Arriva a volo d'angelo sulle periferie della città «Ricky» di François Ozon
di Silvana Silvestri Il Manifesto
Lei è come un guerriero moderno. Vive nelle periferie, fa l'operaia. Si chiama Katie, ha una bambina che alleva da sola. Inforca il suo motorino come un cavallo e porta a scuola la figlia, poi la va a riprendere. Il casco che portano tutte e due è il simbolo di un'armatura con cui affrontano le giornate, più terribili della guerra dei trent'anni. L'appartamento senza ascensore in cima alle scale è come in cima a una torre da scalare ogni volta. Alla piccola Lisa non sfugge niente, impara le sottigliezze di quella guerra di sopravvivenza, pragmatica come la madre. Ricky di François Ozon (una distribuzione in stile Teodora, qui anche coproduzione) inizia e si sviluppa come un film da banlieue, ma le ali disegnate sul manifesto indicano che a un certo punto ci farà volare via dal chiuso di un destino segnato, da una vita disegnata come una prigione.
E il film inizia a sollevarsi prendendo un percorso surreale. Katie ha incontrato un operaio della sua fabbrica, uno straniero, Paco lo spagnolo ed è rimasta subito incinta. Anche questa volta, pensa, dovrà allevare il bambino da sola. Invece decidono insieme che nella piccola casa formeranno la nuova famiglia. Ma ecco che succede un evento surreale che cambia lo svolgimento del racconto, una svolta che potrebbe scivolare nell'horror, ma poi si rivela di pura fiaba: al neonato spuntano le ali.
Ma all'inizio non sono ali angeliche come quelle che Lisa portava per la recita scolastica, quasi ad annunciare l'evento, sono più simili ad ali di pollo in vaschetta da supermercato, immagine che ci fa pensare che lo sguardo portante del film sia quello della bambina, personaggio che nel cinema francese occupa sempre un posto speciale. Lo sguardo anarchico, abituato a dialogare con le fiabe. Quel neonato che inizia a crescere e ad occupare lo spazio della piccola casa potrebbe anche non avere le ali e occuperebbe ugualmente tutta l'attenzione, potrebbe anche non volare e arriverebbe in un lampo dove non dovrebbe essere. Potrebbe essere un Peter Pan pronto a volare fuori dalla finestra per non fare mai più ritorno, un amorino che lancia strali d'amore.
Ozon accompagna la crescita delle ali allo sviluppo della vita di coppia, ora drammaticamente di incomprensione (anche l'uomo appare nella sua versione di essere alieno e un po' mostruoso), ora di riappacificazione, li collega non casualmente alla invadente presenza televisiva con i reporter tv che infine scoprono lo scoop del giorno. Insomma tiene gli spettatori appesi a un filo, prima ben controllabili in interni, poi li fa volteggiare all'aria aperta e infine li libera in volo. In sottofondo si sente una vocazione da operetta morale: dal mistero della maternità che lancia gli ormoni in orbita anche nello spazio mentale, a quello dell'arrivo del nuovo personaggio sconosciuto un po' mostro e un po' angelo, capace di catturare le solitudini e trasformarle e mantenerle ben serrate in un unicum chiamato «famiglia» a cui occorre sempre uno spiraglio di fantasia.
Da Il Manifesto, 9 ottobre 2009