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La chiave di Sara, un format completo che commuoveE lasciamoci commuovere. Di Pino Farinotti. |
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Nel luglio del 1942, tredicimila ebrei vennero richiusi al Vélodrome di'hiver di Parigi. Giorni di angosce in condizioni igieniche disastrose, uomini subito mandati nei campi, bambini separati dalle madri. Sappiamo cosa succedeva. Solo una minima parte di loro sopravvissero ai lager. Incredibilmente manca una documentazione storica della vicenda. Ai giorni nostri, un giovane cronista dice "strano, i nazisti documentavano tutto", il direttore gli risponde “non furono i nazisti, furono i francesi”. E questa è la prima notizia, quasi sensazionale: i francesi criticano, denunciano se stessi. E qui La chiave di Sara, diretto da Gilles Paquet-Brenner, diventa un format completo di storia, di memoria, di sentimenti e di contrappasso, materie quasi desuete per il cinema attuale. La piccola Sara, al momento di essere portata via coi genitori dalla polizia, rinchiude il fratellino nell’armadio, convinta che tornerà a salvarlo. Ma non succede. Solo la bambina si salverà. Sopravviverà, ferita a morte. Julia è una giornalista che, nei nostri anni, incrocia quella storia casualmente: ha sposato un membro della famiglia che occupò l’appartamento della tragedia, al Maré. Professione, missione, identificazione, senso di colpa, radici. Julia risale a tutto. E la sua vita non può non cambiare. La nuda “critica”, non può non rilevare alcuni eccessi. E poi si sa, commuoversi davanti allo schermo non sta bene. La critica corrente non ti lascia. Rimane quella macchia di storia, quei poliziotti del governo collaborazionista di Vichy, che si comportarono (quasi) come membri della SS. Il film rimanda anche l’intervento di Chirac che nel suo discorso del 16 luglio del 1995 chiese perdono al mondo per quell’episodio.
Attorno
Trattasi comunque di un “gran bel film”, senza girarci troppo attorno. Catartico come può esserlo un film. Si aggiunge ai titoli recenti che davvero stanno riqualificando il cinema. Ho già avuto modo di dirlo e di farli, i titoli: Pina di Wenders, Una separazione di Farhadi, Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismäki, The Artist di Hazanavicius, Midnight in Paris di Allen, J.Edgar di Eastwood. Lo ribadisco in termini semplici: “roba che ci concilia col cinema”.
Storie potenti e universali. Alle quali noi opponiamo ciò che ci è da anni abituale e insufficiente: dialetti del nord e del sud, risate a buon mercato strappate a forza, la contaminazione del piccolo schermo, la sindrome di Lampedusa. E così, ancora una volta, dobbiamo subire una bocciatura pesante: Terraferma di Emanuele Crialese non entrerà nella cinquina che si giocherà l’Oscar “straniero”. Ormai è un’abitudine consolidata. Come quella di non vincere mai il premio assoluto nelle tre grandi manifestazioni: Venezia, Cannes e Oscar, appunto. Un dato: l’ultimo Oscar è La vita è bella (Benigni 1998), l’ultimo Leone d’oro Così ridevano (Amelio 1998), l’ultima Palma La stanza del figlio (Moretti 2000). Dico, e ho già detto più volte, che tutto questo ha una sua triste logica. Il nostro cinema è ignorato dal mondo, tuttavia non manca di difensori strenui e bizzarri. Gli argomenti portati non sono interni alla qualità del cinema, ma sempre da ricercarsi altrove: la cattiva promozione, il pregiudizio sui contenuti italiani, l’eccessiva attenzione, da parte della commissioni, a cinematografie considerate minori. Inoltre la cultura prevalente sembrerebbe non tenere in debita considerazione la nostra grande ferita, i migranti, un tema che non appassionerebbe… fuori dal Mediterraneo. Ma voglio rilevare che Miracolo a Le Havre di Kaurismäki proprio quella vicenda racconta, e Le Havre si affaccia sulla Manica. Solo che il regista finlandese è più bravo degli italiani, e ha fatto un magnifico film che infatti, non casualmente, fa parte dei titoli selezionati per l’Oscar, così come il già sopra citato Pina di Wenders. Una piccola digressione: questi paladini d’ufficio a oltranza, questi difensori dell’indifendibile, ricordano quel portavoce di Saddam che, nell’aprile del 2003, dichiarava in televisione che tutto era sotto controllo, che Baghdad era al sicuro, mentre alle sue spalle già si intravedevano i primi carri armati entrare in città.
Dunque La chiave di Sara dispensa un eccesso di sentimento e moltiplica tutti i sensi, a cominciare dal senso di colpa, anche se naturalmente tutto è legittimato, seppure da lontano, da quella tragedia immane. Il film si vale della base dell’omonimo bestseller firmato da Tatiana de Rosnay, una francese di origini inglesi, e nella storia lo dimostra. È una scrittrice vera e sa gestire la storia, sentimenti compresi. Ed è perdonabile in quell’iperbole.
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(mymonetro: 3,04) |
Galleria Fotografica:
La chiave di Sara, il dovere di riflettere sulla Shoah
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