Cresce la tendenza del cinema italiano a soffermarsi su problematiche di integrazione razziale. D'altronde non è un mistero che la questione razziale, più o meno mascherata da leggi sulla clandestinità, sia all'ordine del giorno, probabilmente sia la questione, quella in base alla quale in Italia si decidono governi e destini. Il taglio con cui Campogiani sceglie di raccontare la vicenda è quello della commedia agro-dolce, marchio di fabbrica dell'amato e parimenti odiato cinema italico. Ad accenni, timidi e poco credibili, di riflessione sociale si alternano momenti in cui il legame italo-tunisino e il rapporto con il sospettato si fa più stretto; il che significa, come da consunto topos, spaghettata e partita al calcetto Balilla. Ossia le ganasce che incatenano inesorabilmente il cinema italiano (e forse la cultura nazionale in senso lato): finché non si uscirà da percorsi consunti, il nostro cinema non potrà che esporsi alle medesime critiche, spesso mal digerite e peggio metabolizzate. Dove invece La cosa giusta dovrebbe porci dei dubbi morali e portarci a delle riflessioni sulla natura dei nostri pregiudizi, come nella sequenza a Tunisi (perché non insistere con forza sulla pista dell'altro tunisino, quello "cattivo" e imprimere al film una svolta impredicibile?), Campogiani non si sbilancia e assume un atteggiamento guardingo per non dire cerchiobottista: seguire pedissequamente il pregiudizio è male, ma attenzione a non essere accecati dal buonismo. E se delle parti leggere si è già detto, sulla componente di poliziesco strictu sensu aleggia lo spettro del serial tv, tanto nel linguaggio cinematografico espresso che nella recitazione e nelle tempistiche; arduo distinguere le sequenze nell'ufficio di polizia e gli scambi di battute tra i colleghi da uno dei serial che gremiscono i palinsesti tv. Il cinema qui sta solo nello splendore di Torino innevata, ma è troppo poco e difficilmente qualcuno può attribuirsene il merito.
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Incassi La cosa giusta
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Primo Weekend Italia: € 2.806
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