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5x1: Fatih Akin, un paesaggio di GermaniaCon Soul Kitchen, ancora un viaggio nell'integrazione. |
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Distanza culturale e tra le generazioni
Trentasei anni, un Orso d'oro e un Leone d'argento già in bacheca. Fatih Akin è uno degli enfant prodige del cinema europeo. Figlio di emigranti turchi stabiliti ad Amburgo, Akin inquadra proprio l'universo composto dall'incontro di culture, razze e mondi così distanti ma così vicini. Soprattutto, Akin lo racconta con la forza delle immagini e una vitalità che è difficile non riconoscergli. Tant'è che, forse, nel ripensare il suo cinema, è essenziale uscire dall'equivoco del cineasta dell'emigrazione e, più semplicemente, come lui stesso ha dichiarato in un'intervista al New York Times, leggerlo come il panorama delle sue storie che raccontano di giovani che faticano a trovare la propria strada: "E' come sei io fossi un pittore e tutti non facessero altro che parlare del paesaggio di miei quadri e non di quello che si vede in primo piano". Va detto che il paesaggio non cambia neanche in "Soul Kitchen", l'ultima fatica di un infaticabile cineasta che scrive, produce e dirige le proprie opere: stavolta è la Grecia il background ma la città è sempre quella di Akin, Amburgo il cui porto è dominato da un'enorme ancora, simbolo della sua cultura marinara ma che, forse, sarcasticamente evidenzia l'incapacità dei personaggi di Akin di ancorarsi alla patria. Quale sia, non importa.
Solino
Una storia di emigrazione che in alcuni tratti ricorda il nuovo Soul Kitchen. Sembra essere l'argomento di elezione per Akin il quale, va sottolineato, recentemente ha cercato di smarcarsi dall'etichetta di regista dell'integrazione – o anche della fallita integrazione tra le culture. Qui il discorso coinvolge direttamente l'Italia: i Romano emigrano dalla Puglia in Germania, esattamente a Duisburg. L'impatto con il lavoro in miniera è devastante ma i Romano ne escono con una grande idea: aprire una pizzeria. L'integrazione sembra dietro l'angolo ma la forza delle radici torna per costringere i personaggi a fare i conti con essa. Stilisticamente vicino al neorealismo ma anche a Martin Scorsese, del quale Akin è un grande estimatore e che, in un certo senso, ne rivisitò Mean Streets in chiave turco – tedesca con Short Sharp Shock, l'opera prima con cui vinse il Leopardo di Bronzo al Festival di Locarno.
La sposa turca
Il matrimonio come strumento per essere liberi, legarsi ad un'altra persona per vivere pienamente la propria sessualità. Fatih Akin vince l'Orso d'oro a Berlino, raccoglie numerosi altri premi in giro per l'Europa, grazie alla storia di Sibel e Cahit, due tedeschi di seconda generazione di origine turca, proprio come lui. Sono due giovani i quali, proprio come il regista, si trovano di fronte ad un nuovo mondo, secolarizzato e moderno, che mette in discussione le tradizioni dei padri. La loro reazione sarà in una certa misura differente, violenta, ma entrambi continueranno ad alzarsi malgrado i colpi ricevuti dalla vita.
Crossing the bridge: The sound f Istanbul
Già ne La sposa turca gli intermezzi musicali rappresentavano un ponte tra due mondi. Qui Akin decide di farne un film ripercorrendo il tragitto di Alexander Hacke – esponente dell'avanguardia musicale tedesca, membro del gruppo Einstürzende Neubauten – verso Istanbul, dove si recò per comporre la colonna sonora de La sposa turca. Il giovane regista turco-tedesco ritorna in patria, saggiandone le tradizioni musicali ma, soprattutto, cercando di evitare la trappola del film che segue uno straordinario successo, girando un documentario-viaggio intorno alla musica, in due universi che si scontrano nei distretti della città turca, spinti l'uno contro l'altro dalle loro rispettive anime: l'europea e l'orientale.
Ai confini del paradiso
Ali, un anziano professore turco che vive in Germania, decide di andare a vivere con una prostituta che, con il suo mestiere, mantiene la figlia rimasta in patria, la quale è una attivista in un gruppo antigovernativo.
Il tono è gentile ma c'è un lontano senso di perdita lungo la strada che conduce Ai confini del paradiso. Sei i personaggi principali, tutti simmetricamente uniti da legami di stretta parentela: madri, padri e figli, tutti perduti in un mondo in cui la connessione tra gli individui ma anche il senso di un destino condotto dalla coincidenza diventa mano a mano sempre più forte. Gli stessi legami morali che tengono insieme le persone, lentamente si sciolgono di fronte alle sfide del nostro tempo.
New York, i love you (Deutchland 09)
Ad appena 36 anni e un pugno di film alle spalle, Fatih Akin è chiamato a partecipare a un importante progetto cinematografico internazionale: una serie di opere collettive, ciascuna riguardante una metropoli. Dieci i registi chiamati alla sfida: ognuno girerà un corto sulla città prescelta. La prima è stata Parigi con Paris, je t'aime, poi la Grande Mela: New York, I love you, ha coinvolto, tra gli altri, registi come Brett Ratner, Mira Nair, Jiang Wen, Natalie Portman (alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa) e il nostro eroe. Ogni corto ha delle semplici regole: al massimo due giorni di riprese, una settimana per il montaggio, otto minuti di durata. Akin ha partecipato a un altro progetto simile: Deutchland 09, tredici corti per raccontare la Germania di oggi, tutti letti e interpretati in una chiave fortemente ironica. Akin ha girato una storia su di un musulmano tedesco reduce da Guantanamo.
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