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mariac
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sabato 21 novembre 2009
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critiche immotivate
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Film ambientato in tempi in cui dichiararsi prigioniero politico valeva ancora ad identificarsi con qualcuno e con qualcosa, LA PRIMA LINEA ripercorre la nascita, l'evoluzione e l'epilogo dell'omonima organizzazione terroristica di sinistra attiva negli anni 70 in Italia. Capace di attirare critiche prima ancora della sua uscita il film è interamente ispirato al libro MICCIA CORTA di Sergio Segio, fondatore e militante del gruppo, che se ne discosta per i troppi compromessi a cui il regista De Maria è dovuto sottostare. In Italia, purtroppo, si parla ancora con difficoltà di tempi così delicatamete segnati dalla morte ma il film ne esce pulito dal punto di vista morale. Il protagonista afferma "Eravamo convinti di avere ragione e invece avevamo torto", frase che allontana ogni equivico circa la possibilità di una celebrazione degli eventi e dei personaggi rappresentati.
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Film ambientato in tempi in cui dichiararsi prigioniero politico valeva ancora ad identificarsi con qualcuno e con qualcosa, LA PRIMA LINEA ripercorre la nascita, l'evoluzione e l'epilogo dell'omonima organizzazione terroristica di sinistra attiva negli anni 70 in Italia. Capace di attirare critiche prima ancora della sua uscita il film è interamente ispirato al libro MICCIA CORTA di Sergio Segio, fondatore e militante del gruppo, che se ne discosta per i troppi compromessi a cui il regista De Maria è dovuto sottostare. In Italia, purtroppo, si parla ancora con difficoltà di tempi così delicatamete segnati dalla morte ma il film ne esce pulito dal punto di vista morale. Il protagonista afferma "Eravamo convinti di avere ragione e invece avevamo torto", frase che allontana ogni equivico circa la possibilità di una celebrazione degli eventi e dei personaggi rappresentati. Scisso in tre tempi, analizza con razionalità le fasi ideologiche che hanno riguardato il gruppo, parte dall'entusiasmo iniziale che spinge i giovani a lottare per una ridistribuzione dei ruoli, per passare ad evidenziare l'alienazione delle passioni che sembrano non avere più fondamento e arrivare dolorosamente all'accettazione che la missione è fallita. La lotta armata non ha dato i frutti sperati, anzi, ha provocato solo morti di cui Segio si assume la responsabilità giuridica, politica e morale. Il film è montato in modo energico, le prime scene immortalano il protagonista al carcere di Torino nel novembre del 1989 e attraverso i suoi flashback sarà possibile rivirere la storia della "prima linea" per chiudersi con l'assalto al carcere di Rovigo nel 3 gennaio '82 in cui si trova rinchiusa la sua donna. La necessità di mettere in scena un cast di soli giovani corre il rischio di facili immedesimazioni con i personaggi ma il disprezzo verso un gruppo di persone, che credevano di trovarsi in guerra in un paese in cui vigeva la pace, diventa patente via via che gli stessi si lasciano prendere dal senso di morte, considerato l'unico strumento utile alla realizzazione del "progetto"
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paola di giuseppe
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venerdì 20 novembre 2009
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film doloroso e necessario
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”Fin dalla prima lettura siamo rimasti sedotti dalla sceneggiatura. L’Italia è uno dei pochi paesi che ha il coraggio di raccontare attraverso il cinema la sua storia.” hanno detto i Dardenne, produttori insieme ad Occhipinti del film, e, a visione avvenuta, crediamo si possa convenire sulla qualità e il coraggio di un film osteggiato a lungo, costretto a rinunciare a finanziamenti statali sempre altrimenti e generosamente profusi,vittima di aprioristiche e immotivate censure (il comune di Milano si è distinto nell’ostacolarlo togliendo il patrocinio). Liberamente tratto da “Miccia corta” di Sergio Segio, il”comandante Sirio” fondatore di Prima Linea, formazione politica armata degli anni di piombo, il film racconta in 96’ minuti serrati l’assalto al carcere di Rovigo il 3 gennaio dell’’83, organizzato per liberare Susanna Ronconi, la donna di Segio, e le altre compagne del gruppo.
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”Fin dalla prima lettura siamo rimasti sedotti dalla sceneggiatura. L’Italia è uno dei pochi paesi che ha il coraggio di raccontare attraverso il cinema la sua storia.” hanno detto i Dardenne, produttori insieme ad Occhipinti del film, e, a visione avvenuta, crediamo si possa convenire sulla qualità e il coraggio di un film osteggiato a lungo, costretto a rinunciare a finanziamenti statali sempre altrimenti e generosamente profusi,vittima di aprioristiche e immotivate censure (il comune di Milano si è distinto nell’ostacolarlo togliendo il patrocinio). Liberamente tratto da “Miccia corta” di Sergio Segio, il”comandante Sirio” fondatore di Prima Linea, formazione politica armata degli anni di piombo, il film racconta in 96’ minuti serrati l’assalto al carcere di Rovigo il 3 gennaio dell’’83, organizzato per liberare Susanna Ronconi, la donna di Segio, e le altre compagne del gruppo.L’azione di commando provocò la morte di un uomo e fu seguita, dopo poco tempo, dalla cattura definitiva dei protagonisti. De Maria costruisce la storia con una serie di intersezioni fra passato e presente, mescolando a tratti filmati d’epoca (Piazza Fontana, Piazza della Loggia,i funerali del giudice Alessandrini, ucciso da Prima Linea perchè indagava su di loro) iscrivendo il film tra i due primi piani in apertura e chiusura di Scamarcio/Segio, che dichiara la sua resa e accetta la responsabilità politica, giuridica e morale di tutto quello che ha fatto. Sappiamo che l’ex terrorista si è dissociato dalla produzione perchè, “scesa a compromessi”, non avrebbe adeguatamente ricostruito il contesto storico. In realtà, proprio affidandosi allo scandaglio rivolto al privato delle due vite di Sergio e Susanna, De Maria ha colto il clima funesto di anni in cui la quotidianità, scandita dagli omicidi, dagli assalti alle armerie, dalle gambizzazioni a pezzi rappresentativi delle strutture del potere, era stravolta da un ideologismo aberrante di cui quelle generazioni furono, prima che carnefici, vittime.Portatori di utopie di fronte alle quali ogni tentativo di razionalità o anche solo di umana pietà era destinato a fallire, incapaci di ascoltare voci, come quella di Pasolini,che smascherò da subito mistificazioni e “cattivi maestri”, vissero nell’universo chiuso di spogli e anonimi appartamenti,tane in cui l’amore, autentico, forte, come quello di Sergio e Susanna, sembra condannato all’asfissia.Brevi telefonate o visite a genitori che assistono con angoscia muta al destino di figli perduti per sempre, collettivi in cui si decidono all’unanimità esecuzioni a freddo di vittime inermi,vecchie macchine imbottite di tritolo e armi che si spostano lungo gli argini di un Polesine freddo e anonimo, intrico di strade, ampi casolari e capannoni industriali fra campi a perdita d’occhio, l’orizzonte è questo.Vite di ventenni che la storia ha travolto, lasciandoli poi a chiedersi, prima di buttare le armi, il senso di tutto quello che era successo, e non trovarlo. ”Un omicida che voleva un mondo migliore”,Sergio, ma senza la grandezza,l’esuberanza,la follia, magari il cinismo, dell’eroe e del combattente di un tempo. Questi giovani hanno attraversato l’inferno come piccoli travet dal grilletto facile, imbottiti di slogan e letture mal digerite, lasciate nei cassetti dove conservavano le P38. Il loro mondo è bruciato, ci dice questo film doloroso, ma non è stato un fuoco purificatore e loro sono stati gli ultimi ad accorgersene.
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ciccio capozzi
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mercoledì 25 novembre 2009
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un'angosciata confessione in pubblico
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“LA PRIMA LINEA” di RENATO DE MARIA; ITA-BEL, 09. Catturato nell’83, Sergio Segio, tra i fondatori dell’organizzazione terrorista di Prima Linea, dopo qualche tempo, si dissociò dalla lotta armata. Reo confesso dell’omicidio del giudice Alessandrini, ha scontato vent’anni di galera. Il film è tratto dal libro di Segio, reso con forza da R. Scamarcio: ha l’andamento di una angosciata confessione in pubblico sull’immensa inutilità di tutte quelle vite spezzate, di tutta quella crudeltà; in nome, poi, di un sogno di pace e di felicità, che doveva essere la mitica “rivoluzione”. Mentre invece ha portato solo dolore. E’ costruito con maestria tecnica. Parte dalla clamorosa evasione da lui organizzata della terrorista Susanna Ronconi (G.
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“LA PRIMA LINEA” di RENATO DE MARIA; ITA-BEL, 09. Catturato nell’83, Sergio Segio, tra i fondatori dell’organizzazione terrorista di Prima Linea, dopo qualche tempo, si dissociò dalla lotta armata. Reo confesso dell’omicidio del giudice Alessandrini, ha scontato vent’anni di galera. Il film è tratto dal libro di Segio, reso con forza da R. Scamarcio: ha l’andamento di una angosciata confessione in pubblico sull’immensa inutilità di tutte quelle vite spezzate, di tutta quella crudeltà; in nome, poi, di un sogno di pace e di felicità, che doveva essere la mitica “rivoluzione”. Mentre invece ha portato solo dolore. E’ costruito con maestria tecnica. Parte dalla clamorosa evasione da lui organizzata della terrorista Susanna Ronconi (G.Mezzogiorno), divenuta moglie (poi separati). Su questo tronco s’innestano i ricordi che aiutano a ricostruire con efficacia la vicenda tormentata, in qualche modo esemplare, di tutta una fascia di gioventù che aderì alla lotta armata. Sempre più isolati, sempre più odiati, trasformarono questa sconfitta politica in una dimensione di pura follia, insensibile al sangue, mentendo a se stessi, illudendosi di poter sopravvivere gridando parole sempre più prive di senso. Il film rende questo segno con sobrietà. Si allude a Dostoevskij: giustamente; è l’unico in grado di rendere questo abisso di tragedia individuale e collettiva che è stato il terrorismo.
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salvatore scaglia
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giovedì 10 dicembre 2009
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la prima linea: catarsi ineluttabile ?
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Il film di Renato De Maria potrebbe sembrare un inattuale e doloroso ritorno al passato, seppur recente. Ma la questione giudiziario-diplomatica di Cesare Battisti, che proprio in questi giorni si tenta di risolvere, contribuisce a far apprezzare il tema di questa pellicola: i cosiddetti anni di piombo, visti da un’angolazione particolare. Quella di una specifica formazione terroristica, Prima linea. E di una determinata coppia di amanti: Sergio Segio (Riccardo Scamarcio), fondatore dell’ << organizzazione >>, come la chiamano gli stessi suoi sodali, e Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno).
Se non è un capolavoro, senz’altro l’opera è ben riuscita: avvince, infatti, con un dosato mix di sentimento e passione: il primo tra i due giovani e la seconda per una società più equa.
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Il film di Renato De Maria potrebbe sembrare un inattuale e doloroso ritorno al passato, seppur recente. Ma la questione giudiziario-diplomatica di Cesare Battisti, che proprio in questi giorni si tenta di risolvere, contribuisce a far apprezzare il tema di questa pellicola: i cosiddetti anni di piombo, visti da un’angolazione particolare. Quella di una specifica formazione terroristica, Prima linea. E di una determinata coppia di amanti: Sergio Segio (Riccardo Scamarcio), fondatore dell’ << organizzazione >>, come la chiamano gli stessi suoi sodali, e Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno).
Se non è un capolavoro, senz’altro l’opera è ben riuscita: avvince, infatti, con un dosato mix di sentimento e passione: il primo tra i due giovani e la seconda per una società più equa. Invero, il film inchioda alla poltrona ricorrendo a una certa intensità d’azione, ma soprattutto inquadrando volti tesi, di rado sorridenti e contornati da cieli e contesti grigi o bui: metafora dei tempi che il regista intende rappresentare. Anche la scelta dell’alternanza di diversi flashback pare azzeccata. Per cui il lavoro parte dall’oggi di Segio per riandare alla vita precedente: che non giustifica, e però spiega, il passaggio dalla << forza della ragione >> alle << ragioni della forza >>.
La parabola descritta tuttavia non è solo personale o del gruppo, ma sociale. Così si capisce come dalle prime rapine (<< è solo un’operazione di rifornimento di armi >>) alle iniziali gambizzazioni (<< e’ una lezione in difesa del proletariato: stavolta ti risparmiamo la vita ! >>); dai primi omicidi (il più famigerato è quello del giudice Emilio Alessandrini, nel Gennaio 1979) alla procurata evasione di Susanna e altre << compagne >> dal carcere di Rovigo, la morte, anche quando non è preventivata, insegua questi ragazzi. La loro morte spirituale e morale causa quella, fisica, degli altri. Emblematiche due scene: Susanna che riceve senza lacrime la notizia del decesso naturale della madre; e che, affidatole da una mamma, tiene in braccio un bimbo, che, iniziando a piangere, mette in plateale imbarazzo sia lei che il fidanzato.
Tra inserti di repertorio (la voce del sindacalista Castrezzati a piazza della Loggia e quella di Frajese dopo la strage di via Fani) che descrivono gli “opposti estremismi”, avversati dallo Stato e progressivamente rigettati dai ceti popolari, la pellicola è pervasa da un agghiacciante filo rosso: non già delle scritte di violenta rivendicazione su muri e vetrine ovvero del sangue degli uccisi, bensì della domanda, prima implicita e poi espressa da Sergio a Susanna: << è giusto per un mondo migliore rinunciare alla propria umanità ? >>.
Oggi, scontato l’ergastolo commutato in reclusione pluridecennale, Segio e la Ronconi sono dediti al volontariato. Ma era proprio inevitabile - per loro, le vittime e il Paese - questa catarsi in una spirale di odio, ammantato da anelito, verosimilmente sincero, di giustizia ?
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olgadik
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sabato 5 dicembre 2009
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un film difficile
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Forse non c’è ancora sufficiente distanza storica, forse è oggettivamente difficile fornire in un film un’analisi ampia e sfaccettata, forse proprio l’esigenza di dire con le immagini il più possibile determina spesso sintesi manichee o cadute nella sceneggiatura. Comunque sia, mi pare di non aver ancora visto un’opera veramente efficace sul periodo che va dal ‘68 al piombo del terrorismo nostrano. Renato De Maria prova a sollevare il velo sulle azioni di “prima linea”, uno dei gruppi terroristici più duri di quegli anni, e lo fa con sufficiente onestà intellettuale, servendosi correttamente di molti materiali d’archivio e di una sceneggiatura in cui gli autori non indulgono a momenti di sotterranea apologia o a eccessi di rabbia ottusa.
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Forse non c’è ancora sufficiente distanza storica, forse è oggettivamente difficile fornire in un film un’analisi ampia e sfaccettata, forse proprio l’esigenza di dire con le immagini il più possibile determina spesso sintesi manichee o cadute nella sceneggiatura. Comunque sia, mi pare di non aver ancora visto un’opera veramente efficace sul periodo che va dal ‘68 al piombo del terrorismo nostrano. Renato De Maria prova a sollevare il velo sulle azioni di “prima linea”, uno dei gruppi terroristici più duri di quegli anni, e lo fa con sufficiente onestà intellettuale, servendosi correttamente di molti materiali d’archivio e di una sceneggiatura in cui gli autori non indulgono a momenti di sotterranea apologia o a eccessi di rabbia ottusa. Nonostante le polemiche sul finanziamento statale al film (che peraltro il produttore Occhipinti ha rifiutato, dando una bella lezione a mediocri colleghi), l’autore. senza ambizioni eccessive, vuole invitare a riflettere per uscire dal rimosso o, trattandosi di parenti delle vittime, per superare lo shock del passato. Ma come i tedeschi, in questo caso maestri, stanno rivedendo con sofferenza collettiva e individuale tutto il loro passato, anche noi faremmo bene a lasciare da parte il passato cercando di capire e non solo condannare, giacchè non è detto che non si debba usare un po’ di “pietas” per chi abbia rivisto le sue convinzioni ed abbia scontato una pena. Tornando all’opera di De Maria, vorrei precisare che buona fede ed esperienza non bastano a centrare sempre l’obiettivo. Nella sceneggiatura vi sono momenti poco credibili, vedi strade vuote di Milano al mattino in orario di lavoro o recita della formuletta rituale di “prima linea” mentre si sta giustiziando in pieno giorno e con molti testimoni un “nemico del popolo”. Che dire poi dell’assalto al carcere di Voghera che nelle intenzioni doveva essere senza sangue e che si svolge invece come un assalto alla Al Capone con un eccesso di botti e appostamenti senza che alcuno noti tutto quel movimento non certo pacifico? In quanto alla recitazione, è corretta ma non esaltante. Migliore la Mezzogiorno nella sua tesa durezza che conosce solo qualche momento di tenerezza; nella parte iniziale, impacciato e monocorde Scamarcio, che poi si scioglie nel secondo tempo, facendo proprie con convincente dolore le parole tratte da libro di Sergio Segio (La miccia corta), da cui il film prende le mosse. Nella narrazione si seguono le vicende e le azioni del gruppo, ma l’obiettivo è focalizzato soprattutto sulla coppia di dirigenti, Segio (Riccardo Scamarcio) e Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), compagni di lotta e di vita. Il racconto è strutturato come un flash back fatto di tre parti in un unico giorno, il 3 gennaio 1982, in cui Segio ripercorre l’inizio e lo svolgersi di tutta la sua vicenda, mentre si prepara con quanto rimane dei compagni di “prima linea” a liberare dal carcere Susanna. Durante il tentativo riuscito perde però la vita un passante pensionato: così anche quest’episodio lascia una scia di sangue. Da questo momento Sergio Segio inizia il suo processo di revisione politica abbandonando la lotta e pagando col carcere l’aver voluto usare “invece della forza della ragione la ragione della forza”. Oggi, pur sotto il peso delle responsabilità del passato da lui pienamente assunte nel libro, dopo venti anni di carcere è un uomo libero che lavora nel volontariato forse per riequilibrare in modo più umano la sua storia.
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boollit
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sabato 21 novembre 2009
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la prima linea: un film superficiale
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Un'ora e quaranta minuti di pellicola che si limita a sfiorare il contesto storico del Sessantotto e degli anni di piombo, senza approfondire le tematiche e gli eventi che portarono alla nascita (e agli eccessi) dei vari gruppi terroristici.
Nessun cenno alla totale impossibilità di manifestare le proprie idee, al clima reazionario e violento che spinse alcuni gruppi di giovani a reagire alle repressioni nell'unico modo che vedevano possibile.
Ora, non voglio spezzare nemmeno mezza lancia a favore delle stragi terroristiche, ma non vedo nemmeno accettabile la rappresentazione di questo fenomeno come una cosa a sé.
I manifestanti e gli attivisti morti vengono citati occasionalmente e brevemente, mentre solo le vittime civili (e non) di Prima Linea sembrano assumere una dimensione umana, vittime di una brutalità che almeno in questa interpretazione non ha capo né coda.
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Un'ora e quaranta minuti di pellicola che si limita a sfiorare il contesto storico del Sessantotto e degli anni di piombo, senza approfondire le tematiche e gli eventi che portarono alla nascita (e agli eccessi) dei vari gruppi terroristici.
Nessun cenno alla totale impossibilità di manifestare le proprie idee, al clima reazionario e violento che spinse alcuni gruppi di giovani a reagire alle repressioni nell'unico modo che vedevano possibile.
Ora, non voglio spezzare nemmeno mezza lancia a favore delle stragi terroristiche, ma non vedo nemmeno accettabile la rappresentazione di questo fenomeno come una cosa a sé.
I manifestanti e gli attivisti morti vengono citati occasionalmente e brevemente, mentre solo le vittime civili (e non) di Prima Linea sembrano assumere una dimensione umana, vittime di una brutalità che almeno in questa interpretazione non ha capo né coda.
Ne consegue un film debole, demagogicamente e forzatamente "politically correct", con dei buchi di sceneggiatura che porteranno i protagonisti a dialoghi forzatissimi (un vecchio amico di Sergio, incontrandolo, elenca delle statistiche sui morti/feriti degli anni di piombo come se tra due attivisti ce ne fosse bisogno) e a una caratterizzazione a mio avviso superficiale della classe operaia dell'epoca, ritenuta totalmente in disaccordo con i movimenti di estrema sinistra ma soprattutto rappresentata dal pessimismo rinunciatario del papà di Sergio, operaio, che si mostra disinteressato ai movimenti di protesta in quanto vicino alla pensione, "tanto non cambierà mai niente". Una frase che avrebbe mandato su tutte le furie qualsiasi sessantottino e che rappresenta l'ennesima visione approssimativa e distorta di un film che come massima ambizione potrà avere quella di costituire l'ennesima dimostrazione che l'Italia non ha superato e probabilmente non supererà mai le proprie contraddizioni.
Per quanto riguarda il cast, impeccabile interpretazione della Mezzogiorno. Scamarcio trova finalmente un ruolo adatto alla sua naturale ed inevitabile inespressività.
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[+] superficiale ma buono e utile
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