|
|
olgadik
|
giovedì 7 ottobre 2010
|
un film per riflettere
|
|
|
|
Senza avvalersi di maestri del thriller, il racconto sviluppa in chi guarda una suspence che nasce per intero da un evento reale, da scarsissimi dialoghi, da location indovinate, dalla bravura dei due protagonisti più i comprimari. Si parte dalla vita quotidiana di una donna che vice in Gran Bretagna e di un uomo che vive in Francia. I rispettivi figli frequentano gli studi a Londra. Sarà il drammatico evento degli attentati terroristici nella metropolitana di Londra (7 luglio 2005) a fare incrociare le vite di questi due genitori diversissimi. E qui entra in ballo in maniera discreta, non gridata ma penetrante, una riflessione sull’integrazione e su venature xenofobe sempre in agguato dopo l’11 settembre americano, anche in paesi di antica tradizione d’accoglienza come l’Inghilterra.
[+]
Senza avvalersi di maestri del thriller, il racconto sviluppa in chi guarda una suspence che nasce per intero da un evento reale, da scarsissimi dialoghi, da location indovinate, dalla bravura dei due protagonisti più i comprimari. Si parte dalla vita quotidiana di una donna che vice in Gran Bretagna e di un uomo che vive in Francia. I rispettivi figli frequentano gli studi a Londra. Sarà il drammatico evento degli attentati terroristici nella metropolitana di Londra (7 luglio 2005) a fare incrociare le vite di questi due genitori diversissimi. E qui entra in ballo in maniera discreta, non gridata ma penetrante, una riflessione sull’integrazione e su venature xenofobe sempre in agguato dopo l’11 settembre americano, anche in paesi di antica tradizione d’accoglienza come l’Inghilterra. I due protagonisti sono l’una protestante e di pelle bianca (la madre), l’altro musulmano e di pelle nera (il padre), l’una molto occidentale anche nell’aspetto, l’altro dalla presenza trascurata e lunghi capelli rasta. A loro insaputa i giovani convivono nello stesso appartamento in un quartiere arabo e insieme sono scomparsi. Tutta la storia consiste nella sofferta ricerca da parte dei genitori e nella difficoltà di dare inizio, specie da parte della donna inglese, a un rapporto umano e paritario tra di loro. Il tutto è suggerito con pochissimi dialoghi, molto sguardi intensi e ricchi di sfumature, molti fatti piccoli ma significativi che si inscrivono nella grande tragedia del terrorismo. Gli eventi conclusivi, gli unici a risentire di qualche effetto facile anche se non stonato, invitano a considerare come il dolore non abbia frontiere e come oggi si può resistere, riconvertendolo in una quotidianità non immemore, solo se si ricercano le radici comuni di tutti noi. Bravissimi nella misura e nella tensione i due in interpreti principali (Brenda Blethyn e Sotigui Kouyaté). Si diventa più buoni all’uscita dalla sala e ci si rassicura di non essere i soli a sognare ancora di migliorare il mondo.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a olgadik »
[ - ] lascia un commento a olgadik »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
laulilla
|
domenica 5 settembre 2010
|
amore, amicizia e diversità
|
|
|
|
La bionda Jane e il nero Alì sono due giovani che si amano: studiano a Londra, dove vivono nel modesto alloggio di in un quartiere multietnico e frequentano anche un corso di arabo. In seguito agli attentati del 7 luglio 2005, i rispettivi genitori, che non hanno da tempo loro notizie, partono per Londra e si mettono alla loro ricerca. La madre di Jane, Mrs. Sommers, è una vedova che vive, col fratello, in una villetta a Guernsey, isola della Manica. Il padre di Alì, Ousmane, è una guardia forestale che lavora in Francia. Egli è un africano, emigrato per garantire a sé e alla sua famiglia un futuro; non ha avuto né tempo, né modo di seguire il figlio a Londra: ha promesso alla moglie di riportarlo da lei, ma è preoccupato che il giovane si sia fatto trascinare in qualche sciagurato progetto terroristico.
[+]
La bionda Jane e il nero Alì sono due giovani che si amano: studiano a Londra, dove vivono nel modesto alloggio di in un quartiere multietnico e frequentano anche un corso di arabo. In seguito agli attentati del 7 luglio 2005, i rispettivi genitori, che non hanno da tempo loro notizie, partono per Londra e si mettono alla loro ricerca. La madre di Jane, Mrs. Sommers, è una vedova che vive, col fratello, in una villetta a Guernsey, isola della Manica. Il padre di Alì, Ousmane, è una guardia forestale che lavora in Francia. Egli è un africano, emigrato per garantire a sé e alla sua famiglia un futuro; non ha avuto né tempo, né modo di seguire il figlio a Londra: ha promesso alla moglie di riportarlo da lei, ma è preoccupato che il giovane si sia fatto trascinare in qualche sciagurato progetto terroristico. I due si incontreranno proprio durante i numerosi tentativi di ritrovare i ragazzi. Per entrambi si tratterà di conoscere davvero i propri figli: neppure Mrs. Sommers, infatti sa chi è Jane, l’ha vista, in realtà, durante l’ultimo Natale, ma mai avrebbe immaginato che la figlia studiasse l’arabo o che vivesse con un nero, islamico, in un quartiere talmente pieno di musulmani, che persino il padrone di casa della figlia, macellaio nel quartiere, lo è. La donna è sgomenta e impaurita: le notizie di Jane sono incerte e il timore che la figlia sia vittima degli attentati si fa sempre più forte, ma ciò che sembra maggiormente preoccuparla è che la giovane si sia messa in qualche guaio, perché, l’equivalenza pregiudiziale tra musulmano e attentatore le sembra ovvia; né la donna riesce a capire a che cosa possa servire a Jane la conoscenza dell’arabo. Molto lentamente Mrs. Sommers riuscirà a vedere il nerissimo e africanissimo Ousmane con amicizia, avvicinandosi a poco a poco a lui e al suo mondo, avendo finalmente compreso che nelle cose fondamentali della vita, quali l’amore e le preoccupazioni per i figli, o il dolore, gli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, sono davvero uguali, e che solo la pietà e la solidarietà reciproca ci aiutano a sopportare le angosce, pur nella diversità con cui ciascuno si esprime: si può essere rassegnati di fronte a ciò che è ineluttabile, come Ousmane o non riuscire a nascondere la rabbia, come Mrs. Sommers. Il film, di alto valore morale e civile, è condotto con grande cura. Il regista segue attentamente il mutamento che si produce nell’animo di Mrs. Sommers, e crea nello spettatore una forte tensione, perché riesce a dar vita ai due giovani svelandone a poco a poco gusti, aspirazioni, stili di vita, tanto che si attende con trepidazione di conoscere la loro sorte, sebbene vengano visivamente rappresentati solo attraverso qualche sbiadita fotocopia appiccicata sui muri di Londra. Ottimi gli attori: a Sotigui Kouyaté, umanissimo Ousmane, è andato il riconoscimento prestigioso del premio quale miglior attore al festival di Berlino 2009, poco prima della sua morte avvenuta nell’aprile di quest’anno a Parigi
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a laulilla »
[ - ] lascia un commento a laulilla »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
angelo umana
|
lunedì 30 agosto 2010
|
la vera felicità è amare la vita
|
|
|
|
La 55enne Elizabeth Sommers parte per Londra dall’isola di Guernsey, dove vive di agricoltura, sola accanto al fratello Edward (il marito è morto 20 anni prima nella guerra delle Falkland). Per tre volte ha chiamato la figlia Jane, che da due anni vive a Londra, senza averne risposta: sono i giorni successivi al 7/7/2005, quando quattro bombe terroristiche uccisero 35 persone nei mezzi di trasporto di Londra. Resta sgomenta scoprendo la città dove la figlia vive, che brulica di musulmani; Jane è inquilina di un musulmano che ha una macelleria dal nome arabo. E’ ancora più sgomenta quando scopre che la figlia convive con l’africano Alì e - sommo orrore - studia l’arabo. Jane però, ed anche Alì, sono “missing” dal giorno delle bombe.
[+]
La 55enne Elizabeth Sommers parte per Londra dall’isola di Guernsey, dove vive di agricoltura, sola accanto al fratello Edward (il marito è morto 20 anni prima nella guerra delle Falkland). Per tre volte ha chiamato la figlia Jane, che da due anni vive a Londra, senza averne risposta: sono i giorni successivi al 7/7/2005, quando quattro bombe terroristiche uccisero 35 persone nei mezzi di trasporto di Londra. Resta sgomenta scoprendo la città dove la figlia vive, che brulica di musulmani; Jane è inquilina di un musulmano che ha una macelleria dal nome arabo. E’ ancora più sgomenta quando scopre che la figlia convive con l’africano Alì e - sommo orrore - studia l’arabo. Jane però, ed anche Alì, sono “missing” dal giorno delle bombe. Nella ricerca della figlia è fatale che incontri anche Ousmane, 60 anni, padre di Alì, che lui non vede da 15 anni, da quando il bambino ne aveva 6: la 55enne inglese della middle-class rifiuta l’idea di dover avere a che fare con quell’uomo, lungo scheletrico e con le trecce, e per giunta negro.
Alla sig.ra Sommers, in questo tratto di film, verrebbe da dire: “Guarda che gli stranieri non ti divorano, non averne paura!”. Affronta il dolore ma pensa che il suo sia unico, più grave di quello altrui, distinto e separato. Queste considerazioni fa sorgere il regista, che ci conduce per gradi dentro il dramma dei due genitori e dentro il “conflitto” con gli immigrati (con lo stereotipo del caso, il sospetto che Jane sia stata circuita da Alì e che costui possa aver partecipato agli attentati) : in ciò consiste la sua bravura, ti fa prendere le parti dei personaggi ma senza speculazioni melodrammatiche, senza stimolare lacrime. “Voglio solo sapere se stai bene” ha detto Elizabeth nel messaggio alla segreteria telefonica della figlia, e ci si rende conto di come una madre si può sentire quando le sorge il dubbio che la figlia possa essere rimasta sotto le bombe. Al telefono da Londra dice a suo fratello “Ho tanta paura!” e sembra che sia soprattutto la paura dello straniero, più che quella di non ritrovare la figlia, eventualità a cui ancora non crede, pronta ad illudersi che invece sua figlia sia partita per un viaggio in Francia insieme ad Alì.
E’ davvero uno dei più bei film tra quelli recenti, Orso d’Argento a Berlino 2010 per l’attore protagonista (da poco scomparso, o “non più con noi” come egli stesso dice alla moglie in Africa parlando del figlio Alì). Per i temi che propone richiama alla mente altri due ottimi films come “Welcome” e “L’ospite inatteso”.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a angelo umana »
[ - ] lascia un commento a angelo umana »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
everyone
|
sabato 28 agosto 2010
|
londra che unisce e divide per sempre
|
|
|
|
Un racconto credibile di incontro-scontro nella nostra era globale dove sono paradossalmente i conflitti ad avvicinarci e a farci conoscere superando le barriere preesistenti come succede ai personaggi di questo film ovvero i genitori di due giovani scomparsi nel tragico attentato avvenuto a Londra nella mattina del 7 lugio 2005 contro un bus e una linea della metro.I due uniti in questa disperata e vana ricerca dei loro cari si parlano dopo le iniziali resistenze specie da parte della mamma bianca nei confronti del papà di colore come due esseri umani che si riconoscono una nell'altro trovando persino delle affinità nei loro percorsi come l'amore alla terra che li unisce.Un film di introspezione psicologica drammatico ma mai sopra le righe.
|
|
|
[+] lascia un commento a everyone »
[ - ] lascia un commento a everyone »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
dario
|
lunedì 17 gennaio 2011
|
un piccolo gioiello
|
|
|
|
Secco, diretto, essenziale. Grande regia e grande interpretazione, di tutti, nessuno escluso. Sottofondo di umanità al calor bianco. Nessuna sbavatura (forse qualcosa all'inizio). Davvero una rarità. Una lezione di cinema.
|
|
|
[+] lascia un commento a dario »
[ - ] lascia un commento a dario »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
clavius
|
mercoledì 27 ottobre 2010
|
il dolore che sublima le differenze
|
|
|
|
Due giovani che non danno più loro notizie all'indomani degli attentati londinesi del luglio 2005. Il padre di lui e la madre di lei si mettono sulle loro tracce con ostinazione e speranza. Storie di uomini e donne che non si conoscono. Il vecchio padre originario dell'Africa ha lasciato il figlio all'età di sei anni e non ha neppure idea di quale sia il suo volto oggi. La madre dal canto suo scoprirà di sapere poco o nulla della figlia, di ignorarne desideri ed aspirazioni. Questo intreccio di vite nella caotica e multirazziale Londra dei nostri giorni è il pretesto (piuttosto banale per la verità) di raccontare storie di incontri possibili, di legami auspicabili, di paure allontanate, di distanze culturali accorciate.
[+]
Due giovani che non danno più loro notizie all'indomani degli attentati londinesi del luglio 2005. Il padre di lui e la madre di lei si mettono sulle loro tracce con ostinazione e speranza. Storie di uomini e donne che non si conoscono. Il vecchio padre originario dell'Africa ha lasciato il figlio all'età di sei anni e non ha neppure idea di quale sia il suo volto oggi. La madre dal canto suo scoprirà di sapere poco o nulla della figlia, di ignorarne desideri ed aspirazioni. Questo intreccio di vite nella caotica e multirazziale Londra dei nostri giorni è il pretesto (piuttosto banale per la verità) di raccontare storie di incontri possibili, di legami auspicabili, di paure allontanate, di distanze culturali accorciate.
La lezioncina sul come si dovrebbe imparare a convivere (per quanto sacrosanta) mi è sembrata ingenua in molti momenti, animata certo dalle buone ragioni, ma molto distante dalla realtà. La donna inglese interpretata da una sempre brava Blethyn (abbonata fin dai tempi dei film di Mike Leigh a ruoli di questo tipo) è un concentrato di convenzioni, è la rappresentante schiva e ostile di un'occidente impaurito e pieno di pregiudizi. Dall'altra parte il nero Kouyaté coi suoi modi gentili ed aperti, con la sua saggezza antica, con la sua umanità. E questo vale un po' per tutti i rappresentanti della comunità musulmana descritti come pieni di buone intenzioni, aperti e sinceri, disponibili all'aiuto (che si tratti di insegnare ad usare un telefonino o di prestare le chiavi di casa ad una sconosciuta). Una visione troppo edulcorata e semplicistica che assomiglia più ad uno spot che ad un tentativo maturo di riflettere sull'argomento. La visione mistificatoria di un occidente isolato ed ostile mi ha infastidito soprattutto se confrontata con un'immagine altrettanto falsa di un universo musulmano tutto teso al dialogo ed alla comprensione. E' la Storia (e nemmeno tanto recente) a raccontare di differenze incolmabili e di responsabilità condivise, dall'una come dall'altra parte, che non hanno pratifcamente mai permesso un reale meticciamento. E' l'assunto "politico" del film che mi crea qualche perplessità.
Grazie a Dio la chiusura della pellicola riporta in primo piano il dolore reale e incommensurabile. Riporta a galla la realtà cruda di esistenze spezzate. Fa riaffiorarare la fine delle speranze. Ed ecco che nella dolorosa condizione umana e di fronte alla morte la congiunzione tra i due unversi si fa reale. Da una parte il vecchio decreta il taglio dell'albero e dall'altra la donna zappa rabbiosamente una terra che non può consolarla. Nel dolore comune le differenze si sono annullate.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a clavius »
[ - ] lascia un commento a clavius »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
stephanief
|
domenica 12 settembre 2010
|
il primo passo per combattere il razzismo....
|
|
|
|
E' proprio vero che il primo passo per combattere il razzismo è ammettere la diffidenza iniziale che nutriamo nei confronti di chi è "diverso"... la pena più grande in questo film è vedere un genitore che oltre a dover sopportare l'angoscia del perdere un figlio deve sopportare la "colpa" di essere musulmano... per fortuna, come capita in qualsiasi contesto, la conoscenza e frequentazione dell'altro e la condivisione di un dolore fa capire che i due genitori in questione non sono poi così diversi anzi...sono molte le cose che li accomunano! Un ottimo film... che fa riflettere e che fa capire quanto la vera felicità nella via sia amare!
|
|
|
[+] lascia un commento a stephanief »
[ - ] lascia un commento a stephanief »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
toro sgualcito
|
venerdì 24 dicembre 2010
|
la semplicità come virtù
|
|
|
|
La storia di London River prende spunto dalla scomparsa a Londra di due giovani, una ragazza inglese e un ragazzo africano. Una madre ed un padre si incontrano per caso a Londra perché cercano notizie dei figli che improvvisamente non hanno più dato notizie di loro dopo gli attentati del 2005 a Londra. Contrariamente a quello che avevo letto altrove il sapore del film non è sdolcinato. E' vero ci si emoziona un po' per l'ansia e le difficoltà che vive la madre nel tentare di capire cosa è successo a sua figlia ma non è certo fuori misura. Lui, il padre del ragazzo è bravo, semplice e straordinario nella sua bella immagine di vecchio africano magro altissimo e con i lunghi capelli a dreads. Un corpo lunghissimo che sembra si muova quasi a rallentatore.
[+]
La storia di London River prende spunto dalla scomparsa a Londra di due giovani, una ragazza inglese e un ragazzo africano. Una madre ed un padre si incontrano per caso a Londra perché cercano notizie dei figli che improvvisamente non hanno più dato notizie di loro dopo gli attentati del 2005 a Londra. Contrariamente a quello che avevo letto altrove il sapore del film non è sdolcinato. E' vero ci si emoziona un po' per l'ansia e le difficoltà che vive la madre nel tentare di capire cosa è successo a sua figlia ma non è certo fuori misura. Lui, il padre del ragazzo è bravo, semplice e straordinario nella sua bella immagine di vecchio africano magro altissimo e con i lunghi capelli a dreads. Un corpo lunghissimo che sembra si muova quasi a rallentatore. Semplice e significante è anche il rapporto tra la signora il vecchio africano. Quando loro si incontrano inizialmente lei, donna di campagna provinciale e spaventata dai musulmani, lo tratta con durezza e chiama la polizia. Lui in silenzio accetta di essere trattato male da lei e con diffidenza dalla polizia. Poi lentamente lei capisce che anche lui vive la sua stessa tragedia e così col tempo decide di scusarsi con lui e nasce una solidarietà. Il film segue da vicino queste due persone e il resto è solo contorno: una Londra fredda nel clima ma non distratta nei rapporti (come infatti è davvero Londra) anche se il cinismo è sempre ad un soffio. Qualcuno ha detto che il film è stato buonista con la polizia perché viene mostrato il lato umano di un investigatore mentre in quei giorni la caccia all'uomo (terrorista) era durissima. Infatti come è noto il 22/7/05 nella stazione di Stockwell a Londra la tensione portò la polizia a sparare sette colpi alla testa di un giovane brasiliano di 22 anni: Charles de Menezes, colpevole di portare un grosso giubbotto e una faccia olivastra. Sì forse questa è l'unica cosa che stona un po' con la storia reale. Ma nel film la figura dell’investigatore è credibile. I due protagonisti: la madre della ragazza e il padre del ragazzo mi sono parsi bravi e la storia pur assai semplice non perde mai forza. Un film onesto e non pretenzioso. Condivido l’idea di trovare in London River un sentore di Loach. Direi che Rachid Bouchareb (il regista) ha creato un film, per semplificare, a metà tra Loach e Romer: cioè lo sguardo tenero e ravvicinato di Romer su momenti di vita delle persone in un contesto duro e asciutto alla Loach.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a toro sgualcito »
[ - ] lascia un commento a toro sgualcito »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
davidestanzione
|
sabato 11 settembre 2010
|
culture in rotta di condivisione
|
|
|
|
A far da cornice, nel secondo, più intimamente imploso film del franco-algerino Rachid Bouchareb, é il perennemente plumbeo cielo londinese, abituale ed asettico involucro di scoscrianti lacrimosità, supervisore silenzioso e mestamente contemplativo, in cui il sole, per citare Paolo Giordano, è solo “un disco più grigio della nebbia che avvolge il tutto”.
Parecchi metri al di sotto di quel nebuloso, evascente, impalbabile “coperchio sovrastrutturale” altresì detto skyline, è il dannato 7 Luglio 2005 quand’ecco che il convulso brulicare anglofono è scosso da un sobbalzante squarcio d’esplosivo che fa sussultare l’affollatissima “The Tube” di strazia(n)ti echi metropolitanamente funerei: l’abituale uggiosità (si) evolve in famelico dramma totalizzante che monopolizza vorace i Tg nazionali, attirando su di sé la terrorizzata, sgranata attenzione della vedova Mrs.
[+]
A far da cornice, nel secondo, più intimamente imploso film del franco-algerino Rachid Bouchareb, é il perennemente plumbeo cielo londinese, abituale ed asettico involucro di scoscrianti lacrimosità, supervisore silenzioso e mestamente contemplativo, in cui il sole, per citare Paolo Giordano, è solo “un disco più grigio della nebbia che avvolge il tutto”.
Parecchi metri al di sotto di quel nebuloso, evascente, impalbabile “coperchio sovrastrutturale” altresì detto skyline, è il dannato 7 Luglio 2005 quand’ecco che il convulso brulicare anglofono è scosso da un sobbalzante squarcio d’esplosivo che fa sussultare l’affollatissima “The Tube” di strazia(n)ti echi metropolitanamente funerei: l’abituale uggiosità (si) evolve in famelico dramma totalizzante che monopolizza vorace i Tg nazionali, attirando su di sé la terrorizzata, sgranata attenzione della vedova Mrs. Sommers che dà così il via, dopo svariate telefonate prive di esito, alla spasmodica, disperatamente speranzosa ricerca della figlia Jane, che nell’attentato potrebbe aver perso la vita. Tra flebili sguardi rassegnatamente contriti e intime commozioni che ne prostrano ancor di più la rugosa, corpulenta fragilità, durante il suo percorso alla cieca risolutamente barcollante la signora Sommers, agricoltrice (Brenda Blethyn ne aveva già intepretata un'altra di tutt’altra natura nell’ excentric liberal “L’erba di Grace” del 2001), bianca, britannicamente tout-court, protestante e autarchicamente schizzinosa, si imbatterà in Ousmane (Sotigui Kouyatè, Orso d’argento a Berlino come miglior attore), nero, musulmano, treccioluto e dinoccolato africano naturalizzato francese, il quale, proprio come lei, si aggira ondivago per le strade londinesi in cerca il figlio che non vede da quando lo abbandonò in Africa all’età di sei anni per raggiungere la Francia. L’ostentato, altezzoso, a tratti quasi lievemente sprezzante rifiuto per una cultura a lei ignota in un primo momento assolutizza il sentire della signora Sommers e sembra avere la meglio, anche dopo che il signor Ousmane le (di)mostra che i loro rispettivi figli si conoscevano (eccome) attraverso una foto in suo possesso che li ritrae l’uno accanto all’altra. Il doloroso sentire comune finisce però pian piano con l’avvicinarli quasi sotterraneamente: i due scoprono che i loro rispettivi figli si amavano a loro (totale) insaputa, raccolgono indizi e smozzicate testimonianze qua e là, fino a lasciarsi cullare dalla più dolce delle melliflue speranze (mal)riposte. L’iniziale “non stretta di mano” e il cortese “salam” adocchiato come una parola di assai dubbia, sinistra provenienza (di sicuro di un saluto non può trattarsi) vengono spazzati via dalla condivisione del dramma comune, del riposo notturno in letti ravvicinati e di effimere, grasse risate, caldeggianti l’illusione di spazzar via la rimestante insonnia arroventata delle avviluppanti nottate post-7Luglio.
London River, intermezzo europeizzante nella neonata ma già corposa filmografia di Bouchareb (tra l’opera prima Days of Glory e il suo discusso ‘sequel’ Hors-a-loi), porta a compimento la più densamente ardua delle traversie drammaturgiche, ovvero quella di colmare (e non infarcire) di mesta disperazione dei personaggi tattilmente reali e riconoscibili; non degli svuotati involucri da manipolare con onniscienza autoriale schiaffeggiandoli alla meno peggio ma bensì dei caratteri universali, culturalmente esemplificativi dei due emisferi del globo ed (oltretutto) emblemi delle due differenti modalità di reazione di fronte al dolore da parte di due culture antitetiche come quella occidentale e quella musulmana: lo strazio logorante ed urlato dell’una, l’interiorizzata rassegnazione al cospetto di un volere superiore dell’altra.
La regia di Bouchareb, che riversa (è proprio il caso di dirlo) il suo ‘occhio’ su esterni reali (alla maniére dei maestri francesi), è (onni)comprensiva, cadenzata e volutamente dimessa, a dimostrazione di come si possa maneggiare un taglio narrativo-estetico (decisamente) autoriale (che strizza l’occhio al Loach più suburbano e a “L’ospite inatteso”) pur senza ricorrere a sensazionalistici, fronzuluti, virtuosismi, . Ed è infine ammirevolmente ricercato e sottilmente allegorico il passaggio/riduzione degli ambienti ripresi in campo largo a meri squarci paesaggistici: dalle panoramiche iniziali su mari sconfinatamente accresciuti e idillicamente collocati (vagamente alla Truffaut, per richiamare in causa la Nouvelle Vague) si passa infatti al diroccato, desolante ciarpame di uno sfatto fiumiciattolo londinese. Psicologizzazioni d’alto livello e d’altro tempo per un rarefatto dramma fatto di gente perbene (e comune), che finisce con l'unire proprio ciò che la cecità terroristica vorrebbe scindere per sempre.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a davidestanzione »
[ - ] lascia un commento a davidestanzione »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
ipno74
|
sabato 19 febbraio 2011
|
il tarlo che logora la mente
|
|
|
|
Tutto potevo pensare, tranne di vedere un film così angosciante, e triste.
Potrebbe essere un'esperienza che ci potrebbe accadere in qualsiasi momento, perchè perdere una persona all'improvviso è la cosa più straziante che ci possa accadere, e ti senti impotente di fronte alla valanga di eventi e alla freddezza della gente che ci circonda perchè nessuno sa il dolore che proviamo.
Bravissimi gli attori e il regista che ci ha regalato un film che ti fa amare la vita, ma soprattutto ci da la forza di dire " ti voglio bene" a chi ci sta vicino.
|
|
|
[+] lascia un commento a ipno74 »
[ - ] lascia un commento a ipno74 »
|
|
d'accordo? |
|
|
|