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nicola barbera
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domenica 30 maggio 2010
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la lezione di un padre.
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Cosa può insegnare un genitore a un figlio? In particolare, cosa può insegnargli un padre che sa che a un certo punto dovrà lasciarlo - come è normale nella vita - ma sa anche che non ci sarà una madre (di norma, biologicamente predisposta a “vegliare” più a lungo…) ad aiutare e confortare il ragazzo?
Cerca di insegnargli a sapersi muovere nella vita; a distinguere il bene del male; a difendersi dalle insidie del mondo... Ma se il mondo non dovesse più essere quello che conosciamo, bensì una landa in rovina nella quale non c’é quasi più cibo e ogni forma di vita va lentamente spegnendosi: cosa potrà insegnare quel padre, a un figlio teneramente amato?
Gli insegna come mettere in bocca la canna di una pistola, come controllare che l’ultima cartuccia accuratamente conservata sia al suo posto, come premere il grilletto per non essere catturato vivo…
Può capitare - a me è capitato - di vedere un film tratto da un libro famoso senza avere avuto (ancora) il tempo di leggerlo.
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Cosa può insegnare un genitore a un figlio? In particolare, cosa può insegnargli un padre che sa che a un certo punto dovrà lasciarlo - come è normale nella vita - ma sa anche che non ci sarà una madre (di norma, biologicamente predisposta a “vegliare” più a lungo…) ad aiutare e confortare il ragazzo?
Cerca di insegnargli a sapersi muovere nella vita; a distinguere il bene del male; a difendersi dalle insidie del mondo... Ma se il mondo non dovesse più essere quello che conosciamo, bensì una landa in rovina nella quale non c’é quasi più cibo e ogni forma di vita va lentamente spegnendosi: cosa potrà insegnare quel padre, a un figlio teneramente amato?
Gli insegna come mettere in bocca la canna di una pistola, come controllare che l’ultima cartuccia accuratamente conservata sia al suo posto, come premere il grilletto per non essere catturato vivo…
Può capitare - a me è capitato - di vedere un film tratto da un libro famoso senza avere avuto (ancora) il tempo di leggerlo. Potrò quindi sbagliarmi, ma a mio avviso “The road” non è una metafora della fine del mondo, dell’apocalisse prossima ventura. Non ci sono scienziati coraggiosi che lottano per salvare il pianeta, o Presidenti che fanno appello alle virtù morali della popolazione. Non sappiamo neppure da cosa il disastro sia stato provocato, o se da qualche parte qualcosa di salvabile sia rimasto.
Non si lotta per la benzina o per l’acqua: si lotta per la carne (propria o altrui, a seconda dei punti di vista): per mangiare o per non farsi mangiare. In “The road” tutto è più crudo, più duro, più “credibile” (e risparmio gli orrendi dettagli) che nei consueti film “post-apocalittici”. Ma non è questo il punto.
La storia è la metafora dell’eterno rapporto genitore-figlio (che si tratti in questo caso del padre, è un dettaglio: in una fugace inquadratura vediamo una madre restare, fino all’estremo, accanto al suo ragazzo). E’ la metafora dell’essere umano che sa di dover morire e dover lasciare la persona più amata nell’ambiente più brutale e ostile che possa concepirsi… di chi lotta senza alcuna speranza per sé stesso, ma solo per rimandare il più possibile il momento fatale e offrire al figlio - forse - qualche chance in più.
In questa angoscia disperata, in questo dramma interiore, è duro - forse impossibile - mantenere saldi i confini tra bene e male, tanto facili da delineare a parole. Il padre rischierà più volte di smarrirli, il figlio - educato a tenere vivo il “fuoco” dell’umanità - glieli ricorderà: la sopravvivenza morale può essere anche più importante di quella fisica.
La potenza visionaria del film avvince fin dai primi minuti; Viggo Mortensen (ma non è il solo) sfodera un’interpretazione ancora una volta magistrale. “The road” non lascia più felici: più consapevoli, sì.
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martedì 1 giugno 2010
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angosciante, apocalittico, simbolico...
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Tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCharty (autore di Non è un Paese per Vecchi): la Terra, sconvolta da un disastro non meglio specificato, è divenuta landa cupa, fredda ed abitata da pochi sopravvissuti, impauriti ed affamati. Un Padre (Viggo Mortensen) e suo Figlio si mettono in cammino verso sud, in cerca del mare: hanno con loro pochi stracci, misere razioni di cibo ed una pistola con due pallottole, per difendersi o per per farla finita qualora dovesse accadere il peggio, che in un mondo abbrutito e senza più civiltà significa cadere nelle mani dei cannibali. Lottano contro il freddo e gli stenti, sono continuamente in pericolo, fanno incontri rischiosi e spiacevoli, ma preseguono senza fermarsi, perchè consapevoli di essere gli ultimi portatori del "fuoco", quel che resta di un'umanità immiserita ed arida.
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Tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCharty (autore di Non è un Paese per Vecchi): la Terra, sconvolta da un disastro non meglio specificato, è divenuta landa cupa, fredda ed abitata da pochi sopravvissuti, impauriti ed affamati. Un Padre (Viggo Mortensen) e suo Figlio si mettono in cammino verso sud, in cerca del mare: hanno con loro pochi stracci, misere razioni di cibo ed una pistola con due pallottole, per difendersi o per per farla finita qualora dovesse accadere il peggio, che in un mondo abbrutito e senza più civiltà significa cadere nelle mani dei cannibali. Lottano contro il freddo e gli stenti, sono continuamente in pericolo, fanno incontri rischiosi e spiacevoli, ma preseguono senza fermarsi, perchè consapevoli di essere gli ultimi portatori del "fuoco", quel che resta di un'umanità immiserita ed arida.
Hillcoat si rivela all'altezza del compito: tradurre in immagini le atmosfere che McCharty ha fissato sulla pagina. Lo fa grazie ad una fotografia perfetta, cinerea e gelida nel ritrarre la desolazione del presente, quanto calda e morbida nell'illuminare i ricordi del passato; a scenografie angosciosamente apocalittiche; ad attori quanto mai credibili, nella loro smunta precarietà; ad un commento musicale elegante e suggestivo. Ma è nella storia che il film ha la sua forza: il mito del viaggio di formazione calato in un mondo in cui il tempo si è fermato e non esiste più futuro, il rapporto fra un padre ed un figlio di intensità quasi religiosa, i dilemmi morali (cos'è il Bene? Chi sono i buoni della Storia e chi i cattivi? Quali valori è ancora possibile trasmettere?) e le diverse scelte di chi si arrende allo scempio dei tempi (la Madre, interpretata da Charlize Theron) e di chi compie un'assunzione di responsabilità estrema, verso un Dio che non si vede ed una civiltà che ha fallito. L'universo di simboli (il fuoco, il bambino, il rifugio, lo scarabeo: solo alcuni fra tanti) si svela nella sua ricchezza senza sillogismi, ma attraverso l'espressività visiva delle immagini. Angosciante, spietato, escatologico, The Road è un film di sconsolata lucidità, ma non rinuncia alla speranza di un'umanità che sappa rinascere dalle proprie ceneri (morali).
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carmineantonellovillani
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martedì 8 giugno 2010
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la fine del mondo secondo mccarthy
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In tempi bui sognare luoghi paradisiaci è foriero di morte, persino quando il sole riesce a squarciare l’oscurità di un mondo inghiottito dalle tenebre. Accusato di cupo pessimismo, “The road” è un viaggio senza meta per quei sopravvissuti ad una non meglio specificata apocalisse che ha sterminato ogni forma di vita. Papà e figlioletto al seguito vagano nelle lande desolate, solo più tardi scopriamo che la mamma ha deciso di farla finita perché la disperazione ha contagiato i pochi superstiti costretti a nascondersi per paura del cannibalismo. Fotografia straordinaria nelle sue tonalità plumbee, a dimostrazione che l’inferno può avere colori diversi, impreziosita dalla musica di Nick Cave che insieme a Warren Ellis riesce a farci sentire tutta la solitudine dei protagonisti in marcia verso chissà quale destinazione.
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In tempi bui sognare luoghi paradisiaci è foriero di morte, persino quando il sole riesce a squarciare l’oscurità di un mondo inghiottito dalle tenebre. Accusato di cupo pessimismo, “The road” è un viaggio senza meta per quei sopravvissuti ad una non meglio specificata apocalisse che ha sterminato ogni forma di vita. Papà e figlioletto al seguito vagano nelle lande desolate, solo più tardi scopriamo che la mamma ha deciso di farla finita perché la disperazione ha contagiato i pochi superstiti costretti a nascondersi per paura del cannibalismo. Fotografia straordinaria nelle sue tonalità plumbee, a dimostrazione che l’inferno può avere colori diversi, impreziosita dalla musica di Nick Cave che insieme a Warren Ellis riesce a farci sentire tutta la solitudine dei protagonisti in marcia verso chissà quale destinazione. Il regista John Hillcoat, molti videoclip e pochi lungometraggi al suo curriculum, dimostra capacità fuori dal comune: in due ore di silenzi, molto più evocativi di qualsiasi dialogo, lascia spazio alle riflessioni di Viggo Mortensen ed agli occhi del bravissimo Kodi Smit-McPhee che vede la sua infanzia violata da corpi smembrati e cumuli di macerie. Ma negli sguardi che ricordano certi volti allucinati del Goya il monito di Corman McCarthy, autore dell’omonimo romanzo vincitore del Premio Pulitzer, si mescola agli urli di un mondo che ha smarrito l’umanità e la speranza per i propri figli.
Carmine Antonello Villani
(Salerno)
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catia p.
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venerdì 4 giugno 2010
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the road – in viaggio verso il futuro
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“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo...”
Questo l'incipit letterario di The Road, di Cormac McCarthy, che ben rende, nella sua essenza, anche l'atmosfera di ansia e di gelo di questa trasposizione cinematografica.
Un'ansia e un gelo assolutamente funzionali e coerenti alla durezza della storia narrata, che ci restituiscono con fedeltà toccante la morsa che stringe corpo e anima nell'inverno post-catastrofico fotografato da McCarthy nel suo libro.
Per tutto il film sono inevitabili la tensione e il brivido freddo che ci serpeggiano addosso, lungo la schiena e nella mente, poiché la trama prevede un estenuante viaggio e una continua lotta per la sopravvivenza di un padre ed un figlio alle prese con un'umanità in cui i “buoni” si contano sulla punta delle dita ed i “cattivi” praticano nella realtà il peggiore degli incubi che una società possa attuare.
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“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo...”
Questo l'incipit letterario di The Road, di Cormac McCarthy, che ben rende, nella sua essenza, anche l'atmosfera di ansia e di gelo di questa trasposizione cinematografica.
Un'ansia e un gelo assolutamente funzionali e coerenti alla durezza della storia narrata, che ci restituiscono con fedeltà toccante la morsa che stringe corpo e anima nell'inverno post-catastrofico fotografato da McCarthy nel suo libro.
Per tutto il film sono inevitabili la tensione e il brivido freddo che ci serpeggiano addosso, lungo la schiena e nella mente, poiché la trama prevede un estenuante viaggio e una continua lotta per la sopravvivenza di un padre ed un figlio alle prese con un'umanità in cui i “buoni” si contano sulla punta delle dita ed i “cattivi” praticano nella realtà il peggiore degli incubi che una società possa attuare...
Ma non appena l'orrore si affaccia sulla scena, il regista ci mostra solo quanto basta a farci arpionare il bracciolo della poltrona per qualche istante.
Non gli interessa spingere sull'acceleratore del macabro oltre la soglia del sopportabile (rischio che ha saputo evitare con grande sobrietà e rigore): vuole piuttosto che lo spettatore veda solo quello che gli stessi personaggi vedono e nello stesso lasso di tempo, a volte rapidissimo.
Così la nostra immedesimazione e il nostro coinvolgimento risultano più completi ed è meno offuscata la nostra capacità di intuire che oltre il grigio e la paura c'è dell'altro, qualcosa di molto profondo e radicato nell'intensità di questa storia e dei suoi protagonisti e che merita una visione al cinema.
Per evitare spoiler il più possibile, dirò che il messaggio di speranza di cui molti parlano sta nell'eredità: quello di buono che lasciamo alle generazioni future non va sprecato e anzi viene assorbito più di quanto noi stessi crediamo possibile e addirittura migliorato. Davvero l'allievo supera il maestro e le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma anzi trovano riscatto nello sguardo puro di un bambino.
Nota di merito per la bravura del “vecchio” Viggo Mortensen e del giovane Kodi Smit-McPhee...
E nota di demerito per la distribuzione italiana che ha catapultato in piena primavera un film così prettamente invernale. Non lasciate che questo vi scoraggi. Buona visione.
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mr blonde
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giovedì 8 luglio 2010
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a che ora è la fine del mondo?
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Giustificare il posticipo dell'uscita di questo capolavoro con la crisi economica è certamente una (per usare un eufemismo) “stupidata”.
Più che un film sembra una fuga da un predatore dai mille volti disperati e cannibali degli ultimi esseri (dis)umani superstiti sulla faccia della Terra, ed essere sommerso da quest'ansia, che non lascia respirare lo spettatore, sicuramente non è cosa da tutti.
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Giustificare il posticipo dell'uscita di questo capolavoro con la crisi economica è certamente una (per usare un eufemismo) “stupidata”.
Più che un film sembra una fuga da un predatore dai mille volti disperati e cannibali degli ultimi esseri (dis)umani superstiti sulla faccia della Terra, ed essere sommerso da quest'ansia, che non lascia respirare lo spettatore, sicuramente non è cosa da tutti.
John Hillcoat (La Proposta), coglie una sfida ambiziosa cercando di portare sul grande schermo l'omonimo romanzo di Cormac McCarthy e ne esce vincitore a mani basse, lasciando trapelare nonostante un'apnea lunga 111 minuti molta più speranza e senso di molti altri film, meno “cupi”.
Colpisce la natura camaleontica del lungometraggio di Hillcoat, si varia dai toni decisamente (ed inaspettatamente) horror, al drammatico e c'è anche spazio per i toni sentimentali e dolci di padre-figlio.
Ma l'ennesimo scandalo (come se non bastasse la poca risonanza avuta dal film) è il fatto che il super-denutrito Viggo Mortesen, che per essere più nella parte ha mangiato insetti e scarafaggi come nel film, sembra essere trascurato dai più (Nomination Oscar 2008 a parte), o peggio essere ricordato sempre e solo per il prode Aragorn della trilogia tolkeniana.
Molto bravo l'appena 14enne Kodi Smit-McPhee, riesce a creare un alchimia con il padre-Mortesen e interpreta a livelli altissimi.
Da non dimenticare il cameo della madre-Charlize Theron, più ruvida del solito, preferisce andare incontro alla morte piuttosto che impegnarsi nella lotta sopravvivenza, lotta che il marito e figlio nonostante tutto riescono a vincere.
Da notare che questa della madre è una scelta tutta del regista, nel romanzo se ne accenna appena alla figura.
Commovente anche Robert Duvall nel ruolo di un vecchio cieco, che si trova a vagare nelle desolate terre post-apocalittiche di un'America che ogni giorno diventa più fredda, inospitale e inadatta alla civiltà.
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federinik
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giovedì 26 agosto 2010
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strada del dolore
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La strada è lunga, livida di dolore e squarciata dal cupo del cielo.
Un uomo e un bambino, padre e figlio, percorrono le strade deserte e ricche d’insidie con un carrettino di sopravvivenza.
Questo nuovo mondo è fatto di distruzione, forse un disastro naturale o una guerra nucleare hanno cancellato l’ordine apparente delle cose e quel sole che tanto riscaldava le belle gambe della moglie di quel padre che ora con immenso coraggio decide di prendersi cura del figlio attraverso sentieri di tragico dolore, hanno cessato di palpitare
Il regista australiano, John Hillcoat, fa una trasposizione d’innegabile forza e potenza visionaria, del breve romanzo di Cormac McCarthy.
Hillcoat rimane molto fedele al libro ed innesta nel racconto tutti gli eventi imprevisti del romanzo.
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La strada è lunga, livida di dolore e squarciata dal cupo del cielo.
Un uomo e un bambino, padre e figlio, percorrono le strade deserte e ricche d’insidie con un carrettino di sopravvivenza.
Questo nuovo mondo è fatto di distruzione, forse un disastro naturale o una guerra nucleare hanno cancellato l’ordine apparente delle cose e quel sole che tanto riscaldava le belle gambe della moglie di quel padre che ora con immenso coraggio decide di prendersi cura del figlio attraverso sentieri di tragico dolore, hanno cessato di palpitare
Il regista australiano, John Hillcoat, fa una trasposizione d’innegabile forza e potenza visionaria, del breve romanzo di Cormac McCarthy.
Hillcoat rimane molto fedele al libro ed innesta nel racconto tutti gli eventi imprevisti del romanzo. Ricco di scene di suspense e di dolore emotivo, oltre che visivo ed uditivo, il film funziona a tutti i livelli.
A partire da una fotografia (dell’ottimo Javier Aguirresarobe) plumbea e livida, in grado di regalare alla vicenda un sentore perpetuo di morte che aleggia per tutto il corso del film, fino allo straordinario lavoro di gruppo per quanto riguarda il trucco che trasforma, imbolsisce e scolpisce i segni di sofferenza sui volti dei sopravvissuti, in maniera scioccante. Scenografia di Chris Kennedy e Robert Greenfield, costumi di Margot Wilson, montaggio di Jon Gregory, e musiche avvolgenti di Nick Cave e Warren Ellis, insomma quanto di più azzeccato e tuonante.
Sentimenti, umori, colori, sensazioni, ricordi: ogni cosa fusa nell’altra, tant’è grande l’impatto del film sull’occhio dello spettatore che quasi si sente oppresso da quelle luci opache e da quei colori che avvolgono d’ignoto padre e figlio.
Il film è tanto Romero quanto Cronenberg, i cattivi che si aggirano per la infinita strada del dolore non somigliano né agli zombi del film The Night Of The Living Dead di Romero né ai personaggi autodistruttivi di molto dei film di Cronenberg, bensì il film assimila la lezione di due grandi maestri, specie il secondo, per portare sul grande schermo un profluvio di forti emozioni, dure come un macigno che si abbatte col peso della gravità delle cose sul tuo stesso corpo, affaticato ancor prima della mente in costante esercizio rivelatorio.
Completano il quadro di un capolavoro indiscutibile gli attori, tutti calati nella parte, partendo da un Viggo Mortensen mai così intenso e convincente persino nelle sfumature, negli accenti e nei toni d’interlocuzione a fil di respiro; la piacevole sorpresa del bambino interpretato dal prodigio di sicuro avvenire Kodi Smit-McPhee (un gemellino, terza decade, proveniente da una famiglia di attori); fino a giungere ad una sofferente e convincente Charlize Theron (anche se già vista in un ruolo uguale in The Burning Plain e Monster, donna di grande fisicità in contrasto con un viso carezzevole e delicato), e ad un gruppo di caratteristi fra cui sono da evidenziare quella del veterano Robert Duvall (nel ruolo di un vecchio vagabondo che sta per perdere la vista) e del sempre più bravo Guy Pierce (L.A. Confidential e Memento, su tutti, e in The Road in un piccolo ruolo significativo).
E quando l’ultimo respiro, esala accanto alla brezza del mare, allora capirai che il salato ha sempre accompagnato il tuo lungo viaggio e che l’unico dolce ti è cresciuto accanto, troppo in fretta.
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liuk©
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giovedì 9 dicembre 2010
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unico
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Film notevole, quasi impressionante. Il tema del day after è sviluppato come mai nessun film aveva fatto: il mondo è desolato, grigio e l'uomo torna pian piano agli istinti primordiali. La trama non è completa ma è uno spaccato di vita (o meglio di morte) in questo contesto, quindi lo spettatore non avrà risposte e non vedrà un finale definitivo: molti potrebbero quindi rimanere delusi. Nel complesso, invece, siamo davanti ad uno sforzo cinematrografico di alto livello, che piacerà ai cultori del genere.
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nalipa
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martedì 21 settembre 2010
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angosciante!
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E' la fine del mondo?
IL film é tratto da un libro di Corman McCarty.
Una qualche catastrofe ha devastato la Terra, gli uomini superstiti sembrano animali e cercano di sopravvivere in condizioni critiche.
Padre e figlio attraversano un paese desolato e pericoloso.
Non ci sono action post-apoclittici ma l'angoscia della lotta quotidiana per l'acqua, il cibo, per ogni cosa si respira dallo schermo attraverso un ottimo cast, su tutti Mortensen.
L'umanità messa alle strette, anzi alle strettissime, si può ancora definire tale?
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filippaccio
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giovedì 23 settembre 2010
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crudeltà.
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In senso primitivo, l’atto di crudeltà consiste nel lacerare la carne e farne colare il sangue, ed è dunque un atto impietoso. Film tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. L'autore del libro racconta la storia piu' banale del mondo, ovvero la terra si ribella all'uomo, che di fronte alla morte e miseria mostra le sue carte piu' instintive, o piu' adatte alla sopravvivenza. Difesa a oltranza della propria vita, della vita dei propri cari, del cibo, difesa strenua disperata della speranza anche quando la consapevolezza di sopravvivere a una simile catastrofe e' mera utopia. L'uomo mangia l'uomo se ne avra' bisogno, mors tua vita mea, senza ragionamenti.Se rimane un proiettile in un mondo del genere e si e' in due non si perde la una possibilita' di offendere ma una possibilita' di suicidarsi.
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In senso primitivo, l’atto di crudeltà consiste nel lacerare la carne e farne colare il sangue, ed è dunque un atto impietoso. Film tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. L'autore del libro racconta la storia piu' banale del mondo, ovvero la terra si ribella all'uomo, che di fronte alla morte e miseria mostra le sue carte piu' instintive, o piu' adatte alla sopravvivenza. Difesa a oltranza della propria vita, della vita dei propri cari, del cibo, difesa strenua disperata della speranza anche quando la consapevolezza di sopravvivere a una simile catastrofe e' mera utopia. L'uomo mangia l'uomo se ne avra' bisogno, mors tua vita mea, senza ragionamenti.Se rimane un proiettile in un mondo del genere e si e' in due non si perde la una possibilita' di offendere ma una possibilita' di suicidarsi. Forse la sola cosa che rimane, l'ultima via di fuga, quasi agognata. Quanti simboli in 1 e 45 minuti di film. La storia piu' banale del mondo resa imponente dalla grazia della scrittura di un genio, e riprodotta su pellicola in modo da rendergliene merito.La luce della vita anche quando sembra non valerne la pena. La speranza e' in mano ai buoni e ai bambini.La speranza rimane anche quando il mare perde il suo blu. Emozionante e commovente.
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taniamarina
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lunedì 2 agosto 2010
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il potere dell'immagine
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Tutto è già successo, e non ci sarà alcuna spiegazione. La fotografia di questo film è mozzafiato, e gli attori sono stati ben "addestrati" ad avere sul volto l'inizio della fine. Alcune immagini sono davvero crudeli, quasi indigeribili, eppure la poesia della rassegnazione pervade di continuo la pellicola, scandita da una musica sempre nelle note giuste. Interessante e claustrofobico il rapporto tra padre e figlio, e il finale sembra avere più di una interpretazione plausibile. Il cinema, a vedere questi film, convince sempre di più sul fatto sia una delle arti più espressive e potenti dei nostri tempi. Imperdibile
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