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lella sabadini
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mercoledì 25 gennaio 2012
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ottimo noir...
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Ottimo film sostenuto da una sceneggiatura impeccabile. La tensione è viva dall'inizio alla fine. Il ritmo non è eccessivamente incalzante, anzi abbiamo il tempo di soffermarci su alcuni particolari atteggiamenti od eventi con brevi pause ben calibrate che si inseriscono perfettamente nell'incedere del film. Lo spettatore si accorge da subito che niente, nessun gesto, nessuna parola sono lasciate al caso e questo lo porta ad appassionarsi ancor di più alla vicenda. Superfluo rimarcare la bravura degli interpreti: tanto intenso e concreto, fisico Timi quanto evanescente ( anche metaforicamente ! ) Sonia tanto che a volte sembra cambiare lineamenti e trasformarsi veramente sul filo conduttore del continuo andare e venire della vicenda.
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Ottimo film sostenuto da una sceneggiatura impeccabile. La tensione è viva dall'inizio alla fine. Il ritmo non è eccessivamente incalzante, anzi abbiamo il tempo di soffermarci su alcuni particolari atteggiamenti od eventi con brevi pause ben calibrate che si inseriscono perfettamente nell'incedere del film. Lo spettatore si accorge da subito che niente, nessun gesto, nessuna parola sono lasciate al caso e questo lo porta ad appassionarsi ancor di più alla vicenda. Superfluo rimarcare la bravura degli interpreti: tanto intenso e concreto, fisico Timi quanto evanescente ( anche metaforicamente ! ) Sonia tanto che a volte sembra cambiare lineamenti e trasformarsi veramente sul filo conduttore del continuo andare e venire della vicenda.La complessità della psicologia della protagonista porta a riflettere su come il bene e il male convivano nell'animo umano prendendo di volta in volta il sopravvento. Non fosse così quelli che poi si sono rivelati gli incubi di Sonia in coma non sarebbero così chiaramente ispirati ai sensi di colpa che prova per quello che ha fatto e al desiderio di un' esistenza più semplice e limpida. Forse per questo Guido la lascia al suo destino con il proprio inevitabile carico di conflitti irrisolti e desideri irrealizzabili...
paperino
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cinemania
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martedì 29 novembre 2011
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storia d'amore in chiave thriller/noir
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In questo primo lungometraggio del regista pubblicitario Capotondi, la doppia ora è il fenomeno utilizzato come metafora per le doppie esistenze dei due protagonisti, gli ottimi attori Timi e Rappoport.
Vi è un'intesa immediata tra queste due persone con un passato non chiaro alle spalle,che porterà una sorta di duello in un crescendo emotivo interessante e pieno di colpi di scena,e che si trasformerà in una relazione dai risvolti tragici. Originale il gioco di incroci e rimandi, anche se il secondo tempo è più interessante e incisivo.E' un film avvincente,dalla regia sofisticata e una buona sceneggiatura, bravi la Rappoport,molto espressiva,e il carismatico Filippo Timi.
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In questo primo lungometraggio del regista pubblicitario Capotondi, la doppia ora è il fenomeno utilizzato come metafora per le doppie esistenze dei due protagonisti, gli ottimi attori Timi e Rappoport.
Vi è un'intesa immediata tra queste due persone con un passato non chiaro alle spalle,che porterà una sorta di duello in un crescendo emotivo interessante e pieno di colpi di scena,e che si trasformerà in una relazione dai risvolti tragici. Originale il gioco di incroci e rimandi, anche se il secondo tempo è più interessante e incisivo.E' un film avvincente,dalla regia sofisticata e una buona sceneggiatura, bravi la Rappoport,molto espressiva,e il carismatico Filippo Timi.Il potere del film si gioca molto sull'effetto sorpresa, ma gli intrighi tipici del giallo sono lontani dalla perfezione.
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martino76
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domenica 6 novembre 2011
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film ben fatto
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Il film ti coinvolge subito perchè è ben fatto, le recitazione sono ottime e la trama ti trascina pian piano. Il finale non soddisfa ... ma alla fine riflettendoci , come ha già scritto qualcuno, la scelta presa dal protagonista rientra tra le “conseguenze dell’amore”.
Merita di essere visto
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cinefila
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martedì 8 febbraio 2011
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noir italiano!
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Il cinema nostrano si impreziosisce di un noir ben fatto, anche se gli incassi non confermano..ma nn è una novità!
L'atmosfera degli speed-date torinesi coinvolge i protagonisti: lui, ex poliziotto, ora relegato a guardiano di un parco; lei cameriera in un hotel.
I due si frequentano e un pomeriggio, passeggiando nello stesso parco, vengono aggrediti da alcuni malviventi che effettuano una rapina nella villa immersa in quel verde. Un colpo di pistola e poi sequenze di film apparentemente sconnesse tra loro. Sarà la mente della bella Rappoport a guidarci in questo "intreccio", ma si capirà quasi alla fine, quando lei si sveglierà dal coma e si scoprirà qualcosa in +!
Bel film! Ottima la coppia Timi-Rapp
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Il cinema nostrano si impreziosisce di un noir ben fatto, anche se gli incassi non confermano..ma nn è una novità!
L'atmosfera degli speed-date torinesi coinvolge i protagonisti: lui, ex poliziotto, ora relegato a guardiano di un parco; lei cameriera in un hotel.
I due si frequentano e un pomeriggio, passeggiando nello stesso parco, vengono aggrediti da alcuni malviventi che effettuano una rapina nella villa immersa in quel verde. Un colpo di pistola e poi sequenze di film apparentemente sconnesse tra loro. Sarà la mente della bella Rappoport a guidarci in questo "intreccio", ma si capirà quasi alla fine, quando lei si sveglierà dal coma e si scoprirà qualcosa in +!
Bel film! Ottima la coppia Timi-Rappoport!
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giuseppe.potente
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domenica 28 novembre 2010
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così è se vi pare
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Picasso nel 1907 dipinse un quadro di bagnanti che sconvolgeva gli standard ell'epoca.
Nel cinema ancora oggi si continuano a seguire degli schemi di "genere": ma un regista, un autore, può ben usare un linguaggio di genere "suspense" se la situazione della narrazione lo richiede, e lasciare che un finale più realistico anche se sentimentale (o "melò", per usare un termine più in voga ) azzeri la suspense. Chi preferirebbe un altro finale può costruirlo al computer.
Insomma, si continua a valutare un'opera cinematografica, che è la più totalizzante dellle espressioni artistiche, seguendo schemi precotti.
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Picasso nel 1907 dipinse un quadro di bagnanti che sconvolgeva gli standard ell'epoca.
Nel cinema ancora oggi si continuano a seguire degli schemi di "genere": ma un regista, un autore, può ben usare un linguaggio di genere "suspense" se la situazione della narrazione lo richiede, e lasciare che un finale più realistico anche se sentimentale (o "melò", per usare un termine più in voga ) azzeri la suspense. Chi preferirebbe un altro finale può costruirlo al computer.
Insomma, si continua a valutare un'opera cinematografica, che è la più totalizzante dellle espressioni artistiche, seguendo schemi precotti.
Che peccato. Nemo propheta in patria. L'opera prima di Capotondi non ha avuto un unanime consenso dei critici: qualcuno ha poco apprezzato il finale, altri il "meccanismo a orologeria" del film. Ma quale meccanismo? Io ho visto solo una tecnica cinematografica attenta, proprio per la cura dell'opera prima, che a volte si perde con la routine. Certamente, l'incalzarsi delle scene è piuttosto stringente, se fosse la ventesima opera forse ci sarebbe più fluidità, ma il contesto poi svelato (non possiamo dirlo per non "bruciare" la suspense) giustifica l'apparente stranezza di alcune scene.
In un'estrema sintesi, il film vorrebbe valorizzare e lo fa secondo me bene, il detto e non detto, il mistero, il fascino, la forza devastante dell'innamoramento, l'imprevedibilità dei sentimenti. L'imprevisto sempre in agguato. Vi pare poco?
Filippo Timi e Ksenia Rappaport non hanno incrinature. Direi che la casa produttrice, l'Indigo, sembra aver dato un'impronta al film, simile a "La ragazza del lago", e ai film di Paolo Sorrentino: le conseguenze (spesso prevedibili) dell'amore; ma naufragr mi è dolce in questo mare.
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giuseppe.potente
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domenica 28 novembre 2010
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le conseguenze (un po' prevedibili) dell'amore
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Le conseguenze dell'amore, se non fosse già stato utilizzato per un altro film italiano di pari eleganza, potrebbe essere un "titolo" che darei a questa opera prima di Giuseppe Capoondi, un regista che a 41 anni ricco di esperienza in corti pubblicitari ha in comune con Paolo Sorrentino anche la cura dei dettagli fotografici. La cura della fotografia, la sceneggiatura di qualità, la concentrazione degli attori, sono già un'importante ingrediente per la riuscita di un progetto cinematografico. Raccontare una storia credibile ma non completamente prevedibile. Non esagerare nel melodrammatico. Dare una giusta dose di thrilling.
E' chiaro che se si sceglie di dare al film un taglio thrilling qualcosina di Hitchkock e di altri autori si sarà visto, ma perchè fare dei paragoni pregiudiziali.
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Le conseguenze dell'amore, se non fosse già stato utilizzato per un altro film italiano di pari eleganza, potrebbe essere un "titolo" che darei a questa opera prima di Giuseppe Capoondi, un regista che a 41 anni ricco di esperienza in corti pubblicitari ha in comune con Paolo Sorrentino anche la cura dei dettagli fotografici. La cura della fotografia, la sceneggiatura di qualità, la concentrazione degli attori, sono già un'importante ingrediente per la riuscita di un progetto cinematografico. Raccontare una storia credibile ma non completamente prevedibile. Non esagerare nel melodrammatico. Dare una giusta dose di thrilling.
E' chiaro che se si sceglie di dare al film un taglio thrilling qualcosina di Hitchkock e di altri autori si sarà visto, ma perchè fare dei paragoni pregiudiziali.
Guardare il film con amore, con curiosità, con empatia. E' possibile che i critici abbiano difficoltà a farlo?
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teo '93
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lunedì 1 novembre 2010
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l'inganno dei sensi nell'esordio noir di capotondi
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Due solitudini. Una Torino gelida e sospesa. Sonia, cameriera in un hotel, vive in un abbandono spettrale e misterioso. Guido, ex poliziotto, guardiano di una villa e vedovo da tre anni, esorcizza il suo lutto con incontri occasionali fatti di fugaci amplessi. Fanno conoscenza l’uno dell’altro durante uno dei numerosi incontri che animano lo “speed date” che Guido frequenta abitudinariamente. Scocca inaspettatamente una scintilla. Due anime in pena che ritroveranno nell’altro un po’ del proprio tormento. L’uomo porta la misteriosa donna a scoprire il bosco vicino alla lussuosa villa di cui è guardiano. Una rapina infrangerà senza preavviso il loro nido d’amore.
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Due solitudini. Una Torino gelida e sospesa. Sonia, cameriera in un hotel, vive in un abbandono spettrale e misterioso. Guido, ex poliziotto, guardiano di una villa e vedovo da tre anni, esorcizza il suo lutto con incontri occasionali fatti di fugaci amplessi. Fanno conoscenza l’uno dell’altro durante uno dei numerosi incontri che animano lo “speed date” che Guido frequenta abitudinariamente. Scocca inaspettatamente una scintilla. Due anime in pena che ritroveranno nell’altro un po’ del proprio tormento. L’uomo porta la misteriosa donna a scoprire il bosco vicino alla lussuosa villa di cui è guardiano. Una rapina infrangerà senza preavviso il loro nido d’amore. Uno sparo (cardine della vicenda) sconvolgerà il resto della loro storia.
E’ un gioco di specchi, illusioni e apparenze ingannevoli questo insolito esordio di Giuseppe Capotondi, già regista di numerosi cortometraggi nonchè video musicali (ha girato fra i tanti “Certe notti” di Ligabue). “La doppia ora”, presentato in concorso all’ultima mostra cinematografica di Venezia, ha letteralmente spaccato in due la critica del Lido: la delusione (quasi unanime) dei critici italiani è stata ampiamente compensata dall’entusiasmo di quelli stranieri. E’ certo un’opera sperimentale, anomala, una summa frenetica di generi (si passa dal thriller al romantico, dal noir all’horror psicologico fino ad un finale aperto ma terribilmente dispersivo). Capotondi alterna molteplici piani di lettura, sparpaglia mendaci elementi di risoluzione disseminando colpi di scena a non finire. Bluffa senza riserve. Infrange certezze. E mira troppo alto. Già dai primi minuti, infatti, il film, nel suo incedere grossolano e zoppicante, si priva di struttura, compattezza e linearità narrativa, si diverte a imbrogliare le carte senza introspezione sulle dinamiche interiori dei suoi protagonisti. Coinvolto com’è ad accumulare, sovrapporre, stupire sena freno i nostri sensi, il regista finisce per lasciare inespressa e sospesa la sua storia. Accenna invece di analizzare. Sussurra i personaggi invece di delinearli profondamente. Uno sguardo più vigile e meno sfilacciato avrebbe certo giovato all’impresa. A questa mal riuscita operazione, tuttavia, fanno da efficace contraltare le grandi interpretazioni di Filippo Timi (il cui sottovalutato talento sembra fin troppo sprecato per un ruolo così debole) e della stupefacente Ksenia Rappoport che, se con “La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore aveva sorpreso ed entusiasmato il nostro pubblico per la sua straordinaria prova in presa diretta, qui riconferma le sue doti espressive vibranti e sofferte. E si aggiudica peraltro una Coppa Volpi a Venezia come miglior interprete femminile.
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mario_platonov
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domenica 22 agosto 2010
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belle atmosfere per un thriller prevedibile
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La valutazione di questo film richiede necessariamente una scissione quasi totale delle sue componenti.
Perché, di buono, offre sicuramente una regia attenta, oscura ma discreta e due attori protagonisti in grande forma.
Il film comincia a zoppicare in quella che dovrebbe essere la sua vera natura, quella di thriller. Messa da parte la storia d’amore tra i due protagonisti, quella sì narrata con molta tenerezza e malinconia, è più discutibile invece l’incastro da “giallo”. Non solo perché nella prima parte vediamo un paio di colpi ad effetto che ormai non sorprendono più nessuno, ma per il finale, vera pecca: poco originale ma soprattutto “suggerito” allo spettatore già in precedenza dallo stesso svolgersi degli eventi.
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La valutazione di questo film richiede necessariamente una scissione quasi totale delle sue componenti.
Perché, di buono, offre sicuramente una regia attenta, oscura ma discreta e due attori protagonisti in grande forma.
Il film comincia a zoppicare in quella che dovrebbe essere la sua vera natura, quella di thriller. Messa da parte la storia d’amore tra i due protagonisti, quella sì narrata con molta tenerezza e malinconia, è più discutibile invece l’incastro da “giallo”. Non solo perché nella prima parte vediamo un paio di colpi ad effetto che ormai non sorprendono più nessuno, ma per il finale, vera pecca: poco originale ma soprattutto “suggerito” allo spettatore già in precedenza dallo stesso svolgersi degli eventi.
Insomma, i valori tecnici del film sono sicuramente interessanti; meno accattivante invece il racconto che ci viene presentato.
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madeiro
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lunedì 16 agosto 2010
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film ermetico
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gli attori protagonisti sono bravi, ma il film è troppo ermetico, il regista dovrebbe tornare ai musicals.
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francesco2
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lunedì 16 agosto 2010
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la donna che visse due vite
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In sogno e nella realtà, intendo. Al di là della prima, misteriosa scena, che ci anticipa meno banalmente di quanto non sembri ciò che vedremo, il film attinge non solo dqi vari Lynch e Kieslowski, come -Giustamente- ha scritto qualcuno, ma a tratti dalla "Sconosciuta" d o da "Giulia non esce la sera", forse persino dal bistrattato "Uomo che ama"della Tognazzi.
Certo che il "paragone" col film di Tornatore è dovuto ad un ruolo sempre maggiore della donna dell'Est a casa nostra: sono lontani i tempi in cui in "Un altra vita" o "Un'anima divisa in due" erano eccezioni che confermavano la regola. Se Capotondi non ci risparmia le figurine che pretendono appuntamenti con la donna, è bravino a sparigliare le carte da subito: le difficoltà nel primo approccio tra i due, lei che dice chiaramente "Io ho erba" spezzano parzialmente gli argini di certo cinema archibugiano, giordaniano o via discorrendo.
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In sogno e nella realtà, intendo. Al di là della prima, misteriosa scena, che ci anticipa meno banalmente di quanto non sembri ciò che vedremo, il film attinge non solo dqi vari Lynch e Kieslowski, come -Giustamente- ha scritto qualcuno, ma a tratti dalla "Sconosciuta" d o da "Giulia non esce la sera", forse persino dal bistrattato "Uomo che ama"della Tognazzi.
Certo che il "paragone" col film di Tornatore è dovuto ad un ruolo sempre maggiore della donna dell'Est a casa nostra: sono lontani i tempi in cui in "Un altra vita" o "Un'anima divisa in due" erano eccezioni che confermavano la regola. Se Capotondi non ci risparmia le figurine che pretendono appuntamenti con la donna, è bravino a sparigliare le carte da subito: le difficoltà nel primo approccio tra i due, lei che dice chiaramente "Io ho erba" spezzano parzialmente gli argini di certo cinema archibugiano, giordaniano o via discorrendo. Quando poi il poliziotto "interroga" l'amico per strada, ci lancia -forse- un'altra traccia: se l'uomo mente nell'atteggiamento minaccioso ma è al contempo sé stesso, è come se stessimo (e stiamo, in realtà)assistendo ad un'opera in cui si mischiano realtà e finzione, in cui la ragazza per lunghi tratti potrebbe essere vittima o carnefice.
Quando Guido "Muore",dopo una visita nel bosco(Elemento contrapposto alla "Città", come anche la piscina frequentata dalla Rappoport alla "Terra") il film tocca livelli medio-alti grazie ad una sapiente gestione non solo TECNICA dei sistemi per creare suspense, ma anche SOSTANZIALE della vicenda: se la donna è colpevole, perché si ha l'impressione che ci sia un complotto ai suoi danni(Quella foto MAI scattata?); se è innocente, come si spiega l'accanimento di dante nei suoi confronti?
E perché quell'interesse per la conoscenza della lingua Spagnola?
Pwerò , quando crediamo di avere -Parzialmente- compreso il bandolo della matassa, Capotondi smentisce le speranze create; ricorre ad un espediente forse un pò inverosimile nel cosiddetto "Scripting", e ci regala un finale che riporta -Troppo- al loro posto gli stereotipi del caso: per evitare di raccontare ancora di più sulla trama, mi limito a dire che le reazioni dei personaggi, soprattutto il marito, appaiono al contempo troppo scontate ed inverosimili, eccezion fatta per la telefonata di Sonia al padre(Ma poi che significa, e cosa aggiunge al resto della narrazione?).
Ovviamente il finale va ancora meno svelato, ma mi limito a considerare che se il film si apriva con l'ambiguità, ora abbiamo una chiarezza che non lascia speranze(Certo, non tutti i registi avrebbero optato per questo). Ma un epilogo tutt'altro che didascalico, ed anzi provocatoriamente -credo- proposto sulle note di "La vida es un Carnaval", non salva totalmente la prima e soprattutto l'ultima parte del film, che invece nella seconda si era spinto "oltre": e lo dimostrano anche figure (neanche tanto) marginali come l'amica Margherita, tra i più riusciti personaggi di contorno del più recente cinema nostrano, coinvolta ad un certo punto nell'"Intreccio" di sonia. Il premio per la sceneggiatura forse non è casuale.
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