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nonvogliogiudicaremalofar�
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domenica 29 aprile 2012
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le "due faccie" della luna
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Un film con un solo attore (o quasi) è già un idea lodevole, e lo è ancora di più se ci aggiungi un soggetto così originale, condito con particolari affascinanti che colpiscono e danno modo di viaggiare alla nostra fantasia.
Peccato però per la seconda parte del film, in cui il regista sembra esaurire le idee e va incontro ad un finale tanto privo di sorprese quanto di suspance.
6/10
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stefano burini
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martedì 10 gennaio 2012
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non vogliamo mica la luna, ci basta "moon".
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Guardare i film di Duncan “Zowie Bowie” Jones e sentirsi a casa. Dannati cinefili, noi che alla fine della proiezione 9 volte su 10 diciamo che il tale film o la tale scena del film, l'avremmo girata meglio noi ad occhi chiusi, beh Duncan Jones semplicemente non si limita a dirlo, lo fa davvero: realizza il sogno di tutti i cinefili incalliti, quelli cresciuti a pane e fantascienza, con il mito dei cineasti artigiani (da Carpenter al primo Raimi), e gira film che pur avendo un marcato (e volutissimo) retrogusto di dejà vu, riescono comunque a stupirci e ad imperdirci di pronunciare quella maledetta frase. No, noi non saremmo riusciti a farli meglio né “Moon” né tantomeno “Source Code”. “Moon” ha un budget ridicolo e un solo attore (il fantastisco Sam Rockwell, ormai un'icona della fantascienza di nicchia, dopo essere stato Zaphod Beeblebrox nella riduzione filmica della “Guida Galattica per gli Autostoppisti”) in scena per il 99% della pellicola, ma ha tanta cultura filmica e tante idee grazie alle quali può permettersi di rimescolare carte già giocate in tempi lontani da gente del calibro di Stanley Kubrick, Ridley Scott e John Carpenter senza risultare ruffiano.
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Guardare i film di Duncan “Zowie Bowie” Jones e sentirsi a casa. Dannati cinefili, noi che alla fine della proiezione 9 volte su 10 diciamo che il tale film o la tale scena del film, l'avremmo girata meglio noi ad occhi chiusi, beh Duncan Jones semplicemente non si limita a dirlo, lo fa davvero: realizza il sogno di tutti i cinefili incalliti, quelli cresciuti a pane e fantascienza, con il mito dei cineasti artigiani (da Carpenter al primo Raimi), e gira film che pur avendo un marcato (e volutissimo) retrogusto di dejà vu, riescono comunque a stupirci e ad imperdirci di pronunciare quella maledetta frase. No, noi non saremmo riusciti a farli meglio né “Moon” né tantomeno “Source Code”. “Moon” ha un budget ridicolo e un solo attore (il fantastisco Sam Rockwell, ormai un'icona della fantascienza di nicchia, dopo essere stato Zaphod Beeblebrox nella riduzione filmica della “Guida Galattica per gli Autostoppisti”) in scena per il 99% della pellicola, ma ha tanta cultura filmica e tante idee grazie alle quali può permettersi di rimescolare carte già giocate in tempi lontani da gente del calibro di Stanley Kubrick, Ridley Scott e John Carpenter senza risultare ruffiano. Impossibile non notare i riferimenti a “Dark Star” e a “2001 Odissea nello spazio” nelle ambientazioni e nei personaggi “sintetici”, o un accenno a quella che era la morale di fondo di Blade Runner, come pure è curioso vedere che l'estetica del film è più quella degli anni 60, che dei duemila, ma il tutto ha perfettamente senso nell'economia del film e anche se il finale forse non è del tutto all'altezza del resto del film e delle sue trovare, beh, per essere l'opera prima del figlio del Duca Bianco, non c'è proprio di che lamentarsi. E con “Source Code” il regista inglese dimostra anche di aver imparato dai propri “errori” di gioventù. Attendiamo con impazienza l'opera terza.
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filippo catani
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venerdì 28 ottobre 2011
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ottima fantascienza
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In un prossimo futuro gli uomini hanno scoperto una nuova fonte di energia data dalla Luna. Un astronauta incaricato di sorvegliare i flussi di energia tra Terra e Luna attende di avere il cambio dopo tre anni di lavoro ininterrotto lontano da casa dove ha potuto tenere conversazioni solo con il robot di bordo. A seguito di un incidente, l'uomo scoprirà di non essere solo nella base.
Formidabile esordio alla regia per Duncan Jones pluripremiato al Soundance. Il film è davvero ben confezionato e regala una piccola gemma al genere fantascientifico. Un uomo che dopo anni piano piano inizia a farsi domande su di se e la sua famiglia aiutato dal robot di bordo (che nell'originale ha la voce di Kevin Spacey).
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In un prossimo futuro gli uomini hanno scoperto una nuova fonte di energia data dalla Luna. Un astronauta incaricato di sorvegliare i flussi di energia tra Terra e Luna attende di avere il cambio dopo tre anni di lavoro ininterrotto lontano da casa dove ha potuto tenere conversazioni solo con il robot di bordo. A seguito di un incidente, l'uomo scoprirà di non essere solo nella base.
Formidabile esordio alla regia per Duncan Jones pluripremiato al Soundance. Il film è davvero ben confezionato e regala una piccola gemma al genere fantascientifico. Un uomo che dopo anni piano piano inizia a farsi domande su di se e la sua famiglia aiutato dal robot di bordo (che nell'originale ha la voce di Kevin Spacey). Fino all'incredibile scoperta dei cloni presenti nella base. La clonazione umana quì è piegata a squisite logiche aziendali dovute al fatto che in questo modo non si sarebbe speso nulla per l'equipaggio ma quali danni hanno riportato questi cloni che in realtà sono persone a tutti gli effetti?. Un film che sa sollevare anche importanti dilemmi medici e che Sam Rockwell interpreta in maniera magistrale. Purtroppo all'uscita in Italia è stato distribuito in pochissime sale ma vale davvero la pena di recuperarlo e visionarlo bene.
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antonio montefalcone
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giovedì 6 ottobre 2011
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c'e' la forza del cinema su quella luna!
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Il film è un viaggio metafisico in un raffinato gioco di specchi. Il protagonista Sam, un’astronauta isolato su una base lunare, è un clone, una copia di un modello originale. Nel suo tempo la Luna non è più un luogo di conquista, ma di sfruttamento energetico. Non è più un fine storico, ma un mezzo di sopravvivenza e segno d’involuzione dell’umanità. Similmente anche l’uomo non sfrutterà più se stesso, ma dei cloni; perché la Terra si è impoverita di energia, ma soprattutto di etica e morale. Sfrutta suoli e corpi, ma relega nell’oblio anime e ideali di elevazione civile. L’ambientazione nel lato oscuro della Luna lo simboleggia, ma al tempo stesso è anche il terreno verso la verità.
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Il film è un viaggio metafisico in un raffinato gioco di specchi. Il protagonista Sam, un’astronauta isolato su una base lunare, è un clone, una copia di un modello originale. Nel suo tempo la Luna non è più un luogo di conquista, ma di sfruttamento energetico. Non è più un fine storico, ma un mezzo di sopravvivenza e segno d’involuzione dell’umanità. Similmente anche l’uomo non sfrutterà più se stesso, ma dei cloni; perché la Terra si è impoverita di energia, ma soprattutto di etica e morale. Sfrutta suoli e corpi, ma relega nell’oblio anime e ideali di elevazione civile. L’ambientazione nel lato oscuro della Luna lo simboleggia, ma al tempo stesso è anche il terreno verso la verità. Il continuo andare avanti, sempre oltre l’orizzonte, della vettura guidata da Sam, rimanda a questo desiderio di consapevolezza. Diventa il motore della ricerca. Ricerca, però, sempre originata, sviluppata, ispirata, da un altro fondamentale nucleo narrativo: le immagini. Che siano false o vere, poco importa, interessa il loro ruolo di aiuto per Sam: sarà l’allucinazione a provocare l’incidente che comporta l’entrata del nuovo clone. Sono i video-messaggi dalla Terra che lo inducono a scoprire il predecessore. I filmati registrati a svelare la stanza segreta con i cloni. E’ la video-telefonata alla figlia ad aprirgli gli occhi. Tutto è movimento e immagine: le essenze del cinema. Il cinema, infatti, è macchina di illusioni e di riproducibilità infinita di immagini. La ripetizione dei cloni in questo film ne è la perfetta metafora. Su questa allegoria, su quest’altro gioco di specchi, scaturisce la riflessione tematica dell’opera: tutto è illusorio, lo sono i sentimenti e i ricordi di Sam, lo sono la sua identità e unicità. C’è solo la riproduzione sempre identica a se stessa e sempre vuota, di qualcosa o qualcuno non raggiungibile, invisibile, ma percepibile nella sua mancanza. Sam non è solo ingannato, ma è un inganno: si crede qualcuno che in realtà non è. A tal proposito efficaci sono le simbologie che lo evocano: dal vuoto oscuro del cosmo al silenzioso e cadaverico paesaggio lunare, dal buio del mistero alla luce diffusa degli interni, dal pianto soffocato di Rockwell all’asettica base lunare. Stilisticamente tutto contribuisce ad una introspezione romantica, persino il ritmo, il tocco pudico e dolce della regia, la cinepresa angolata, schiacciata dai soffitti, limitata nei movimenti. L’esordiente Duncan Jones sa trasmettere con sobria naturalezza e sensibilità, quest’innocenza offesa, questa tragedia colma di lirismo straziato e toccante. Nel finale la regia, come Sam, si allontana dall’orizzontalità della visione e approda alla sua verticalità. Sam s’inoltra prima verso il basso, nella camera segreta; poi si innalza verso il cielo, e approda a una più matura presa di coscienza. E qui ritorna anche il satellite terrestre: da ciò che inizialmente era, un oggetto, diventa ora soggetto, in una nuova significazione. La Luna è come i cloni: vuota, marginale e incompleta. Ma grazie alla matura presa di coscienza di Sam, alla fine si renderanno dignitosi e vincenti verso il genere umano. Perché per mezzo loro l’umanità terrestre capirà quanto sia fortunata a poter continuare ad essere (se solo lo volesse!) ciò che né la Luna, né i Sam (se non nei loro desideri) saranno mai: unici, completi, durevoli. E’ questo alla fine il senso del viaggio. E’ questo che guarda la Terra se si osserva dal suo satellite.
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tiamaster
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lunedì 26 settembre 2011
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vera fantascienza
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come source code il nostro caro duncan jones offre fantascienza vera,e fil non certo facili da capire "un film rompicapo",bravi attori,buone idee i personaggi sono sfacettatissimi e di ottimo spessore molto psicologico e incentrato tutto su un personaggio,il film promette una buona sorpresa,un film inusuale girato con pochi mezzi ma con molta fantasia e la fantasia sforna sempre buoni fim,come questo.
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pollokokko
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lunedì 29 agosto 2011
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nel bene e nel male
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Il film non è molto innovativo perchè si capisce subito dove si va a parare. Le atmosfere sono un claustrofobiche oltre il dovuto.
Piace invece il montaggio.
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purista
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martedì 14 giugno 2011
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autocoscienza.
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Il risveglio dell'uomo a sé stesso. Il riconoscersi limitati nelle forze e nello scopo. E' uno dei grandi traumi della vita, forse il più grande ed amaro, soprattutto per chi la ama. Guardiamoci dunque e raccogliamo i frammenti di immagine che, uno alla volta, lentamente, ci definiscono.
Un film silenzioso, desertico, che ci lascia sgomenti di fronte al potenziale e ineffabile nulla, che però nulla non è del tutto: infatti ci siamo noi. Comunque.
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burton99
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sabato 11 giugno 2011
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starordinario, il manifesto dei nuovi sci-fi
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Il capolavoro sci-fi degli ultimi dieci anni. Trovate intelligenti, basso budget ed alta qualità, un concentrato di tensione e luoghi inesplorati in compagnia di Sam Rockwell e Kevin Spacey, che da la voce al robot Gerty. Un finale inaspettato ma geniale allo stesso tempo e tante, tante, come già detto, idee. Questo film dimostra come sono le idee, più che altro, che possono generare un'epopea di fantascienza. "Moon" è il massimo esempio di film di alta qualità girato con povertà di mezzi.
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hollyver07
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martedì 31 maggio 2011
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spettacolare... fantambiguità...!
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Ciao. Pellicola che per vari motivi non avevo avuto occasione di vederla precedentemente. In tutta onestà, mi sento d'affermare che questo film sia stato davvero una piacevole sorpresa (per quanto intempestiva). Evitando di ripercorrere inutilmente la trama, mi preme sottolineare che nonostante un budget produttivo estremamente ridotto il risultato sia da definirsi a dir poco notevole. Si asseconda così, non poco, l'impressione che non siano solo le produzioni più faraoniche qulle in grado di realizzare pellicole di elevata qualità e ricche di contenuti. Oltre ai marcati riferimenti ad illustri predecessori, ("Blade Runner" - "2001 Odissea nello Spazio" ed anche "Aliens" e "total Recall") l'elemento concettuale che più mi ha attirato in questa pellicola è stato l'estrema l'ambiguità nelle interazioni tra gli elementi della trama.
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Ciao. Pellicola che per vari motivi non avevo avuto occasione di vederla precedentemente. In tutta onestà, mi sento d'affermare che questo film sia stato davvero una piacevole sorpresa (per quanto intempestiva). Evitando di ripercorrere inutilmente la trama, mi preme sottolineare che nonostante un budget produttivo estremamente ridotto il risultato sia da definirsi a dir poco notevole. Si asseconda così, non poco, l'impressione che non siano solo le produzioni più faraoniche qulle in grado di realizzare pellicole di elevata qualità e ricche di contenuti. Oltre ai marcati riferimenti ad illustri predecessori, ("Blade Runner" - "2001 Odissea nello Spazio" ed anche "Aliens" e "total Recall") l'elemento concettuale che più mi ha attirato in questa pellicola è stato l'estrema l'ambiguità nelle interazioni tra gli elementi della trama. Tale condizione, proposta in maniera raffinata per quanto evidente, è ben presente nei rapporti che s'instaurano tra: la "compagnia" e gli ignavi cloni - reciprocamente tra i cloni - tra i cloni e Gerty (il computer della base lunare). Detta ambiguità, trova delle risoluzioni di sceneggiatura quasi sorprendenti ovvero: tra i cloni si arriva alla condivisione delle false esperienze mnemoniche - il computer Gerty che aiuta il clone a scoprire la verità, fornendogli poi un supporto alla fuga - il piano di "ribellione" dei due cloni alla compagnia per salvarsi e tornare sulla terra (che nella fase finale è forse la parte meno riuscita del film). Convincente la prestazione di Sam Rockwell (Sam Bell e tutti i suoi cloni...) del quale è piacevole apprezzare l'ecclettica interpretazione. Notevole, se si guarda il film in lingua originale, la parte vocale di Gerty (alias Kevin Spacey) che unitamente agli "smile" del suo feed-back monitor ne definivano... "gli stati d'animo"... (!) e volendo supporre ulteriori omaggi e riferimenti... si potrebbe osservare qualche accostamento ad Isaac Asimov. In sostanza, un film da fantascienza decisamente piacevole il quale, senza inutili orpelli action, o iper-fantasy, si lascia gustare senza remore di sorta. Buona visione e saluti a tutti
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federico rivelli
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lunedì 30 maggio 2011
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la rinascita della fantascienza ontologica
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Duncan Jones alla sua prima prova ha già creato qualcosa di straordinario. È stato capace di generare un film ben fatto con pochi mezzi a disposizione e di rendere tutto ciò un punto di forza della pellicola.
Poiché, infatti, quest’opera non vuole distrarre l’attenzione dello spettatore attraverso l’utilizzo di sontuosi effetti speciali o di scene adrenaliniche al limite della sopportazione, bensì cerca di focalizzare tutto l’interesse sull’unico essere umano presente.
Sam Bell è prima di tutto un uomo. Un uomo che possiede sogni, ricordi, desideri e progetti futuri, i quali potranno finalmente essere realizzati tornando sulla Terra, dopo aver passato un lungo periodo di lavoro sulla lontana Luna.
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Duncan Jones alla sua prima prova ha già creato qualcosa di straordinario. È stato capace di generare un film ben fatto con pochi mezzi a disposizione e di rendere tutto ciò un punto di forza della pellicola.
Poiché, infatti, quest’opera non vuole distrarre l’attenzione dello spettatore attraverso l’utilizzo di sontuosi effetti speciali o di scene adrenaliniche al limite della sopportazione, bensì cerca di focalizzare tutto l’interesse sull’unico essere umano presente.
Sam Bell è prima di tutto un uomo. Un uomo che possiede sogni, ricordi, desideri e progetti futuri, i quali potranno finalmente essere realizzati tornando sulla Terra, dopo aver passato un lungo periodo di lavoro sulla lontana Luna.
Così, attraverso la drammatica esperienza di quest’uomo, è possibile intraprendere una riflessione di carattere ontologico, sull’essere e le relazioni che lo legano al mondo.
Si rimarrà, allora, profondamente incantati di fronte al malinconico e rassegnato sguardo di chi ha compreso il proprio destino, davanti al surreale confronto con se stessi, dall’energia e il calore della vita che s’imbattono continuamente contro la freddezza degli ambienti, la vastità dello spazio, il silenzio e la solitudine.
Il regista riesce a creare tutto questo in maniera magistrale, utilizzando richiami continui alla grande fantascienza del passato, ma modificandone in modo estremamente originale gli schemi ed i significati. Lo spettatore non può far altro che rimanere sconcertato e smarrito di fronte alla sensazione del già visto che si dissolve ad ogni istante, prendendo vie nuove ed inaspettate, che sfociano in rivelazioni sensazionali (fra tutte la grande trovata del robot “Gerty”).
E così, seppur muovendosi sulle orme di “2001, Odissea nello Spazio”, “Blade Runner” ed altri illustri modelli, quest’opera si distingue in altro, originando la possibile rinascita di una fantascienza che abbia, nuovamente, come protagonista, la figura umana.
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