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writer58
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mercoledì 16 marzo 2011
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viva la muerte!
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Di Iňárritu ho visto "21 grammi" e "Babel", due film eccellenti, in cui la rappresentazione del tempo è circolare e quella dello spazio e dei contesti narrativi -soprattutto in "Babel"- scomposta e frammentata. Ancora prima, ho seguito, nella versione originale "Amores perros", la sua opera prima, un film adrenalico ambientato a Città del Messico, una pellicola dura, veloce e spietata che traccia un ritratto a tinte forti della megalopoli messicana. Biutiful, in qualche modo, rappresenta un ritorno alle origini. Forse a causa del distacco da Arriaga- lo scrittore che aveva sceneggiato i primi film di Iňárritu- le architetture temporali e narrative appaiono più rettilinee e l'esame del contesto urbano - una Barcellona livida e dolente- ricorda quello del suo primo film.
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Di Iňárritu ho visto "21 grammi" e "Babel", due film eccellenti, in cui la rappresentazione del tempo è circolare e quella dello spazio e dei contesti narrativi -soprattutto in "Babel"- scomposta e frammentata. Ancora prima, ho seguito, nella versione originale "Amores perros", la sua opera prima, un film adrenalico ambientato a Città del Messico, una pellicola dura, veloce e spietata che traccia un ritratto a tinte forti della megalopoli messicana. Biutiful, in qualche modo, rappresenta un ritorno alle origini. Forse a causa del distacco da Arriaga- lo scrittore che aveva sceneggiato i primi film di Iňárritu- le architetture temporali e narrative appaiono più rettilinee e l'esame del contesto urbano - una Barcellona livida e dolente- ricorda quello del suo primo film.
Il protagonista è una persona che vive ai margini della legalità, un mediatore di forza lavoro composta da africani e cinesi che vivono ammassati in 20 dentro miserabili capannoni e che lavorano 16 ore al giorno in laboratori artigianali clandestini o in cantieri edili. Il protagonista - un magnifico Bardem- ha una relazione conflittuale con una donna affetta da sindrome bipolare, gestisce a fatica il rapporto con due figli di 7 e 10 anni e scopre di essere in fin di vita, per un tumore alla prostata allo stadio terminale.
"Biutiful" racconta la caduta del protagonista verso la morte, la sua iniziale ribellione davanti all'esito fatale che la malattia prospetta, i suoi tentativi di lasciare un minimo di protezione per i suoi figli, le condizioni di vita subumane degli immigrati clandestini. Lo fa con uno stile duro ed efficace che concede pochissimo alla spettacolarizzazione o a estetismi inessenziali.
Solo due appunti critici: ho trovato superflua la "love story" tra i due cinesi e il rapporto del protagonista conn i morti, come se fosse un sensitivo alla "Hereafter". La scena finale del film si ricollega a quella iniziale: è l'unica concessione di Iňárritu al "tempo circolare. Il resto del film scivola verso la sua conclusione come una punta di lancia.
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(di stefano)
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fabio2
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martedì 8 febbraio 2011
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bardem e il suo requiem
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Inarritu, c'introduce con la struggente storia di Uxbal, in una Barcellona lontana dalle guide turistiche. Non la movida della Catalogna ma la triste realtà delle favelas spagnole, le lacrime dei "vu cumprà" la schiavitù dei cinesi. Al centro di questo microcosmo, Bardem si guarda attorno, consapevole del suo tragico destino. Il film per me è un De profundis non solo del protagonista ma della società odierna. In poco più di 2 ore vengono concentrati i mali degli anni 2000: cocaina, povertà, prostituzione, sfruttamento della manodopera. Bardem dopo Mare Dentro e Non è un paese per vecchi ci offre una grande interpretazione di umanità e dignità di fronte alla morte. L'abbraccio con la figlia è una delle scene più struggenti degli ultimi anni ove si vede la paura della morte imminente ed il q
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Inarritu, c'introduce con la struggente storia di Uxbal, in una Barcellona lontana dalle guide turistiche. Non la movida della Catalogna ma la triste realtà delle favelas spagnole, le lacrime dei "vu cumprà" la schiavitù dei cinesi. Al centro di questo microcosmo, Bardem si guarda attorno, consapevole del suo tragico destino. Il film per me è un De profundis non solo del protagonista ma della società odierna. In poco più di 2 ore vengono concentrati i mali degli anni 2000: cocaina, povertà, prostituzione, sfruttamento della manodopera. Bardem dopo Mare Dentro e Non è un paese per vecchi ci offre una grande interpretazione di umanità e dignità di fronte alla morte. L'abbraccio con la figlia è una delle scene più struggenti degli ultimi anni ove si vede la paura della morte imminente ed il quesito "che ne sarà dei miei figli?"
Da rivedere in lingua originale!!
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pipay
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lunedì 7 febbraio 2011
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stupendo. ma doloroso da stordire.
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Il film è un viaggio nel cuore infranto e straziato di una città: Barcellona. Ed è anche un viaggio doloroso attorno alla figura del protagonista, condannato da un male incurabile. Si apre dinanzi allo spettatore il baratro di un panorama desolante e senza via di uscite, fatto di atroce degrado, di malattia, di dolore, di droga, di sfruttamento e di prostituzione. E purtroppo questo baratro riflette perfettamente la realtà dei nostri giorni: la realtà degli emarginati, dei clandestini, dei profughi, degli stranieri che provano qualsiasi espediente per sopravvivere. Non c'è redenzione né speranza per nessuno. Forse solo qualche timido sorriso di un bimbo, qualche sguardo innocente, ci regalano esili sprazzi di luce.
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Il film è un viaggio nel cuore infranto e straziato di una città: Barcellona. Ed è anche un viaggio doloroso attorno alla figura del protagonista, condannato da un male incurabile. Si apre dinanzi allo spettatore il baratro di un panorama desolante e senza via di uscite, fatto di atroce degrado, di malattia, di dolore, di droga, di sfruttamento e di prostituzione. E purtroppo questo baratro riflette perfettamente la realtà dei nostri giorni: la realtà degli emarginati, dei clandestini, dei profughi, degli stranieri che provano qualsiasi espediente per sopravvivere. Non c'è redenzione né speranza per nessuno. Forse solo qualche timido sorriso di un bimbo, qualche sguardo innocente, ci regalano esili sprazzi di luce. Il film sfiora il capolavoro, ma è talmente triste che lascia disorientati e storditi.
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paapla
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sabato 5 febbraio 2011
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non è un film per tutti
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Clinton Eastwood o Alejandro Inarritu? Hereafter o Biutiful? Il californiano o il messicano? Due grandi del cinema mondiale che hanno raccontato la stessa storia con fantasia e maestria. Il film Biutiful, scritto e diretto da Alejandro Inarritu, da voce ai forzati delle produzioni a basso prezzo ma dai costi sociali altissimi. Lo spettatore per 138 minuti rimane in apnea e segue uno Javier Bardem, mirabile, che si muove in una Barcelona corrotta e smarrita, dove i cadaveri dei cinesi clandestini affiorano davanti il Big Fsh di Frank Gehry. Non è un film per tutti. Tutti lo dovrebbero vedere.
[+] javier bardem conferma la sua bravura!
(di massibrucia)
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seiza
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giovedì 17 febbraio 2011
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vibrante
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Un capolavoro. Crudo,duro,triste ma con un profondo messaggio di speranza.Ti coinvolge e sconvolge emotivamente, ti fa vibrare. Fotografia sublime. Bardem da oscar.Nella mia città, come in molte altre,non era in programmazione ed ho fatto piu di 100 km per gustarmelo al cinema, ma ne è valsa la pena.
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algernon
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domenica 6 febbraio 2011
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l'universo non paga l'affitto
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bellissimo film, drammatica immersione nel degrado dei quartieri poveri di Barcellona, dove lo sfruttamento e l'emarginazione sono la regola e dove Uxbal conduce la sua vita di espedienti. in tale contesto, i problemi non vengono mai da soli, perciò non ci stupiamo se Uxbal è pure malato di cancro e separato dalla moglie maniaco-depressiva e gravato dalla cura dei figli. eppure il personaggio è molto umano in questo compito difficile e il suo rapporto coi figli è uno degli aspetti più belli del film. "non ti devi occupare dei tuoi figli, l'Universo si occupa di loro" gli dice una amica, cui Uxbal risponde: "ma l'Universo non paga l'affitto". bellissima l'interpretazione di Javier Bardem, ottima la regia, belle le riprese con la camera a mano, bella la fotografia con colori soprasaturi.
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bellissimo film, drammatica immersione nel degrado dei quartieri poveri di Barcellona, dove lo sfruttamento e l'emarginazione sono la regola e dove Uxbal conduce la sua vita di espedienti. in tale contesto, i problemi non vengono mai da soli, perciò non ci stupiamo se Uxbal è pure malato di cancro e separato dalla moglie maniaco-depressiva e gravato dalla cura dei figli. eppure il personaggio è molto umano in questo compito difficile e il suo rapporto coi figli è uno degli aspetti più belli del film. "non ti devi occupare dei tuoi figli, l'Universo si occupa di loro" gli dice una amica, cui Uxbal risponde: "ma l'Universo non paga l'affitto". bellissima l'interpretazione di Javier Bardem, ottima la regia, belle le riprese con la camera a mano, bella la fotografia con colori soprasaturi. da non perdere.
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gianluca bazzon
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mercoledì 15 giugno 2011
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l'eroe tragico di inarritu
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Nella Barcellona del 2000 vive emarginato Uxbal (un Javier Bardem da brividi), intermediario tra la polizia e gruppi clandestini cinesi e africani. Gli viene diagnosticato un cancro con metastasi e gli rimangono due mesi di vita per pensare al futuro dei suoi due bambini. La situazione drammatica è complicata dalle condizioni dell'ex moglie con cui intrattiene un rapporto conflittuale e che soffre di un grave disturbo bipolare.
L’ultimo di Inarritu, che questa volta firma anche la sceneggiatura, esce dallo schema narrativo che lo aveva reso noto nelle precedenti collaborazioni con Arriaga (Babel, 21 grammi) e dimostra, con una storia lineare e priva di grossi giochi di montaggio, di saper mantenere ugualmente alti il ritmo e l’intensità, nonostante i 138 minuti di pellicola.
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Nella Barcellona del 2000 vive emarginato Uxbal (un Javier Bardem da brividi), intermediario tra la polizia e gruppi clandestini cinesi e africani. Gli viene diagnosticato un cancro con metastasi e gli rimangono due mesi di vita per pensare al futuro dei suoi due bambini. La situazione drammatica è complicata dalle condizioni dell'ex moglie con cui intrattiene un rapporto conflittuale e che soffre di un grave disturbo bipolare.
L’ultimo di Inarritu, che questa volta firma anche la sceneggiatura, esce dallo schema narrativo che lo aveva reso noto nelle precedenti collaborazioni con Arriaga (Babel, 21 grammi) e dimostra, con una storia lineare e priva di grossi giochi di montaggio, di saper mantenere ugualmente alti il ritmo e l’intensità, nonostante i 138 minuti di pellicola.
Qui la cinepresa segue Uxbal dall’inizio alla fine non creando equivochi sul punto di vista. Ne condividiamo dolore fisico, angoscia e colpa. Non è nuova l’empatia che sorge nello spettatore di fronte ai personaggi del regista messicano, ma qui l’identificazione è alta a tal punto che non vediamo la sua morte, ma la viviamo con lui, in una scena finale onirica che si riallaccia a quella iniziale.
Il potere che Uxbal possiede, quello di saper ascoltare le persone morte, contribuisce, come se non bastasse, a conferirgli un’aurea da dannato. Se Clint Eastwood in Hereafter aveva preso sul serio e anche mostrato il potere e le visioni che assalivano il medium (Matt Damon), qui non è in alcun modo indagata la fenomenologia di quest’esperienza. Non possiamo affermare con certezza il suo reale potere ma allo stesso tempo non c’è un giudizio etico. Possiamo credere che Uxbal viva in questo modo per scelta o perché vi era stato costretto o ancora leggere nel suo carattere e nella sua malattia mortale un destino karmico. A me ricorda la vicenda di un eroe tragico, la rappresentazione del quale ci porta ad un movimento catartico delle nostre passioni più profonde.
Storia umana troppo umana, che non si compiace nel calcare la mano sulla malattia o sul dolore, comunque presenti, e che ci conduce nella dignità di un uomo e nel suo istinto di sopravvivenza e di amore verso i figli, proprio quell’uomo che non aveva mai visto il proprio padre.
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toro sgualcito
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mercoledì 9 febbraio 2011
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la passione di uxbal
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Difficile esprimersi su questo film le forze in gioco sono soverchianti. Il cinema di Inàrritu è stato sempre molto drammatico e il tema della morte ha attraversato o meglio trafitto tutti i suoi film, Biutiful incluso. Questa volta la durezza e l’angoscia forse sovrastano il soggetto della sceneggiatura e la storia si scoglie in uno sfondo costante sul quale si staglia la granitica interpretazione del grande Bardem. Probabilmente questo film deve molto anche alla bella fotografia spesso fatta di forti saturazioni cromatiche ben accompagnata dalle musiche del solito e bravo Gustavo Santaolalla. Qui Bardem è Uxbal, un uomo che vive a Barcellona e si guadagna da vivere trafficando mano d’opera cinese illegale e saltuariamente usando le sue capacità di sensitivo per comunicare ai vivi i pensieri del loro cari appena defunti.
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Difficile esprimersi su questo film le forze in gioco sono soverchianti. Il cinema di Inàrritu è stato sempre molto drammatico e il tema della morte ha attraversato o meglio trafitto tutti i suoi film, Biutiful incluso. Questa volta la durezza e l’angoscia forse sovrastano il soggetto della sceneggiatura e la storia si scoglie in uno sfondo costante sul quale si staglia la granitica interpretazione del grande Bardem. Probabilmente questo film deve molto anche alla bella fotografia spesso fatta di forti saturazioni cromatiche ben accompagnata dalle musiche del solito e bravo Gustavo Santaolalla. Qui Bardem è Uxbal, un uomo che vive a Barcellona e si guadagna da vivere trafficando mano d’opera cinese illegale e saltuariamente usando le sue capacità di sensitivo per comunicare ai vivi i pensieri del loro cari appena defunti. Uxbal non è affatto un santo ma nella miseria e violenza del mondo dell’immigrazione clandestina riesce anche ad avere uno slancio di generosità. Le sue battaglie però non hanno tregua e gli attacchi gli vengono da vicino, da fuori e da dentro. Uxbal sembra un Cristo con l’anima di Giuda. Lotta con tutte le sue forze contro il male sapendo di essere il male. E’ un epica della disperazione vitale. Biutiful è un film intensissimo ma non credo che sia un film per tutti, c’è da affrontare molta angoscia anche se mai gratuita. Forse c’è una centratura eccessiva su Bardem ma la sua interpretazione è notevole. Personalmente non condivido questo uso del primo piano così frequente, perché in questo modo vengono annullati i movimenti di macchina: il cinema non è la tv. D’altra parte però oggi il primo piano flagella molti film. Insomma Biutiful è uno strano film sembra più un trip che cinema. La storia è piuttosto semplice ma non sembra togliere nulla a quella forza che afferra saldamente lo spettatore per due ore abbondanti.
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livio costarella
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mercoledì 9 febbraio 2011
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biutiful, adagio assai.
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Scavare nel dolore per esorcizzarlo. Guardarlo e toccarlo. Adagio e assai. Forse è lì il senso ultimo di tutte le cose, che si contorcono a dismisura per ritrovare, a un certo punto, un senso infinito di pace. «Perché dolore è più dolor, se tace», direbbe Giovanni Pascoli. E allora c’è poco da nascondere, ci ricorda Alejandro Gonzalez Inarritu: meglio scorgere in faccia la miseria imperante, capiremo meglio chi siamo.
Così Barcellona non è solo il top della movida turistica europea del momento, ma una città imbarcata nei suoi drammi quotidiani multietnici. Tuttavia la vita è “Biutiful”, come sogna una bambina di 10 anni che nel suo disegno falsa sinistramente la giusta scrittura dell’aggettivo inglese.
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Scavare nel dolore per esorcizzarlo. Guardarlo e toccarlo. Adagio e assai. Forse è lì il senso ultimo di tutte le cose, che si contorcono a dismisura per ritrovare, a un certo punto, un senso infinito di pace. «Perché dolore è più dolor, se tace», direbbe Giovanni Pascoli. E allora c’è poco da nascondere, ci ricorda Alejandro Gonzalez Inarritu: meglio scorgere in faccia la miseria imperante, capiremo meglio chi siamo.
Così Barcellona non è solo il top della movida turistica europea del momento, ma una città imbarcata nei suoi drammi quotidiani multietnici. Tuttavia la vita è “Biutiful”, come sogna una bambina di 10 anni che nel suo disegno falsa sinistramente la giusta scrittura dell’aggettivo inglese.
Il talentuosissimo Inarritu non delude neanche stavolta. E anche se “Biutiful” non lascia scampo, se non nel bellissimo e poetico finale, c’è una potenza visiva straordinaria che tiene incollati 2 ore 20 minuti alla sedia: è l’immenso Javier Bardem, che nei panni del morente Uxbal, invita a soffrire con e per lui.
Soffre anche la camera di Inarritu, impossibilitata a star ferma su un cavalletto, ma costante nel tremolare accanto al suo eroe pieno di metastasi. Sporco affarista o tenero padre di famiglia? Cinico o impaurito da una vita che lo sta per lasciare? Eppure lui il rumore del mare e delle onde lo conosce.
La metafora di “Biutiful” è più profonda di quanto si pensi: nella profondità del mare si agitano le paure inconsce di Uxbal e sembra quasi di rivedere tutta la società odierna alla deriva, di uomini privati di una dignità e di un posto decente in cui dormire. Ma quanto più è forte l’angoscia e sono irte le spine dei cuori dei protagonisti, tanto più sarà dolce il senso del riscatto, che solo la morte può dare.
Lo svela il bianco marmoreo della foresta innevata, contraltare finale della putrida oscurità che pervade il film, zeppa di neon e sapori ormai irriconoscibili. Ma c’è un altro contraltare forte, magico e rivelatore: il contrasto musicale. La chitarra di Gustavo Santaolalla (compositore immancabile nei film di Inarritu) ha una presenza fortissima e accompagna meravigliosamente, nelle distorsioni sonore, quelle visive e fisiche di Uxbal. Il riscatto è il dolcissimo “Adagio assai”, dal Concerto in sol di Ravel per pianoforte e orchestra, che interviene in due momenti. Nel primo suggerisce la “pietas” estrema per i cinesi soffocati e nel finale lascia attoniti e rapiti, con quell’assolo del piano che sfocia in una delle più belle entrate orchestrali della storia della musica.
Ravel ultimò il brano nel 1931 e sappiamo con certezza che gli era stata diagnosticata una malattia cerebrale che nel giro di dieci anni l’avrebbe portato alla morte. Eppure il compositore francese scrisse una delle pagine più belle di sempre, il testamento di un’anima sublimata nell’arte. Così Uxbal “mette a posto le cose”, prima della sua dipartita terrena.
E poi il finale - come già detto - rubato ai Coen. Chi non ricorda il sogno di “Non è un paese per vecchi” dello sceriffo Tommy Lee Jones? Suo padre lo aveva superato con una fiaccola per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo al buio e al freddo. Forse da qualche parte, in mezzo a tutto il buio e il freddo che ci circonda, c'è ancora una speranza, una luce che ci aspetta? Uxbal ritrova il padre nella foresta incantata, gli sorride nell’ascoltare i suoi versi che riecheggiano il mare. E termina con una domanda: «Cosa c’è lì?». La quiete, risponde Ravel.
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renato volpone
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lunedì 7 febbraio 2011
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la consapevolezza della morte
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La morte, pesante, ci accompagna per tutta la durata del film, e lo fa portandoci a spasso attraverso una realtà cruda fatta di sofferenza, di fame, di povertà. Questo lato di Barcellona a noi sconosciuto è il lato nascosto, ma vivo e palpitante, di ogni città, di ogni metropoli, dove l'ostentazione della ricchezza nasconde la sofferenza di chi arranca per sopravvivere, e ineluttabile arriva la morte, fortemente sentita, fortemente presente, non celata dall'ipocrisia della società moderna. Il protagonista ha il dono di poter comunicare con i defunti, ma questo non lo esime dalla paura della morte che gli è stata annunciata per un cancro.
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La morte, pesante, ci accompagna per tutta la durata del film, e lo fa portandoci a spasso attraverso una realtà cruda fatta di sofferenza, di fame, di povertà. Questo lato di Barcellona a noi sconosciuto è il lato nascosto, ma vivo e palpitante, di ogni città, di ogni metropoli, dove l'ostentazione della ricchezza nasconde la sofferenza di chi arranca per sopravvivere, e ineluttabile arriva la morte, fortemente sentita, fortemente presente, non celata dall'ipocrisia della società moderna. Il protagonista ha il dono di poter comunicare con i defunti, ma questo non lo esime dalla paura della morte che gli è stata annunciata per un cancro. Si vive il senso di privazione e di sofferenza dei figli che lo vedranno morire, ma anche i bambini muoiono ci racconta il regista: la morte è di tutti. Mirabili le interpretazioni di tutti gli attori
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