Un segugio con la lente e maestro di arti marziali
di Gian Luigi Rondi Il Tempo
Sherlock Holmes come James Bond. Dedito più di lui alle arti marziali, incline con maggior foga all'alcol (senza però privilegiare il Dom Perignon) e pronto, con violenza anche più marcata, a contrastare un nemico alla Goldfinger che qui, nella Londra vittoriana, è un patrizio folle deciso a dominare il mondo, o al minimo l'Inghilterra, con una dittatura sostenuta per un verso da una setta esoterica e per un altro da forze oscure pervase da echi magici.
Questa storia non la si ritrova né nei quattro romanzi né nei cinquantasei racconti che Conan Doyle ha dedicato al suo eroe con pipa e mantellina, ma Lionel Migram e Michael Robert Johnson che l'hanno scritta e Guy Ritchie che poi l'ha portata sullo schermo li hanno riecheggiati un po' tutti facendo sempre del celebre detective un ragionatore che anche quando fa duramente a pugni continua a far guidare le sue mosse dal suo genio per le deduzioni e affiancandogli ancora una volta il Dottor Watson, socio e complice anche se qui spesso gli si oppone per decise diversità di caratteri, non lontano, in qualche momento, da una qualche ostilità. [...]
di Gian Luigi Rondi, articolo completo (2276 caratteri spazi inclusi) su Il Tempo 20 dicembre 2009