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ipno74
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venerdì 13 maggio 2011
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un simpatico pazzo
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Il film ha un impatto iniziale veramente buono, originale e trasmette la vera pazzia di un uomo che vive la sua vita, sin da bambino, in un manicomio.
Interpretato e diretto benissimo da Celestini, ma per me rimane, per ora, solo un grande monologhista.
Anche se alcune scene sono per,eate da una descrizione stupenda della pazzia, altre rallentano il ritmo del film, portandolo ad un'altro dei prodotti italiani non capiti.
Tuttavia, si hanno dei buoni colpi di scena, la storia è dura ma descritta con ironia e leggerezza.
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bebo976
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venerdì 13 maggio 2011
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film da vedere
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Film molto bello che lascia un po' quel riso amaro. Un ritorno al cinema italiano.
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bruno leonardini
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lunedì 2 maggio 2011
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mediocre
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Non basta una buona idea per fare un film. E non basta una storia per fare il regista. Il film è lento, retorico e senza stile. Consiglio a Celestini di non seguire le orme del suo collega musicista, ma ben più bravo di lui, Zampaglione.
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astromelia
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lunedì 31 gennaio 2011
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film da osservare
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sebbene il tema sia delicato,questo film va osservato nel vero senso della parola,senza commenti ne opinioni,è una reale realtà nel contesto di normalità/anormalità sociale,buon ritmo
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rosatigre
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giovedì 4 novembre 2010
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poesia pura
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Complimenti ad Ascanio Celestini per avere creato un'opera cinematografica emozionante e commovente.
Ciò che colpisce di più è la voce fuori campo, perfetta, coinvolgente e perfetta in ogni attimo del film; funzionale come il ripetersi di certe frasi, quasi necessarie per avere una visione più ampia e profonda della storia.
Una storia toccante e travolgente che in apparenza da l'aria di una semplice presentazione dei pensieri del protagonista pazzo, ma reso tale.
Perché in profondità ecco una sottile denuncia verso le istituzioni psichiatriche; la delicata descrizione di ogni angolo del posto e di ogni personaggio presente.
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Complimenti ad Ascanio Celestini per avere creato un'opera cinematografica emozionante e commovente.
Ciò che colpisce di più è la voce fuori campo, perfetta, coinvolgente e perfetta in ogni attimo del film; funzionale come il ripetersi di certe frasi, quasi necessarie per avere una visione più ampia e profonda della storia.
Una storia toccante e travolgente che in apparenza da l'aria di una semplice presentazione dei pensieri del protagonista pazzo, ma reso tale.
Perché in profondità ecco una sottile denuncia verso le istituzioni psichiatriche; la delicata descrizione di ogni angolo del posto e di ogni personaggio presente.
Un Giorgio Tirabassi da urlo, straordinario per ogni minima espressione e ogni minimo movimento del corpo, mai visto così bravo!
Non manca la storia d'amore, raccontata con dolce drammaticità ed è il pezzo che completa un puzzle fatto di emotività portata all'estremo … improvvisa e costante.
Ottima sceneggiatura di Chiti, Labate e lo stesso Celestini; bellissima la fotografia di Cipri.
Si è vista la pazzia umana trattata con amore e rispetto; quasi con pudore, perché l'uomo è fatto di carne sofferente, ma forse di mente libera e inconsapevole di tutto ciò che c'è intorno.
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silvianovelli
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lunedì 1 novembre 2010
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io che t'ho fatto ti disfo...
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Se - come dice Jake Moore nel secondo Wall Street - "follia è ripetere la stessa azione ed aspettarsi un risultato diverso", il film di Ascanio Celestini rende questa definizione quanto mai calzante: "La pecora nera" è tutto una ripetizione di parole, suoni onomatopeici, codici comportamentali e situazioni, fino al limite dell'esasperazione. Se volete passare un'ora e mezzo di sana angoscia, andatelo a vedere!
A parte tutto, non è che non lo consigli. Il film, in concorso a Venezia, è stato molto apprezzato e anch'io mi sento di dire: se vi ispira guardatelo e traete le vostre conclusioni.
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Se - come dice Jake Moore nel secondo Wall Street - "follia è ripetere la stessa azione ed aspettarsi un risultato diverso", il film di Ascanio Celestini rende questa definizione quanto mai calzante: "La pecora nera" è tutto una ripetizione di parole, suoni onomatopeici, codici comportamentali e situazioni, fino al limite dell'esasperazione. Se volete passare un'ora e mezzo di sana angoscia, andatelo a vedere!
A parte tutto, non è che non lo consigli. Il film, in concorso a Venezia, è stato molto apprezzato e anch'io mi sento di dire: se vi ispira guardatelo e traete le vostre conclusioni. Personalmente ne ho apprezzato il coraggio e la sperimentazione: la storia, ambientata nei "favolosi anni '60", come ripete più volte il protagonista Nicola - Ascanio Celestini, parla di pazzia, malattia mentale e manicomi.
Racconta la vita di Nicola bambino, figlio di una madre malata di mente, e poi di Nicola adulto, internato in un maniconomio gestito dalle suore, la cui missione quotidiana è la spesa al supermercato dove può comprare solo quello che sta scritto sulla lista della suora. Per Nicola il supermercato, il manicomio, l'ospedale o un condominio sono la stessa cosa e il direttore del supermercato è il capo di tutto, è il Papa, anzi è Gesù. Nicola interagisce con una sorta di alter ego interpretato da Giorgio Tirabassi, che forse esiste veramente o forse è solo una sua proiezione mentale. Nella struttura fatta di continui flash back e rimandi passato - presente emergono le vicende dell'infanzia di Nicola, dove non si capisce cosa sia causa e cosa effetto della sua malattia mentale, con una famiglia non propriamente rassicurante e una mamma che finisce i suoi giorni in manicomio.
Il film è tratto da una pièce e l'impostazione teatrale rimane fortissima, anche troppo. Si avverte nelle inquadrature lunghe, nell'assenza di musica, nella reiterazione, nei monologhi. In sala diverse persone lo hanno trovato noioso. Io personalmente ho iniziato a spazientirmi un po' soltanto verso la fine, anche se il film è senza dubbio lento. A mio parere riesce a trasmettere molto bene il senso di straniamento del protagonista e ci fa penentrare nella sua dimensione di follia, proprio esasperando i suoi monologhi e le sue cantilene, ripetendole fino al parossismo, e al tempo stesso confonde la sua follia con la realtà in cui è cresciuto, tanto che non si capisce più dove stia la linea di confine.
Ci sono intuizioni non banali e la capacità di sorprendere nel mischiare ironia e drammaticità, al punto che in alcuni momenti non si sa veramante se aspettarsi di ridere, schifarsi, provare pena o piangere. Però rimane a mio parere un film non del tutto riuscito, trasmette angoscia e questo probabilmente è il suo scopo, ma poteva riuscirci forse meglio esasperando meno i concetti e con una soglia minore di reiterazione. Non "arriva" bene, si disperde, soffoca troppo la poesia con l'ansia. Azzeccate ed efficaci le battute finali.
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sara marini
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lunedì 25 ottobre 2010
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l'alienato mondo di nicola
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Dopo aver transitato sui palchi teatrali, La pecora nera approda al cinema. Ascanio Celestini debutta dietro la macchina da presa in veste di sceneggiatore e regista di stesso per raccontare la storia di Nicola, bambino poco dedito allo studio e ai suoi coetanei durante i “favolosi anni Sessanta” e factotum in un manicomio gestito da suore alla soglia dei non più favolosi anni Ottanta (la legge Basaglia abolì queste strutture sanitarie nel 1978).
L’anamnesi del percorso che lo ha condotto nell’istituto di cura procede ricalcando i toni e gli scarti temporali che caratterizzano i monologhi teatrali dell’autore. La vicenda di Nicola è composta da micro storie oscillanti tra dramma e assurdità che lentamente modificano il punto di vista dello spettatore fino a condurlo faccia a faccia con un’amarissima verità.
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Dopo aver transitato sui palchi teatrali, La pecora nera approda al cinema. Ascanio Celestini debutta dietro la macchina da presa in veste di sceneggiatore e regista di stesso per raccontare la storia di Nicola, bambino poco dedito allo studio e ai suoi coetanei durante i “favolosi anni Sessanta” e factotum in un manicomio gestito da suore alla soglia dei non più favolosi anni Ottanta (la legge Basaglia abolì queste strutture sanitarie nel 1978).
L’anamnesi del percorso che lo ha condotto nell’istituto di cura procede ricalcando i toni e gli scarti temporali che caratterizzano i monologhi teatrali dell’autore. La vicenda di Nicola è composta da micro storie oscillanti tra dramma e assurdità che lentamente modificano il punto di vista dello spettatore fino a condurlo faccia a faccia con un’amarissima verità. Questo meccanismo ricorda la dinamica della follia descritta da Martin Scorsese in Shutter Island ma l’isola di Celestini è popolata dai volti popolari e a tratti folkloristici che egli ama dissezionare con intenti antropologici per ricomporli traducendoli nel suo personalissimo linguaggio.
Malgrado il film sia illuminato da pennellate d’ironia, la desolazione di cui è intessuto non viene mai stemperata totalmente. L’infanzia di Nicola è irreparabilmente contaminata da morte e alienazione, piaghe contro cui nulla possono gli intermezzi comici delle uova delle nonna e delle caramelle balsamiche “di pecora”.
Per riflettere su quella che fu l’istituzione “manicomio” e sull’uso e abuso che se ne fece.
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macchianera
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sabato 23 ottobre 2010
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ablueboy
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domenica 17 ottobre 2010
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narcisista, supeficiale, ipocrita, inconcludente
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Narcisista perché Celestini è praticamente l'unico attore. Tutto il resto è sullo sfondo
Superficiale perché tratta il problema dell'ospedalizzazione forzata e dei manicomi senza nessun approfondimento, né drammatico né in altro modo. L'internato da bambino è semplicemente un bel bambino povero, l'internato da grande è semplicemente Celestini.
Ipocrita perché è un film che vorrebbe parlare di disagio mentale o di catrtiva istituzionalizzazione, ma i malati mentali sono visti come "matti", non come delle persone. Sono delle ombre.
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Narcisista perché Celestini è praticamente l'unico attore. Tutto il resto è sullo sfondo
Superficiale perché tratta il problema dell'ospedalizzazione forzata e dei manicomi senza nessun approfondimento, né drammatico né in altro modo. L'internato da bambino è semplicemente un bel bambino povero, l'internato da grande è semplicemente Celestini.
Ipocrita perché è un film che vorrebbe parlare di disagio mentale o di catrtiva istituzionalizzazione, ma i malati mentali sono visti come "matti", non come delle persone. Sono delle ombre. La tragedia del malato stride con lo stile adottato, un po' sopra le righe. Il personaggio Celestini sembra essere una persona "normale" che "capita ingiustamente in messo ai matti". Poi come sempre il malato psichiatrico è visto o come un simpatico picchiatello, o come un non-essere, o come un'entità poetizzante. In altre parole, il problema del disagio mentale non esiste in questo film, perché tutto è soltanto funzionale al costrutto narrativo totalmente narcisistico e autoreferenziale del suo regista.
Inconcludente perché il film non conduce da nessuna parte, non ha un'evoluzione, non vedrete come un povero malcapitato possa essere reso malato da un'istituzione che si dichiara sanitaria. Vedrete semplicemente la solita immagine trita e stereotipata del problema.
Per darvi un termine di paragone, la vicenda della ragazza mentale nel film "La meglio gioventù" è molto più istruttiva.
Insomma, questo è un film che avrebbe dovuto fare Paolini, non Celestini.
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everyone
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giovedì 14 ottobre 2010
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la rappresentazione della follia
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Non ho avuto l'occasione di vedere il lavoro teatrale da cui è tratto questo film che come prima prova cinematografica del bravo Celestini non delude.Le buone intrepretazioni dei vari personaggi tra cui spicca quella veramente ottima di Tirabassi alter ego del protagonista Nicola,interpretato da Celestini, aiutano molto la credibilità dell'opera imperniata sul mostrare la ripetitività dell'esistenza manicomiale.Nicola convive con la sua patologia psicotica originata da una tragica infanzia vissuta senza amore dietro le sbarre vere ed immaginarie di un manicomio nè buono nè cattivo concepito solo come luogo di ricovero non certo di cura.La rappresentazione della follia è sempre compito arduo in questo caso è svolto in modo assai convincente.
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Non ho avuto l'occasione di vedere il lavoro teatrale da cui è tratto questo film che come prima prova cinematografica del bravo Celestini non delude.Le buone intrepretazioni dei vari personaggi tra cui spicca quella veramente ottima di Tirabassi alter ego del protagonista Nicola,interpretato da Celestini, aiutano molto la credibilità dell'opera imperniata sul mostrare la ripetitività dell'esistenza manicomiale.Nicola convive con la sua patologia psicotica originata da una tragica infanzia vissuta senza amore dietro le sbarre vere ed immaginarie di un manicomio nè buono nè cattivo concepito solo come luogo di ricovero non certo di cura.La rappresentazione della follia è sempre compito arduo in questo caso è svolto in modo assai convincente.
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