Carlos - Seconda parte

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Carlos: noto come Lo Sciacallo e considerato una delle minacce più pericolose degli anni '70 e '80.
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Il corpo mutevole di Edgar Ramirez racconta la storia di Carlos
Gabriele Niola     * * * - -

Carlos - Seconda parte, la trama
Carlos e sei uomini si infiltrano nella sede dell'OPEC e prendono in ostaggio tutte le più alte cariche che si occupano dello scambio mondiale di petrolio in una delle operazione terroristiche più clamorose di sempre. La fama e la notorietà di Carlos sono tali però che nemmeno i paesi che dovrebbero essergli più vicini vogliono dare asilo a lui e i suoi ostaggi, dunque a malincuore è costretto a consegnarli per un grosso riscatto. Invece che rovinare la sua carriera questo fallimento ha una risonanza tale da portare Carlos a diventare uno dei mercenari più pagati del pianeta, ben voluto in particolare dallo spionaggio oltre cortina di ferro della STASI.


Carlos è il nome in codice di Ilich Ramírez Sánchez, terrorista mercenario filopalestinese di origini venezuelane (ma attivo più che altro in Europa), autore di alcune tra le più violente stragi degli anni '70 e al centro di una gigantesca caccia all'uomo della polizia. Carlos è bello, prestante e furbo. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina lo prende con sè e lui fa carriera velocemente grazie al sangue freddo e al carattere, almeno fino al clamoroso assalto al quartier generale dell'OPEC nel 1975, quando riuscì a sequestare sessanta ostaggi e scappare con loro in un DC-9 fornito dalla polizia. Quell'operazione però è anche l'inizio della fine dei rapporti con il FPLP e l'inizio della peregrinazione che nel giro di vent'anni lo porterà in carcere.
Ultimo innesto di una fortunata serie di film europei, per il cinema e per la tv, che affrontano con epica, gusto e forte senso dell'intrattenimento gli anni di piombo (non in senso temporale stretto ma in senso lato), leggendo le vite e le opere dei più noti villain della cronaca, Carlos non si distacca per stile, toni e approccio dai suoi predecessori.
Come già fece Marco Tullio Giordana trattando le Brigate Rosse in La meglio gioventù o anche Marco Bellocchio in Buongiorno, Notte o ancora come si è visto nel meno riuscito La Prima Linea, i criminali riconosciuti e condannati sono raccontati con i tempi e le modalità del cinema d'azione (sempre all'europea, s'intenda) ma cercando in ogni momento di far sì che l'epica che si accompagna al genere non scada nell'apologia.
Men che meno vuole infognarcisi Assayas, che sembra procedere sul medesimo binario (narrativo e visivo) su cui si era mosso Jean-François Richet per il suo ritratto di Jacques Mesrine nel dittico Nemico pubblico n.1, di fatto rinunciando a molti dei tratti più evidenti del suo cinema. Parte di questa scelta sembra giustificabile dalla committenza (e poi distribuzione) televisiva del film e parte sembra invece frutto della felice intuizione di mettersi da parte per inserirsi nel più continentale gioco alla ricostruzione della stagione terroristica degli anni '70 attraverso il filtro dell'avventura.
Il Carlos di Assayas è bello e desiderabile e il regista non esista a dilungarsi molto nelle scene che mostrano il corpo nudo di Edgar Ramirez, nel suo fare avanti e indietro tra forma smagliante e pesante ingrassamento. Carlos è un guerriero e come tale ha un corpo che è in sè un'arma, una caratteristica che, ancora una volta, avvicina il modo in cui si guarda Ramirez a quello in cui si guarda Vincent Cassel e al suo straordinario Jacques Mesrine, più spaventoso e autoritario all'aumentare dei chili.
Sebbene il film sia nettamente più dinamico nella prima che nella seconda parte, l'opera nel suo complesso disegna un affresco molto attento alla ricostruzione storica. Un cartello prima dell'inizio spiega per bene cosa è vero e cosa no, cosa è immaginato e inventato e cosa è invece stato riconosciuto legalmente come colpa del criminale. Non c'è nostalgia, adesione o repellenza per l'ideologia alla base delle azioni del protagonista. La politica, per quanto molto presente, fortunatamente non è elemento del discorso filmico come lo era nell'eccessivamente pesante La banda Baader Meinhof.
La visione unica dell'opera da cinque ore e mezza che ha offerto il Festival di Cannes tuttavia non è forse il modo migliore per godere di una storia organizzata per essere fruita in diverse parti. La scansione, il ritmo e le svolte non sono organizzate per una visione tradizionale ed è probabile che i passaggi televisivi migliorino l'impressione globale.

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Gabriele Niola
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