tragico film, il resto è una catastrofe, dalla lentezza alla drammaticità alla pretesa eleganza.Brutto.
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pietro muratori
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martedì 28 settembre 2010
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“entropia cinematografica”
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“La solitudine dei numeri primi”
Storia di un’entropia cinematografica
“La solitudine dei numeri primi “, dal romanzo di Paolo Giordano, di Saverio Costanzo, è la storia di due ragazzi, Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia (Luca Marinelli), soffocati dalla vita, per ognuno do loro un’adolescenza pesante che ha lasciato un solco invalicabile per arrivare agli altri, un’esistenza personale che buca l’anima, un voto incolmabile che mai nessuno potrà riempire, è questa la condizione esistenziale che si è voluta sintetizzare con la definizione matematica dei “numeri primi”.
La storia è una realtà triste di due bambini, senza svelare gli episodi eclatanti che segneranno l’esistenza dei due personaggi del film, Alice e Mattia sono immersi e travolti da genitori che delegano e proiettano i propri ruoli e le proprie aspettative sui figli, la piccola Alice condannata ad essere una piccola campionessa degli sci, e Mattia, il bravo alunno, incaricato a tempo pieno a badare alla “disturbata” sorella gemella.
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“La solitudine dei numeri primi”
Storia di un’entropia cinematografica
“La solitudine dei numeri primi “, dal romanzo di Paolo Giordano, di Saverio Costanzo, è la storia di due ragazzi, Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia (Luca Marinelli), soffocati dalla vita, per ognuno do loro un’adolescenza pesante che ha lasciato un solco invalicabile per arrivare agli altri, un’esistenza personale che buca l’anima, un voto incolmabile che mai nessuno potrà riempire, è questa la condizione esistenziale che si è voluta sintetizzare con la definizione matematica dei “numeri primi”.
La storia è una realtà triste di due bambini, senza svelare gli episodi eclatanti che segneranno l’esistenza dei due personaggi del film, Alice e Mattia sono immersi e travolti da genitori che delegano e proiettano i propri ruoli e le proprie aspettative sui figli, la piccola Alice condannata ad essere una piccola campionessa degli sci, e Mattia, il bravo alunno, incaricato a tempo pieno a badare alla “disturbata” sorella gemella.
Due “numeri primi gemelli” indivisibili, che si “incontrano”, si sfiorano ma non si vivono, entrambi in una dimensione incommensurabile, sono “due grandezze che sono tra loro in un rapporto irrazionale” (definizione matematica di incommensurabile n.d.r.), incapaci di amarsi e di iniziare qualcosa che sappia di affetto o di rapporti emotivi, che non riescono a rapportarsi col mondo esterno, un’esistenza come una ferita che non smette mai di far male !
Il film, che già dal titolo allettante, supportato anche da un libro best seller, molto atteso sul grande schermo, non convince, la riduzione necessaria per portarlo sul grande schermo non ha funzionato al meglio, scelte di sceneggiatura e di montaggio tradiscono le aspettative dello spettatore.
L’inizio del film promette cinema d’autore, per le ottime scene realizzate per dare risalto alla tensione scenica tra bambini in maschera su un palco del teatro della scuola, dove da lì a poco si svelerà il fardello esistenziale di Mattia, ottima la fotografia ed i costumi, che subiscono, però, le musiche anni ‘70 stile dei Goblin, che ricordano Dario Argento, fuori luogo nel contesto della scena che si vuole rappresentare.
Alle “riduzioni” evidenti, si avvicendano situazioni di stallo, lunghissima l’attesa per svelare l’incidente di Alice, allungato oltre modo, intuibile già dalla prima scena sulle piste di sci, infarcita, poi, di flash back, immagini ridondanti, per enfatizzare pleonasticamente un albergo di montagna, che dovrebbe suonare come un’ossessione per Alice, ma rappresentato come un luogo da “Shining” de noantri.
Un film che ha voluto cambiar genere alla storia, un taglio da thriller psicologico, slegato e sfilacciato per tutto il film, tutte le scene sono tese a creare tensioni, in maniera troppo artefatta e leziosa, nel voler appesantire ancor di più le disgrazie esistenziali di Alice e Mattia.
La seconda parte del film, che si libera dal fardello causale del mal di vivere dei due protagonisti, migliora e prende ritmo, liberato dalle pastoie di un incipit appesantito dalla sceneggiatura, arriva a dare definizione alle interpretazione dei due protagonisti, che contrariamente alla struttura narrativa, sono ben diretti e credibili.
Buono il cast, per ogni attore che contribuisce a far “crescere” i due protagonisti”, ottima la fotografia nelle scene del ballo, come anche le scene ed il montaggio, durante al festa di Viola (Aurora Ruffino), un’unica e morbosa amica di Alice.
In questo universo di microcosmi familiari, così lontani … così vicini a noi, alla deriva delle convenzioni borghesi e sociali, il peso dell’esistenza di Alice e Mattia arriva debole, poco affrontato dal film, un esistenzialismo di facciata, residuale, superficiale, si mostra solo per la descrizione nel loro “apparire”, lasciata solo ad un espressionismo recitativo, e mai nel loro “essere” interiore, manca l’anima dei due personaggi, la profondità dell’anima è dimenticata, come la matematica per ognuno di noi.
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