The Hurt Locker: il mestiere delle bombe

Ricognizione sul cinema bellico contemporaneo e sulle lacerazioni emotive determinate dalla guerra in Iraq nel tessuto sociale americano.

 
Di guerra in guerra
Di guerra in guerra
venerdì 10 ottobre 2008 di Marzia Gandolfi

Di guerra in guerra
Prima che il soldato Ryan di Spielberg sbarcasse in Normandia e la rabbia giovane di Malick si spegnesse nell'erba alta, il cinema di guerra statunitense sembrava avere esaurito le proprie potenzialità artistiche e commerciali, rischiando di estinguersi o peggio di trasformarsi in qualcosa d'altro se non addirittura di eccentrico. Con Salvate il soldato Ryan e La sottile linea rossa, ritornava in grande stile il war movie dedicato alla Seconda Guerra Mondiale. La produzione hollywoodiana riesumava e rilanciava in questo modo il cinema bellico, risarcendo lo spettatore di tanto scadente mainstream e aggiornandolo sui successivi coinvolgimenti militari statunitensi di questo secolo. Genere popolare, amato dal pubblico quanto poco considerato dalla critica, il war movie ha da quel momento saputo fare i conti coi i nuovi scenari internazionali, rinnovando i suoi codici linguistici, il temario affrontato e la sua iconografia, archiviando i conflitti più suggestivi, spettacolari e funzionali al genere: la Seconda Guerra Mondiale, la Corea e il Vietnam. Con una versione personalissima, che esprime di volta in volta strategie espressive differenti ma un'identica angolazione ideologica, i nuovi registi del war movie raccontano la follia della guerra cercando di aderire il più possibile alla realtà e provando a ragionare sulle trasformazioni globali dell'informazione e della comunicazione, che stanno alterando l'immaginario collettivo. Il cinema neo-bellico americano, a partire dal Coraggio della verità di Edward Zwick (1996) fino al Redacted di Brian De Palma e a La valle di Elah di Paul Haggis, esprime la volontà di uscire dalle versioni ufficiali redatte da interminabili dirette televisive e dagli altri mezzi di comunicazione di massa e di fare chiarezza sulle meccaniche belliche e psicologiche gettate sugli occhi dei telespettatori. De Palma e Haggis più di altri hanno saputo utilizzare e manipolare il genere per fare esplodere insieme alle bombe le strutture narrative. Saltano il percorso avventuroso con l'obiettivo da raggiungere o la postazione nemica da conquistare, la missione da compiere, la battaglia da vincere in terra o in mare, l'eroismo individuale o di gruppo, l'antimilitarismo e il pacifismo. Si tentano ricognizioni per valutare le potenzialità artistiche e commerciali del genere e si approfondisce il rapporto tra cinema, guerra e utilizzo sistematico delle tecniche mediatiche nei conflitti contemporanei. Si riflette sull'approvvigionamento delle immagini, sulla percezione della guerra e sulle tracce profonde che lascia nello "spettatore". Ci si interroga sul ruolo svolto dal cinema di guerra in uno scenario in cui la "rappresentazione" dell'immaginario bellico è quasi interamente affidata all'informazione audiotelevisiva. Il film di De Palma e quello più classico di Haggis raccontano di un'indagine che dia una ragione del comportamento dei soldati in guerra. Lontano dal ripercorrere l'immaginario cinematografico bellico kubrickiano dell'addestramento dei marines o quello coppoliano delle dissertazioni universalistiche sulla guerra, i due autori entrano nella testa del private soldier denunciando lo smarrimento e la mancanza di opportunità concrete per il futuro e raccontando le implicazioni esistenziali e le ripercussioni psicologiche e morali della guerra. L'esercito diventa l'orizzonte interpretativo per se stessi e per gli altri commilitoni, non esiste una vera alternativa a questo stato delle cose per chi sceglie l'arruolamento volontario. Percorsi radicali nei modi di costruzione e di affermazione della mentalità bellica, nei termini comuni incarnati dal soldato semplice educato ai principi della democrazia e poi precipitato nei paesi aggrediti a combattere i civili o a compiere la missione civilizzatrice dell'impero bushiano.

Di bomba in bomba
Non è più tempo di eroi per la Bigelow ma è piuttosto il tempo dei "giocatori", di coloro che come il sergente William James, artificiere disarmante di stanza in Iraq, rischiano la vita volontariamente per assuefazione al gioco e per provare a vincere la morte. James è un soldato in action che si gratifica e si realizza attraverso l'azione, che va incontro alle bombe come fossero un dono da "scartare" e soltanto dopo disarmare. Kathryn Bigelow, portatrice di uno sguardo difficilmente al femminile, gira un film rassegnato alla e "dipendente" dalla violenza che governa ogni gesto umano. Anche questa volta l'Iraq si dà come contenitore infinito di storie da raccontare. Identificata la sua la Bigelow esprime la propria visione del mondo attraversando il cinema di genere che ha messo in scena con insistenza il soldato al fronte o in addestramento. Questo sottofilone ha dimostrato in passato la riduzione dei soldati a macchine da guerra al servizio della nazione, la loro ricerca di un'ideale superiore a cui dedicare la propria vita e si è spesso ispirato alla tripartizione tipica del racconto di guerra novecentesco derivante dal romanzo "Niente di nuovo sul fronte occidentale": addestramento, arrivo al fronte (battesimo del fuoco e perdita dell'innocenza) e rigenerazione attraverso la violenza. Sostenitrice di un cinema impegnato, la Bigelow con criterio e rigore celebra (a)politicamente l'abnegazione di chi si trova a vestire gli scomodi panni dell'eroe, per salvare, prima della sua, la vita di tutti. Come Haggis e De Palma, allo stesso modo la regista californiana drammatizza la figura del soldato e il disorientamento progressivo vissuto dal soggetto: un sergente "in crisi di astinenza" e in debito di adrenalina che non riesce a rientrare nella società, nella quotidianità, nella vita di suo figlio e in quella di sua moglie. Sempre in bilico tra esibizione, esibizionismo e occultamento, l'artificiere volontario della Bigelow disinnesca ordigni in una Giordania mascherata da Iraq e contiene nel cuore l'esplosione di memorie, paure e ossessioni. The Hurt Locker è un altro film che prova a capire gli strange days dell'America attraverso un protagonista in piena crisi di identità e risolutamente coinvolto nel conflitto che si ritrova ad abitare, bomba dopo bomba fino al suo point break.

The Hurt Locker Un racconto solido, tra coraggio e alienazione, su quell'immmenso contenitore di alibi che è la guerra
The Hurt Locker

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,54)
I 40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una "cassetta del dolore", pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno.
Di bomba in bomba
Di bomba in bomba
In foto:
Kathryn Bigelow (Kathryn Bigelow) (60 anni) 27 Novembre 1951, San Carlos (California - USA) - Sagittario
Regista del film The Hurt Locker. Al cinema da venerdì 10 ottobre 2008.

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Il trailer italiano
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