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filippo catani
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venerdì 30 marzo 2012
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tema interessante ma lo sviluppo non convince
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Uno psichiatra ha da tempo aperto un ospedale dove le persone possono recarsi per ottenere la dolce morte non prima che il dottore abbia tentato tutte le strade per cercare di convincerli a recedere dalla loro intenzione. Il problema è che ovviamente nella strttura si presentano persone assolutamente stravaganti e con gravi disturbi nervosi e alla fine la situazione sfuggirà di mano.
Devo dire che non mi ha molto convinto questa narrazione così surreale di un tema delicato quale quello dell'eutanasia. Si intuisce chiaramente la volonta del regista di spiegare che questo è un argomento che non può essere preso alla leggera e che la gestione di una clinica del genere ad opera di un solo medico è del tutto inappropriata.
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Uno psichiatra ha da tempo aperto un ospedale dove le persone possono recarsi per ottenere la dolce morte non prima che il dottore abbia tentato tutte le strade per cercare di convincerli a recedere dalla loro intenzione. Il problema è che ovviamente nella strttura si presentano persone assolutamente stravaganti e con gravi disturbi nervosi e alla fine la situazione sfuggirà di mano.
Devo dire che non mi ha molto convinto questa narrazione così surreale di un tema delicato quale quello dell'eutanasia. Si intuisce chiaramente la volonta del regista di spiegare che questo è un argomento che non può essere preso alla leggera e che la gestione di una clinica del genere ad opera di un solo medico è del tutto inappropriata. Però il fatto che il tutto si risolva con una carneficina di massa ad opera di uno degli ospiti della clinica finisce per avere il retrogusto del già visto. Magari il tema si poteva svolgere con ironia in altri modi mentre così sa davvero di poco e anche le caratterizzazioni dei personaggi finiscono per risolversi in semplici macchiette senza arte nè parte.
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theclubber88
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lunedì 5 marzo 2012
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quando la critica fallisce
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Francamente non capisco il senso di questo film. A dire la verità non sono nemmeno riuscito a finire di vederlo, troppo noioso e senza senso. Il tema di partenza può anche essere interessante, peccato che sia affrontato in modo assai discutibile. Il bianco e nero utilizzato rende il film ancora più irritante. Non c'è altro da aggiungere. Mi chiedo solo che film abbiano visto i critici e non mi sorprendo affatto dello scarso guadagno dall'uscita nelle sale.
Tra l'altro dovrebbe essere una commedia nera... Commedia?
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moyka
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giovedì 12 gennaio 2012
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fatto molto bene.
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In Italia siamo ancora indietro su questo fronte, cioè quello della liberta di morire (l'eutanasia). In questo film viene spiegato come invece è molto più normale farsi aiutare in questo percorso (in entrambe le direzioni) che non cercare di risolvere da solo la problematica. Altrimenti si finisce come il povero/grande regista Mario Monicelli che per morire si è dovuto gettare dal 5° piano del Policlinico Gemelli. Quando capiremo che l'eutanasia è un diritto non sarà mai troppo tardi. Interessante notare, in questo film, che i pazzi sono quelli che stanno "fuori" dalla villa dove si pratica l'eutanasia (cioè i paesani della cittadina dove è ubicata la villa) e non le persone che sono nella villa e chiedono solo di essere aiutati a morire.
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cinemania
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venerdì 25 novembre 2011
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il film dall'anima nera
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E' un film per divertire,ma anche per parlare della grande questione della morte. Il dottor Kruger dirige una clinica svizzera che offre assistenza a pazienti che hanno un solo desiderio:spirare.
Dipinto in un potentissimo bianco e nero e pervaso da uno humour crudele,questo originalissimo film alterna momenti lugubri ad altri irriverenti: si può ridere molto in una scena e in quella successiva ritrovarsi in un'atmosfera fin troppo dark. Si parla di eutanasia in una prospettiva molto personale, ma non è il suicidio assistito il tema centrale del film. A mio avviso vi è un'altra chiave di lettura molto più alta, dove protagonista non è la morte ma il modo in cui i personaggi (bravissimi tutti gli attori) si pongono davanti ad essa: tutti sono lì perchè desiderano morire, ma quando si presenta la morte all'improvviso davanti agli occhi scappano terrorizzati.
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E' un film per divertire,ma anche per parlare della grande questione della morte. Il dottor Kruger dirige una clinica svizzera che offre assistenza a pazienti che hanno un solo desiderio:spirare.
Dipinto in un potentissimo bianco e nero e pervaso da uno humour crudele,questo originalissimo film alterna momenti lugubri ad altri irriverenti: si può ridere molto in una scena e in quella successiva ritrovarsi in un'atmosfera fin troppo dark. Si parla di eutanasia in una prospettiva molto personale, ma non è il suicidio assistito il tema centrale del film. A mio avviso vi è un'altra chiave di lettura molto più alta, dove protagonista non è la morte ma il modo in cui i personaggi (bravissimi tutti gli attori) si pongono davanti ad essa: tutti sono lì perchè desiderano morire, ma quando si presenta la morte all'improvviso davanti agli occhi scappano terrorizzati. Meritevolissimo del Premio Miglior film del Festival di Roma, l'opera seconda del belga Olias Barco è un film stupefacente e coraggioso,politicamente scorretto e maledettamente divertente.
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lars_42
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mercoledì 5 ottobre 2011
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disturbante e incomprensibile
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Un film troppo improntato sul grottesco e il cinico per risultare davvero divertente. Non è chiaro il messaggio che l'autore voleva comunicarci.
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ermione202
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venerdì 2 settembre 2011
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..mi e piaciuto!!!!!
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E difficile per noi "buoni corretti giusti "ammetterlo:
ma fa veramente ridere (la fotografia e grandiosa in certe inquadrature)
i dialoghi sono sorprendenti ma tanto liberatori.
sfido tutti a vedere il film e lasciarsi provocare....e ridere di quello che in realta
siamo senza ipocrisie...poi potremmo sempre dire di esserne disgustati infastiditi turbati.
rimara un segreto sulla poltroncina insieme alla forma sul cuscino del nostro bacino.
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boffese
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venerdì 5 agosto 2011
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uccidimi, ti prego !
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Kill me please di Olias Barco e' un film grottesco , geniale , irriverente ; una vera "chicca" per gli amanti del genere.
la pellicola del regista belga, riesce nel difficilissimo compito, di trattare un argomento come l'eutanasia, riuscendo a far ridere e sorridere lo spettatore con uno spietato umorismo dark. Il tutto condito da efficaci, quanto inaspettati, colpi pulp.
un cast strepitoso , composto da ottimi figuranti che seguono una sceneggiatura tagliente.
Aspiranti suicidi , che decidono di ricorrere al Dottor Kruger, pur non essendo malati terminali, ma depressi cronici, falliti o semplici pazzi cialtroni. Attori da cabaret , maschere buffe e tristi nell'oscena recita della vita.
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Kill me please di Olias Barco e' un film grottesco , geniale , irriverente ; una vera "chicca" per gli amanti del genere.
la pellicola del regista belga, riesce nel difficilissimo compito, di trattare un argomento come l'eutanasia, riuscendo a far ridere e sorridere lo spettatore con uno spietato umorismo dark. Il tutto condito da efficaci, quanto inaspettati, colpi pulp.
un cast strepitoso , composto da ottimi figuranti che seguono una sceneggiatura tagliente.
Aspiranti suicidi , che decidono di ricorrere al Dottor Kruger, pur non essendo malati terminali, ma depressi cronici, falliti o semplici pazzi cialtroni. Attori da cabaret , maschere buffe e tristi nell'oscena recita della vita.
la pellicola in bianco e nero e la bianca neve svizzera , fanno il resto ,creando un ambientazione ancora piu' cupa e soffice, pronta per raggiungere una "buona" morte.
il regista , tratta un argomento a lui molto caro , il suicidio, visto che per tre volte lui stesso ha tentato di togliersi la vita prima di realizzare questa stupenda pellicola.
Inoltre, a zurigo in svizzera, esiste realmente una clinica simile a questa raccontata del Dr. kruger, con quasi mille suicidi assistiti in dodici anni.
diciamo , che Olias Barco , non era uno sprovveduto sull'argomento e non sembra sprovveduto con la macchina da presa in mano, regalandoci un paio di riprese esaltanti nel momento dello scontro coi cecchini.
Meritatamente premiato al festival di roma come miglior film, ma ingiustamente come troppo spesso accade, snobbato dal pubblico italiano.
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disincantato83
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venerdì 17 giugno 2011
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i diritti non riconosciuti
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Dovrebbe essere più che evidente, a una persona razionale, il diritto di disporre della PROPRIA vita. Non riconosciuto (come del resto tanti altri) dalla nostra "civiltà" ancora molto barbarica e poco civile. Una civiltà rimasta abbarbicata a superstiz... pardon, fedi, che null'altro rispecchiano dal primitivo terrore per l'ignoto, che si cerca di vincere inventandosi una spiegazione (ovviamente indimostrabile, e perciò da "credere e basta") a ciò che non si conosce.
Certo: ognuno è libero di confortarsi come meglio crede. Ma è giusto IMPORRE tali forme di "consolazione" agli altri? Dovrebbe essere una domanda retorica.
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Dovrebbe essere più che evidente, a una persona razionale, il diritto di disporre della PROPRIA vita. Non riconosciuto (come del resto tanti altri) dalla nostra "civiltà" ancora molto barbarica e poco civile. Una civiltà rimasta abbarbicata a superstiz... pardon, fedi, che null'altro rispecchiano dal primitivo terrore per l'ignoto, che si cerca di vincere inventandosi una spiegazione (ovviamente indimostrabile, e perciò da "credere e basta") a ciò che non si conosce.
Certo: ognuno è libero di confortarsi come meglio crede. Ma è giusto IMPORRE tali forme di "consolazione" agli altri? Dovrebbe essere una domanda retorica. Tuttavia per la Santa Inquisizione non lo era. E non è stato, purtroppo, il solo né l'ultimo caso in cui è stato valicato il labile confine tra irrazionalità e prevaricazione: dal credere ciecamente, in maniera non logica e non motivata, in qualcosa, al pretendere d'imporlo con la forza, il passo è breve. Così, chi crede che un certo Dio (di cui non si conosce né il numero di telefono, né l'indirizzo -neanche di posta elettronica- né altro di documentato e dimostrabile) ci abbia assegnato questa vita come un compito da portare a termine, dal quale non si ha il diritto di esimersi, pretende che anche chi non ci crede debba essere sottoposto a questa regola. Qualcuno sa trovare, per definire ciò, parole diverse da "fondamentalismo" "fanatismo religioso" "talebani cattolici" (che, come quelli islamici, fondano la propria ottusa prepotenza sull'autorità statale)?
Nessuno nega che la convivenza sociale presupponga delle regole coercitive. Proprio questo distingue il barbaro, l'uomo-bestia, dall'uomo evoluto. Ma affinché sia davvero così, le regole devono rendere ogni individuo libero nella massima misura in cui può esserlo senza intaccare la libertà altrui. Si potrebbero fare, al riguardo, mille esempi, e da molti potrebbe venir fuori che tante regole vigenti non fanno altro, invece, che ampliare ingiustificatamente la "libertà" di alcuni, soffocando quella altrui (e naturalmente, una libertà sopraffatoria non merita questo nome, in quanto io godo una VERA libertà solo quando l'altro è altrettanto libero). Per restare in tema: partendo dal diritto alla vita -che costituisce una libertà inalienabile di tutti- a rigor di logica, appare evidente che, se il divieto di omicidio è giustamente volto a tutelare tale diritto (impedendo che uno impedisca ad altri di goderne), non altrettanto si può dire per il divieto di suicidio, atto con il quale uno non intacca la sfera di nessuno, viceversa tale divieto intacca la propria. Non c'è un vero diritto alla vita, se non comprende quello alla morte.
Il film meriterebbe 5 stelle per l'interesse del tema che tratta, e una per come lo tratta, in quanto non contiene alcuna coraggiosa critica contro il bigottismo confessionale delle attuali legislazioni. Anzi, finisce per dare l'impressione di condividere lo sdegno nei confronti del medico della clinica: degli abitanti del villaggio non si disapprovano le intenzioni, ma soltanto i metodi, cioè il fatto che essi attentino a loro volta alla vita (in tal caso altrui, non propria, ma tanto non fa differenza), di cui viene quindi ribadita, in sostanza, la sacralità intangibile, la non-liceità del disporne. A ciò contribuisce anche il tratteggio, piuttosto caricaturale, dei ricoverati, che naturalmente vengono dipinti come dei deviati, esaltati ecc. Come per far passare il messaggio che uno NON PUò, essendo perfettamente sano di mente, e senza avere alcun disturbo psichico (e perfino senza alcuna di quelle malattie terminali che sembrano condizione indispensabile per poter soltanto dibattere del diritto a farla finita), averle semplicemente piene della dura lotta quotidiana che è la vita, e perciò aver lucidamente e consapevolmente deciso di ritirarsene, senza con ciò nuocere a nessuno.
Mi piacerebbe, non tanto suicidarmi, quanto farmi ibernare, e ripassare tra alcuni secoli (facciamo millenni...) per vedere se nel frattempo l'umanità sarà uscita dalle grotte e avrà smesso di prostrarsi e pregare i fulmini, e sarà diventata un po' più razionale e "sapiens", smettendo di impedire ai propri simili di esercitare i propri più basilari diritti.
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luana
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domenica 5 giugno 2011
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pacchianata
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Il film non è da buttare. Il tema forte dell'eutanasia è un pretesto per mettere in luce tutti i paradossi umani portandoli però ad un estremo tale da ridicolizzare la dignità umana, sfiorando ma non troppo il cattivo gusto. (legittimo punto di vista, intendiamoci). L'abilità del regista è stata quella di iniziare in modo surreale sì ma apparentemente serio (la prima dolce morte si svolge come previsto) creando nello spettatore delle aspettative di tutt'altro sviluppo che non siano quelle di un totale irrealismo condito da situazione farsesche di ogni tipo. E' qui che cadono i cosiddetti e ci accorgiamo di assistere ad una specie di scherzo, ad un sogno.Nella catena dei paradossi che potrebbe continuare all'infinito si rivela la fondamentale miseria umana che rimane attaccata alle proprie nevrosi sognando e delegando una falsa liberazione e soprattutto continuando a sentirsi padrona di qualcosa.
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Il film non è da buttare. Il tema forte dell'eutanasia è un pretesto per mettere in luce tutti i paradossi umani portandoli però ad un estremo tale da ridicolizzare la dignità umana, sfiorando ma non troppo il cattivo gusto. (legittimo punto di vista, intendiamoci). L'abilità del regista è stata quella di iniziare in modo surreale sì ma apparentemente serio (la prima dolce morte si svolge come previsto) creando nello spettatore delle aspettative di tutt'altro sviluppo che non siano quelle di un totale irrealismo condito da situazione farsesche di ogni tipo. E' qui che cadono i cosiddetti e ci accorgiamo di assistere ad una specie di scherzo, ad un sogno.Nella catena dei paradossi che potrebbe continuare all'infinito si rivela la fondamentale miseria umana che rimane attaccata alle proprie nevrosi sognando e delegando una falsa liberazione e soprattutto continuando a sentirsi padrona di qualcosa.Troppo,davvero troppo sarcastico per i miei gusti.
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[+] correzione grammaticale
(di luana)
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