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oilitta
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venerdì 27 aprile 2012
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senza misura
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Due situazioni dilatate oltre misura. Un risultato decisamente deludente.
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dubbiosa
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lunedì 2 aprile 2012
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leggere fra le righe
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Ho letto il libro ed ho visto il film. Non sono solita dire che è bello o altro ,che mi piace oppure no, sono solita dire, e lo penso davvero, che ritengo interessante ciò che leggo o vedo. Entrambi i lavori (letterario e cinematografico) espongono, con taglio stilistico moderno, quindi veloce e stringato , uno spezzato di mondo giovanile infelice e tristissimo per chi legge o guarda con la mia veneranda età sulle spalle . Dalla mia angolazione valutativa, l'impotenza, che è quasi paralisi, a costruirsi una felicità, in quei due giovani, è il frutto di un'inettitudine genitoriale preoccupante perché diffusissima anche nelle classi sociali medie o medio-alte, che avrebbero modo di documentarsi sul compito educativo e sulla responsabilità di stimolare nei figli le energie utili per costruire una felicità futura, se soltanto queste classi sociali, oltre al benessere economico avessero anche un po' di cervello consapevole di che cosa significhi mettere al mondo dei figli .
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Ho letto il libro ed ho visto il film. Non sono solita dire che è bello o altro ,che mi piace oppure no, sono solita dire, e lo penso davvero, che ritengo interessante ciò che leggo o vedo. Entrambi i lavori (letterario e cinematografico) espongono, con taglio stilistico moderno, quindi veloce e stringato , uno spezzato di mondo giovanile infelice e tristissimo per chi legge o guarda con la mia veneranda età sulle spalle . Dalla mia angolazione valutativa, l'impotenza, che è quasi paralisi, a costruirsi una felicità, in quei due giovani, è il frutto di un'inettitudine genitoriale preoccupante perché diffusissima anche nelle classi sociali medie o medio-alte, che avrebbero modo di documentarsi sul compito educativo e sulla responsabilità di stimolare nei figli le energie utili per costruire una felicità futura, se soltanto queste classi sociali, oltre al benessere economico avessero anche un po' di cervello consapevole di che cosa significhi mettere al mondo dei figli .Cio che mi è rimasto dentro il cuore è una grande amarezza di fronte a due vite spezzate e calpestate nel loro diritto a crescere sereni e fiduciosi in sé e negli altri(Alice con un padre sciocco , ambizioso ed egocentrico e una madre assente e rinunciataria) e nel loro diritto ad essere informati correttamente, rispettati nei loro limiti ed accompagnati nel percorso elaborativo (Mattia con genitori impreparati ad una bimba problematica ed ai suoi inconsapevoli contraccolpi sul fratello).In quel tempo, che non è quello delle caverne, non esistevano specialisti vari per consultarsi ed avere un sostegno nel compito educativo? Già, dimenticavo che ,innnanzi tutto, bisogna guardare in faccia la realtà ed accettarla.....( ho titolo a parlarne perché ho vissuto questa realtà) .Mi amareggia affermarlo ancora una volta, ma ritengo anche necessario anzi utile ricordare ai genitori che educare è un compito arduo ma ineludibile, e che la loro responsabilità è grande, sebbene non assoluta, e che amare vuol dire rendere liberi e dotati di strumenti idonei per costruirsi una vita degna di questo nome, e non solo una carriera e un patrimonio, ma semmai di un capitale interiore che non s'improvvisa né si recupera a proprio comodo o piacimento.Vorrei sapere se il tema educativo è condiviso da qualcuno....grazie...
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erixon
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lunedì 5 marzo 2012
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terribile
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Il romanzo è un caso letterario pompato da premi comprati e pubblicità gratuita, essendo edito da Mondadori. La massa purtroppo ne parla come un capolavoro. Buchi e incongruenze, principalmente irrealtà. Qualità che non sono certo adducibili al neo-realismo. E, se già il libro presenta scarsezza di realtà, nonostante il tentativo dell'Autore diinquadrare le concrete difficoltà di un "disadattato" nell'interfacciarsi col mondo sociale, il film rende ancora più metafisica ergo impossibile la consecutio della trama con silenzi infiniti, flashback malamente intrecciati, scelte di casting errate (eclatante la diversità tra l'Alice adulta, Alba Rohrwacher, e l'Alice bambina, Martina Albano).
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Il romanzo è un caso letterario pompato da premi comprati e pubblicità gratuita, essendo edito da Mondadori. La massa purtroppo ne parla come un capolavoro. Buchi e incongruenze, principalmente irrealtà. Qualità che non sono certo adducibili al neo-realismo. E, se già il libro presenta scarsezza di realtà, nonostante il tentativo dell'Autore diinquadrare le concrete difficoltà di un "disadattato" nell'interfacciarsi col mondo sociale, il film rende ancora più metafisica ergo impossibile la consecutio della trama con silenzi infiniti, flashback malamente intrecciati, scelte di casting errate (eclatante la diversità tra l'Alice adulta, Alba Rohrwacher, e l'Alice bambina, Martina Albano). Sia presa diretta che le musiche sono l'ancora di salvezza per il pathos del film. Il montaggio è ovviamente sovrano. Trovo inoltre offensiva l'idea stessa del romanzo perché mostra due disadattati senza prospettare evoluzione, senza offrire speranza, se non il matrimonio di Alice con un dottore, una trovata pessima peraltro inespressa nel film. Se fosse stato ambientato nell'800 forse avrebbe retto. Un film assolutamente vuoto e colmo di vuoti. Mi spiace per la regia, il direttore di fotografia e tutti coloro che hanno perso tempo, con grandi sforzi, nel tentare di rendere interessante una storia inesistente.
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cinemania
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martedì 8 novembre 2011
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...chi non ha letto il libro lo faccia subito...
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Il consiglio vale anche per me.....dopo aver visto il film,confesso,non senza una certa "fatica",forse troverò nella lettura del pluripremiato romanzo qualche chiarificazione sui personaggi, a mio avviso non ben tratteggiati nei loro tormenti psicologici. Nonostante i continui disordinati flashback e flashforward che in alcuni casi portano lo spettatore quasi a non riconoscere i personaggi nelle loro età diverse,o qualche scena troppo lunga come quella in discoteca,quasi un disturbo per lo spettatore,la fotografia è molto bella e gli attori bravissimi. Splendida come sempre l'interpretazione di Alba Rorhwacher,la scena nella parte finale in cui Alice-Alba tenta velocemente di "riordinarsi" per aprire la porta a Mattia trasmette un'emozione fortissima.
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Il consiglio vale anche per me.....dopo aver visto il film,confesso,non senza una certa "fatica",forse troverò nella lettura del pluripremiato romanzo qualche chiarificazione sui personaggi, a mio avviso non ben tratteggiati nei loro tormenti psicologici. Nonostante i continui disordinati flashback e flashforward che in alcuni casi portano lo spettatore quasi a non riconoscere i personaggi nelle loro età diverse,o qualche scena troppo lunga come quella in discoteca,quasi un disturbo per lo spettatore,la fotografia è molto bella e gli attori bravissimi. Splendida come sempre l'interpretazione di Alba Rorhwacher,la scena nella parte finale in cui Alice-Alba tenta velocemente di "riordinarsi" per aprire la porta a Mattia trasmette un'emozione fortissima.Nessun'altra attrice avrebbe potuto renderla meravigliosamente quanto lei.Un ultimo appunto:perchè sconfinare nell'horror...?
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tiamaster
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lunedì 10 ottobre 2011
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un film che non lascia niente
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un film che non mi ha lasciato nulla.io premetto che non ho letto il libro,e quindi non posso dire sè è fedele come film,stà di fatto che è un film tremendamente pesante,un vero mattone,per nulla lineare e molto confusionaro in molte scene.alba rohrwacher si dimostra ancora una volta molto brava,ma il film è assolutamente da evitare,soprattutto se si vuole film poco impegnativi.ho sentito buonissime voci sul libro...ma se è come il film allora è tremendo,i tre milioni (anche se è poco,per un film "d'autore" in un mercato che cerca solo commedia leggere) sono stati in gran parte incassati dalla fama del libro e dal trampolino di venezia.
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un film che non mi ha lasciato nulla.io premetto che non ho letto il libro,e quindi non posso dire sè è fedele come film,stà di fatto che è un film tremendamente pesante,un vero mattone,per nulla lineare e molto confusionaro in molte scene.alba rohrwacher si dimostra ancora una volta molto brava,ma il film è assolutamente da evitare,soprattutto se si vuole film poco impegnativi.ho sentito buonissime voci sul libro...ma se è come il film allora è tremendo,i tre milioni (anche se è poco,per un film "d'autore" in un mercato che cerca solo commedia leggere) sono stati in gran parte incassati dalla fama del libro e dal trampolino di venezia.
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viola96
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sabato 24 settembre 2011
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indecifrabile.
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Il cinema italiano di qualità è destinato,in un modo o nell'altro,a farsi da parte,minacciato dal crescente dominio delle commediole che incassano tanto e che non si ritraggono quasi mai.Il poco cinema Italiano che non sia prevalentemente commerciale è sotto ostaggio della politica(specialmente della Sinistra),dell'ecumenismo in genere,dell'assordante e liberatoria auto-proclamazione di classe elevata.Tratto da un romanzo discretamente riuscito di Paolo Giordano,"La solitudine dei numeri primi" è un'attenta contemplazione sul significato del dolore e sulla dolorosità della cura.Costanzo,che ha un tocco vagamente neo-realista e che si auto-importa nel buio e triste caos amniotico della vicenda,non riesce nell'impresa di trasportare sul grande schermo un romanzo di puro stampo sociale senza quindi incappare nel patetismo delle figure.
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Il cinema italiano di qualità è destinato,in un modo o nell'altro,a farsi da parte,minacciato dal crescente dominio delle commediole che incassano tanto e che non si ritraggono quasi mai.Il poco cinema Italiano che non sia prevalentemente commerciale è sotto ostaggio della politica(specialmente della Sinistra),dell'ecumenismo in genere,dell'assordante e liberatoria auto-proclamazione di classe elevata.Tratto da un romanzo discretamente riuscito di Paolo Giordano,"La solitudine dei numeri primi" è un'attenta contemplazione sul significato del dolore e sulla dolorosità della cura.Costanzo,che ha un tocco vagamente neo-realista e che si auto-importa nel buio e triste caos amniotico della vicenda,non riesce nell'impresa di trasportare sul grande schermo un romanzo di puro stampo sociale senza quindi incappare nel patetismo delle figure.Alba Rochwaller e Luca Marinelli,si prestano a questo gioco al massacro che prevede più vittime e meno complici del solito.La storia narra di Alice,triste anoressica zoppa,che risulta un personaggio troppo vicino al patetismo e alla pietà civile,per auto-commeserarsi(ci) e di Mattia,auto lesionista colpevole di aver involontariamente provocato la morte della sorellina affetta da autismo.Le loro vite si incroceranno.Entrambe le figure dei due protagonisti,lontane dalla rappresentazione schematica del romanzo,rappresentano due singoli individui con difetti e pregi e problemi,che uniti a coppia,cercano di superarli.E invece li raddoppiano.Non è un capolavoro "La solitudine dei numeri primi":Nella sua tempestiva audacia si dimentica di considerare punti importanti nella vicenda e cerca di autocontrollarsi,diventando il più casto possibile.Inoltre,l'idea di svolgere il film in periodi storici discostanti,che nel romanzo era riuscita benissimo,stavolta perde di lucidità e non permette spunti ben più importanti di quelli semplicistici.Come al solito,il confronto con il romanzo è impetuoso:Dove il libro di Giordano ampliava più gli aspetti metafisici e surreali della vicenda,Costanzo permette alla sua macchina di presa non di ricrearsi negli archivi della memoria e nei meandri della mente dei protagonisti,ma bensì di gurdarli con sguardo attento e consolatorio,verso un mondo nuovo che appare impossibile.A parte qualche netta differenza con il romanzo,si dimostra un adattamento affidabile e preciso,che ricostruisce sullo schermo ciò che nel romanzo veniva solo accennato.Notiamo un progressivo aumento di colore e mescolanza di atmosfere:Mentre si parte dal liceo,in cui i due si incontrano e iniziano a condividere i loro problemi,si finisce in un luogo che sembra magico,in cui i problemi non esistono,o meglio passano in secondo piano.Comunque,il film tocca tasti importanti:Il senso di colpa per la morte di un caro,l'anoressia,il disagio sociale,l'auto-fustigazione.Soprattutto quest'ultimo tratto è reso splendidamente nel film:Mattia si punisce non perchè pensa di aver provocato la morte della sorella,ma bensì perchè lui sa che avrebbe potuto aiutarla e non lo ha fatto.C'è tanta,ma tanta,ma tanta carne al fuoco,che rischia di bruciare inesorabilmente e di ridursi in cenere e in poltiglia.Ottime le interpretazioni dei protagonisti,le musiche interessanti,i vari riferimenti all'infanzia,ma può risultare dannosa la sovra esposizioni a cambiamenti temporali e l'assordante tempestività dell'azione."La solitudine dei numeri primi" è un lento e solenne harakiri umano,che non coglie ciò che c'era da cogliere e non si fa apprezzare.Insomma,alla fine,si resta con l'amaro in bocca.
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franguen
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domenica 7 agosto 2011
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pesantissimo
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Se vi è piaciuto il romanzo, se leggendolo avete provato emozioni e la storia vi è rimasta impressa per la sua poesia non guardate il film, purtroppo molto deludente. Di una lentezza quasi snervante,con musiche angoscianti e sinceramente inadatte anche se il regista ha voluto proporlo in chiave horror, mi chiedo perchè? La sofferenza di Mattia e Alice così ben espressa nelle pagine del libro nel film diventa alienante, pesantissima e a volte incomprensibile. Pessimo.
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nemo_2057
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giovedì 21 luglio 2011
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ma che c'entrano i numeri primi?
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Leggendo un libro e guardando un film, dovrebbe, prima della fine, apparire chiaro il perchè del titolo: in questo film non accade.
Il regista "cita" (anche se mi verrebbe da dire "copia") diverse soluzione registiche e di colonna sonora, come l'inizio che è innegabilmente ispirato a "Profondo Rosso", ma, a differenza di Dario Argento, non produce una buona sceneggiatura, si limita ad accennare elementi che nel libro sono di fondamentale importanza, primo fra tutti il senso profondo dei numeri primi, il cui fascino può essere trasmesso anche ai non addetti ai lavori, come fa Paolo Giordano nel libro, senza dover entrare nel dettaglio della Teoria dei Numeri.
Si sa che adattare allo schermo la linea narrativa di un libro non è cosa facile, poichè i tempi scanditi nelle pagine non sono gli stessi che si possono imprimere con la pellicola, quindi ci può stare l'uso dei flashback; quello che non ci può stare l'abuso dei silenzi e per quanto gli attori (bravi) compiano uno sforzo per trasmettere ciò che è così ben espresso sulla carta, il film rimane incompiuto, un'occasione sprecata per un evento letterario decisamente e positivamente fuori dagli schemi usuali.
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molinari marco
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mercoledì 20 luglio 2011
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il peggior mostro di tutti: la solitudine
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Quando non si legge un libro di successo come quello da cui è stato tratto questo film, è d’obbligo andare con i piedi di piombo in qualsiasi tipo di giudizio, in quanto il più delle volte c’è qualcuno che, avendolo fatto, ne è rimasto talmente deluso da dare alla trasposizione cinematografica tutt’altro valore. Avendolo sceneggiato lo stesso Giordano, tuttavia, ci si augura che il danno, se vi è stato, non sia stato eccessivo. Ad ogni modo, pare che qui Costanzo abbia incentrato il film sulle mille difficoltà, e dolori conseguenti, che incontrano nella vita tutti coloro che non riescono ad adattarsi all’ambiente che li circonda (primo fra tutti quello familiare) andando così incontro al triste destino della solitudine.
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Quando non si legge un libro di successo come quello da cui è stato tratto questo film, è d’obbligo andare con i piedi di piombo in qualsiasi tipo di giudizio, in quanto il più delle volte c’è qualcuno che, avendolo fatto, ne è rimasto talmente deluso da dare alla trasposizione cinematografica tutt’altro valore. Avendolo sceneggiato lo stesso Giordano, tuttavia, ci si augura che il danno, se vi è stato, non sia stato eccessivo. Ad ogni modo, pare che qui Costanzo abbia incentrato il film sulle mille difficoltà, e dolori conseguenti, che incontrano nella vita tutti coloro che non riescono ad adattarsi all’ambiente che li circonda (primo fra tutti quello familiare) andando così incontro al triste destino della solitudine. Lo stile che il regista adotta in tale operazione, è quello di avventurarsi in un puzzle temporale fuori da qualsiasi logica narrativa, nel quale prendono forma i momenti più traumatici della vita dei due protagonisti e dei quali i più interessanti appaiono quelli legati all’adolescenza. Se gli americani, qualche decennio fa, per descrivere a pieno l’angoscia che si prova durante il periodo in cui pare decidersi il nostro destino, e durante il quale nessuno sembra comprenderci, si avvalevano il più delle volte della metafora del mostro pronto a sterminare intere comitive di ragazzini; Costanzo nel 2000 decide di non ammazzare nessuno pur non rinunciando a qualche suggestione tipicamente horror. E allora il vero mostro risulta essere proprio la solitudine scritta a chiare lettere sin dal titolo di quest’opera, e dalla quale i due protagonisti devono cercare di salvarsi, se non proprio per la salute della loro anima, per lo meno per il bene del loro corpo che col passare degli anni appare sempre più martoriato a causa della mancanza di una persona cara che possa prendersi cura di lui. Il film offre anche l’opportunità di fare una riflessione non superficiale sul sentimento più prezioso che vi sia al mondo, ossia l’amore. L’ultima scena del film, infatti, sembra volerci suggerire che il vero amore forse (ed un avverbio del genere è d’obbligo dato il tema trattato) è quella cosa inspiegabile che nasce da una prima occhiata innocente, che in seguito ha la forza di tramutarsi in una sincera amicizia, per poi trasformarsi nel tempo in un sentimento che non ha bisogno di tante frasi per giustificare la sua natura, in quanto di fronte ad esso siamo tutti più simili a degli animali che hanno bisogno di leccarsi le ferite a vicenda che non a degli esseri dotati del prezioso dono della parola. L’impressione finale è quella di un film che propone in continuazione atmosfere gotiche con numerosi parallelismi tra gli stati d’animo dei personaggi e la natura circostante, e con la macchina da presa intenzionata ad asfissiare i due protagonisti, prediligendo i primi e i primissimi piani. E fra i tanti primissimi piani che il regista ci consegna, spicca quello di un cameo d’eccezione, vale a dire quello di Filippo Timi, il quale anche con solo qualche breve istante a sua disposizione, è in grado di esprimere tutta la sua bravura.
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francesco2
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domenica 17 luglio 2011
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rovinare sempre tutto..per colpa della solitudine?
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Le prime scene ci mostrano una recita di cui sono protagonisti i due giovani protagonisti, allora bambini: non sappiamo subito che si tratta di una recita, perdipiù non certamente priva -Con contorni soft- di quella dimensione "Horror" che secondo vari giudizi, non a torto pervade parzialmente il film. Non sapendo se esista o meno nel libro una situazione del genere (L'incipit vero e proprio è comunque diverso), è possibile leggerlo come un suggerimento, meno didascalico probabilmente a vedersi di quanto possa apparire in questa recensione: la vita è una recita,e più che mai lo è per dei numeri primi come Alice e Mattia, (auto?) condannatasi alla solitudine ed a un certo grado di isolamento dal mondo.
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Le prime scene ci mostrano una recita di cui sono protagonisti i due giovani protagonisti, allora bambini: non sappiamo subito che si tratta di una recita, perdipiù non certamente priva -Con contorni soft- di quella dimensione "Horror" che secondo vari giudizi, non a torto pervade parzialmente il film. Non sapendo se esista o meno nel libro una situazione del genere (L'incipit vero e proprio è comunque diverso), è possibile leggerlo come un suggerimento, meno didascalico probabilmente a vedersi di quanto possa apparire in questa recensione: la vita è una recita,e più che mai lo è per dei numeri primi come Alice e Mattia, (auto?) condannatasi alla solitudine ed a un certo grado di isolamento dal mondo.
Da questo punto di vista, l'inizio fa ben(ino) sperare, nonostante la sceneggiatura vista e rivista di genitori piccolo-borghesi-ottusi che, spiace dirlo, finisce paradossalmente per apparire vecchia almeno quanto i personaggi che pretende di rappresentare. Esistono però elementi innovativi rispetto al nostro, stantio cinema: la dimensione del cartone animato che non propone un lieto fine, ma che anzi porta all'estremo la dimensione non consolatoriadella finzione" vista nella sequenza d'apertura, e persino i codici linguistici, con certe scene di gruppo ove le compagne di Viola appaiono simpaticamente(?) deformate, appaiono una curiosa miscellanea Di Corsicato, della De Lillo e forse di altro: un film che sconfiggerebbe la perbenista "Igiene del cinema" canoviana , proprio perché deforma secondo codici di quel Cronenberg adorato dal codice milanese, a differenza del (Mi ripeto) del cinema nostrano che raramente, come in "Pranzo di Ferragosto" e poco altro deforma i canoni, non perché garbato ed elegante ma anzi per il motivo opposto: perché come scrive Maltese la televisione lsembra averlo ucciso, e le sue forme (In tutti isensi!) sono le stesse anodine e falsamente viscerali che ci ripropongono le nostre fiction.
La storia però comincia scricchiolare ove si vuole giocare coi flashback: se "Il cigno nero" fondeva sogni e realtà, perversione (Un pò grossolana, a volte) e realtà, paradossalmente(?) quello che non riusciva a fare la malcapitata protagonista, Costanzo qui parzialmente cade. Perché passino, parzialmente, la storia lesbica di Viola (Peraltro, dicono, inesistente nel libro) che la segnerà per sempre (A proposito di Cronenberg: è troppo associare il tatuaggio e ciò che comporta all'uomo-macchina cronenberghiano?), con delle psicologie un pò arraffazzonate ed un ricerca della trasgressione un pò fine a sé stessa, almeno quanto nel film di Afronovsky: ma è nel racconto di Michela,ì che Giordano esaurisce quella carica trash (Non kitzch, attenzione) che caratterizzava i primissimi minuti, anche con trovate caricate come il braccio mutilato(Ancora!) mostrato con fare provocatorio, e la carrellata con la musica presa in prestito dall'"Uccello delle piume di cristallo". Tutto si riduce al giallino(??) instile(??)Mazzacurati, la festa che rovina tutto stile "Gianni e le donne", il complesso di colpa che ti accompagnerà per tutta la vita.
Finale poco credibiile e didascalico: Alice, fondendo (Ancora) la finzione con la realtà, aveva creduto (Quasi sicuramente) di avere rivisto Micaela, ma quel falso allarme farà tornare da lei Mattia, riducendo ulteriormente il film ad un esempio di cinema splatter buono per una seratina televisiva, in cui si chiede un pò di provocazione spicciola che ti faccia un pò pensare e non ti annoi troppo.
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