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angelo umana
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lunedì 8 marzo 2010
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a nuoto verso l'amore
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Bilal, 17enne curdo arriva a Calais dopo un viaggio di 3 mesi per raggiungere la sua ragazza Mina a Londra, curda pure lei. A Calais realizza che sia le autorità francesi sia quelle del Regno Unito ostacolano con ogni mezzo la traversata ai "sans papières" (senza documenti) anche perseguendo chi cerca di aiutarli; non vede altro mezzo che raggiungere la meta a nuoto. Per farlo impara a nuotare e si allena per la traversata in una piscina francese; l'istruttore, ex campione di nuoto, diventa complice della determinazione del ragazzo, lo considera quasi un figlio che diventa un pò sua ragione di vita. I "potenti mezzi" della Royal Navy faranno sì che il ragazzo venga bloccato a 800 metri dalle coste di Dover, dopo 10 ore a nuoto, e reso alla Francia in un sacco di plastica.
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Bilal, 17enne curdo arriva a Calais dopo un viaggio di 3 mesi per raggiungere la sua ragazza Mina a Londra, curda pure lei. A Calais realizza che sia le autorità francesi sia quelle del Regno Unito ostacolano con ogni mezzo la traversata ai "sans papières" (senza documenti) anche perseguendo chi cerca di aiutarli; non vede altro mezzo che raggiungere la meta a nuoto. Per farlo impara a nuotare e si allena per la traversata in una piscina francese; l'istruttore, ex campione di nuoto, diventa complice della determinazione del ragazzo, lo considera quasi un figlio che diventa un pò sua ragione di vita. I "potenti mezzi" della Royal Navy faranno sì che il ragazzo venga bloccato a 800 metri dalle coste di Dover, dopo 10 ore a nuoto, e reso alla Francia in un sacco di plastica. Pare che i nostri leghisti abbiano plaudito all'inflessibilità dei poliziotti francesi e inglesi e che Maroni abbia dichiarato che l'Italia deve stringere i suoi controlli su quegli esempi: questa protervia dimostra disumanità, la visione del film fà avvicinare al ragazzo e a tutti i diseredati che cercano condizioni di vita migliori. Il tempo è un gran dottore, tra 10 o 20 anni tutti gli italiani saranno una razza "coloured".
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fabruss
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sabato 20 febbraio 2010
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un film che non convince
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frutto di un certo cinema, alla dardenne, che vuole essere realista e poetico al tempo stesso, non rl iesce in nessuno dei due sensi. non emoziona, troppo asettico, troppo distante, a differenza ad esempio, dal nostro neorealismo, dove il dramma è davvero vissuto, in questo caso il regista non pare coinvolto del tutto,forse neppure convinto, schiacciato tra un clichè buonista e una situazione in divenire che ponedubbi einterrogativi drammatici, ancora tutti da chiarire. i francesi visti come una manica di idioti, in particolare la coppia protagonista, forse sono lo specchio del dubbio: si può andare avanti così?
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storie100x100
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lunedì 25 gennaio 2010
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se "welcome" è una parola su cui pulirsi le scarpe
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Bilal è scappato dall’inferno iracheno per raggiungere la sua amata a Londra ma è bloccato al di qua della Manica, a Calais. Con lo status di rifugiato politico non è perseguibile, come gli altri clandestini, ma legalmente non potrà mai approdare sulle coste dell’Inghilterra, le cui bianche scogliere di Dover stanno là, visibili a occhio nudo… Il “welcome” inglese come titolo di un film francese lascia sperare in una lieta conclusione – ma sotto finale ci accorgiamo che “welcome” è solo la scritta, bugiarda e beffarda, sullo zerbino alla porta di un razzista ignorante e cattivo. Film da vedere e pubblicizzare.
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stefano v
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sabato 23 gennaio 2010
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benvenuti in inghilterra
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Un ragazzo iracheno di 17 anni ha attraversato tutto il Medioriente e l'Europa, per poter riconginungere con la sua fidanzata che si trova in Inghilterra, ma le leggi inglesi sono molto restrittive nei confronti degli immigrati, quindi Kaleb, questo è il nome del ragazzo, si trova fermo a Cales, citta francese da dove si imbarcano i camion nei traghetti per raggiungere le coste inglesi. Dopo aver provato con vari tentativi la traversata della Manica pensa di poter raggiunger l'altra parte della costa a nuoto. Film bello, dalla storia lineare, che colpisce al cuore aprendoti gli occhi sull'indifferenza quotidiana nei confronti dei cittadini stranieri. Da questo film si può evincere che lo stretto della Manica è come lo zerbino davanti al portone di casa, c'è scritto Welcome nonostante ancora fossi fuori casa e non è detto che il proprietario ti faccia entrare, ma bensì è più facile che ti sbatti la porta in faccia.
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Un ragazzo iracheno di 17 anni ha attraversato tutto il Medioriente e l'Europa, per poter riconginungere con la sua fidanzata che si trova in Inghilterra, ma le leggi inglesi sono molto restrittive nei confronti degli immigrati, quindi Kaleb, questo è il nome del ragazzo, si trova fermo a Cales, citta francese da dove si imbarcano i camion nei traghetti per raggiungere le coste inglesi. Dopo aver provato con vari tentativi la traversata della Manica pensa di poter raggiunger l'altra parte della costa a nuoto. Film bello, dalla storia lineare, che colpisce al cuore aprendoti gli occhi sull'indifferenza quotidiana nei confronti dei cittadini stranieri. Da questo film si può evincere che lo stretto della Manica è come lo zerbino davanti al portone di casa, c'è scritto Welcome nonostante ancora fossi fuori casa e non è detto che il proprietario ti faccia entrare, ma bensì è più facile che ti sbatti la porta in faccia. Assolutamente da vedere!!!
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eugenio
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mercoledì 20 gennaio 2010
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la forza della determinazione vince su tutto?
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Storia particolare quella di Welcome, storia di un amore irrangiungibile, storia di clandestinità, di sofferenza ma anche di forza, coraggio e incoscienza.
Bilal, giovane curdo appena diciassettenne, tenta di raggiungere, clandestinamente, l'Inghilterra, terra dove risiede la ragazza che ama. La cosa non sara' facile e, dopo un fallito tentativo di varcare la frontiera, il ragazzo, incurante del pericolo, deciderà di attraversare la Manica a nuoto pur di raggiungere il suo obbiettivo.
Il suo destino incrocia quello di un altro uomo, Simon, in crisi con la moglie (di cui comunque è ancora fortemente legato) che cerca di "affogare" la sua vita solitaria in un lavoro ripetitivo: l'insegnamento del nuoto a ragazzini in una piscina comunale di Calais.
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Storia particolare quella di Welcome, storia di un amore irrangiungibile, storia di clandestinità, di sofferenza ma anche di forza, coraggio e incoscienza.
Bilal, giovane curdo appena diciassettenne, tenta di raggiungere, clandestinamente, l'Inghilterra, terra dove risiede la ragazza che ama. La cosa non sara' facile e, dopo un fallito tentativo di varcare la frontiera, il ragazzo, incurante del pericolo, deciderà di attraversare la Manica a nuoto pur di raggiungere il suo obbiettivo.
Il suo destino incrocia quello di un altro uomo, Simon, in crisi con la moglie (di cui comunque è ancora fortemente legato) che cerca di "affogare" la sua vita solitaria in un lavoro ripetitivo: l'insegnamento del nuoto a ragazzini in una piscina comunale di Calais. Sara' l'incontro con il giovane migrante a spezzare in toto la monotonia della sua esistenza.
Welcome si presenta come uno splendido connubio di due attori che si muovono con scioltezza e abilità sullo sfondo di una Francia quasi "nazista" anti-clandestina che reprime ogni possibile forma del diverso con un'anima quasi xenofoba (ben incarnata dal vicino di casa di Simon).
La pellicola, seppur costituendo un prodotto apparentemente non originale, nasconde un intento estremamente introspettivo e profondo: la narrazione di un dramma umano e la forza di affrontare con coraggio un desiderio che va al di la' della semplice portata umana. Con questa premessa, è dunque facile per lo spettatore immedesimarsi nel giovane protagonista Bilal: il suo sogno è il motore del film, è la ragione del suo esistere, la scintilla di vita che lo muove.
Eppure, la capacità del regista Lioret va al di la' di tale aspetto. Un sogno, per quanto importante sia, è irrealizzabile senza una minima preparazione o ausilio esterno: ed ecco che la figura di Simon, "il mentore" del ragazzo, fornisce un supporto non solo sterilmente tecnico ma anche umano, tale da divenire una sorta di guida delle travagliate azioni del giovane. L'acqua, elemento purificatore per eccellenza, assume nel corso della pellicola una valenza ostile, malvagia che deve essere affrontata e sconfitta: il ragazzo proverà a vincerla, con l'aiuto della sola muta di Simon.
E mentre il giovane curdo nuota nelle fredde acque della Manica raggiungendo una costa che non vedrà mai, Simon si strugge nella sua ricerca, nella paura di perdere il figlio che non ha mai avuto.
Il "piccolo" Bilal contro il "grande mare", l'ingiustizia repressiva della polizia di frontiera, il dramma purtroppo troppo ben noto della clandestinità (si veda la forte sequenza iniziale dei sacchetti di plastica), si fondono magistralmente creando un commovente e, a tratti, straziante film in cui, emerge quasi, dall'intento del cineasta, la convinzione di come persone semplicemente umane e di grande spirito, siano condannate o schiacciate all'interno di una società sempre piu' incapace di comprenderle.
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ruggero
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sabato 16 gennaio 2010
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bello !
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Lo consiglio di cuore senza più aggiungere altro. Bello che ognuno si goda un buon film senza avere letto altrui opinioni e commenti che lasciano solo il tempo che trovano e anticipano comunque qualcosa sulla storia o sui significati. Buona visione!
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circerie
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venerdì 15 gennaio 2010
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bello!
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olgadik
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martedì 12 gennaio 2010
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altro che welcome!
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Opera complessa e scabra questa di Philippe Lioret che alla denuncia gridata sostituisce la scelta di far parlare i fatti e le immagini, sottolineati da una colonna sonora che è graffiante rumore o musica sentimentale quando il discorso tocca emozioni rattenute ma profonde. Due i nuclei della riflessione che il regista propone. Primo, la xenofobia, la durezza dei controlli per impedire a gente in fuga da guerre o povertà di varcare i nostri confini, la mancanza di umanità delle leggi. Secondo, l’incontro tra persone diversissime, entrambe sole, uno di quegli incontri che cambiano la vita.
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Opera complessa e scabra questa di Philippe Lioret che alla denuncia gridata sostituisce la scelta di far parlare i fatti e le immagini, sottolineati da una colonna sonora che è graffiante rumore o musica sentimentale quando il discorso tocca emozioni rattenute ma profonde. Due i nuclei della riflessione che il regista propone. Primo, la xenofobia, la durezza dei controlli per impedire a gente in fuga da guerre o povertà di varcare i nostri confini, la mancanza di umanità delle leggi. Secondo, l’incontro tra persone diversissime, entrambe sole, uno di quegli incontri che cambiano la vita. In gioco ci sono quindi comportamenti collettivi e rapporti individuali. Sui primi non scatta la propaganda, non si fanno prediche sui buoni sentimenti: basta la quotidianità con le sue durezze e viltà a far capire come stanno le cose. Sui secondi non ci sono complicate analisi psicologiche ma l’evolvere naturale, umanissimo, di un’amicizia che sembra all’inizio quasi afasica. Oltre questa dialettica per cui problemi dei singoli si pongono sullo sfondo di dolori non individuali, c’è un altro elemento che rende questo film riuscito e coinvolgente. Mi riferisco all’interpretazione degli attori, tra tutti a quella di Vincent Lindon, che dimostra un talento portentoso e naturale, a partire da quella faccia di francese del Nord, di pelo rosso, con i grandi occhi verdi affondati nelle pieghe di un viso triste. Un esistere grigio che però via via si riempie di espressività col procedere della crescita umana del personaggio. Infine vorrei citare la scelta stilistica del luogo: Calais è una terra che si varca per raggiungere un’isola dopo aver attraversato quasi tutta l’Europa da parte dei sans-papier, ultimo approdo prima di raggiungere l’agognata Itaca. In realtà il luogo è ferrigno, tra sabbia, acqua, moli, andirivieni di traghetti carichi di tir, che spesso nascondono quel carico umano in attesa di un’occasione per passare di nascosto in condizioni insostenibili. Tale realtà è presentata con i toni del grigio e dell’azzurrino, colori spenti, quasi non colori che ben s’addicono a una ripresa in cinema-scope fredda e straniante. La città, una normale città di provincia francese, è spesso sorda ai bisogni dell’ “altro”, ma è anche sollecita in alcune frange, come dimostra l’opera dei volontari che sfamano i clandestini alla sera sul molo.
Né è retorico versare qualche lacrima in sala quando sulle scene che ci scorrono davanti riconosci la complessità del reale e la necessità che ciascun individuo (e non solo la società) abbandoni la cattiva coscienza e la difesa del proprio orto personale dove crescono “piante” comuni al sentire di ogni essere umano.
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mary22
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giovedì 7 gennaio 2010
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un bel ritratto
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Mi è piaciuto del film il ritratto dell'audace ragazzino, puro di cuore ma anche a malincuore consapevole della realtà che lo circonda. La sua freschezza e il suo progetto sanno di voglia di libertà in un contesto dove è proprio questa ad essere preclusa.
Non vende l'anello per pagare un trafficante, come il suo compagno che ruba per farlo. Non regge un viaggio in camion respirando da un sacchetto di plastica. Conta su se stesso , sulla sua energia fisica e mentale e sa nutrire sentimenti disinteressati in un mondo abbrutito da condizionamenti di ogni sorta.Ho trovato bellissima la scena del trainer Lindon che mentre allena ragazzi francesi,che si rivolgono a lui per avere o meno conferme su come procedono, ricorda la stessa richiesta fatta dal ragazzo curdo, ma con quella luce pura ed innocente negli occhi che sa di affidamento, perchè la sua non è una "narcisistica" voglia di imparare ma è dettata da un bisogno più profondo, sorretto da una sua causa.
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Mi è piaciuto del film il ritratto dell'audace ragazzino, puro di cuore ma anche a malincuore consapevole della realtà che lo circonda. La sua freschezza e il suo progetto sanno di voglia di libertà in un contesto dove è proprio questa ad essere preclusa.
Non vende l'anello per pagare un trafficante, come il suo compagno che ruba per farlo. Non regge un viaggio in camion respirando da un sacchetto di plastica. Conta su se stesso , sulla sua energia fisica e mentale e sa nutrire sentimenti disinteressati in un mondo abbrutito da condizionamenti di ogni sorta.Ho trovato bellissima la scena del trainer Lindon che mentre allena ragazzi francesi,che si rivolgono a lui per avere o meno conferme su come procedono, ricorda la stessa richiesta fatta dal ragazzo curdo, ma con quella luce pura ed innocente negli occhi che sa di affidamento, perchè la sua non è una "narcisistica" voglia di imparare ma è dettata da un bisogno più profondo, sorretto da una sua causa.E che trova un riconoscimento nell'allenatore, che ha perso quella voglia di vivere. Non sono d'accordo sul fatto che è un film tipicamente francese o che si addentra in una mordente denuncia sociale "alla Loach". In un vago e,a mio parere,un po' retorico punto di vista sul sociale, emerge in primo piano il ritratto di due individualità che si incontrano. E rimane,tragicissimo, il destino di una figura troppo pura per sopravvivere. Ottimi i due attori.In particolare il ragazzo è superlativamente commovente.
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