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thomàs
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martedì 9 agosto 2011
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presunzione da valorizzare
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Interessante tentativo di intrecciare introspezione, ppaure, fobie, denuncia sociale, descrizione di usi e costumi tipici di una società del sud america. Troppa carne al fuoco, cuciture suturate con estrema fatica e senza dare la possibilità allo spettatore di gustare ed interpretare il messaggio precedente.
Alcune scene sono però memorabili (taglio del fiore della patata, canzoni di paloma, raccolta perle) a testimonianza del talento della Llosa.
Da vedere.
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mirco pasqualotto
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venerdì 18 marzo 2011
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suoni, immagini di una realtà che fanno riflettere
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
Se non fosse per le riprese che sono stupende, e la splendida fotografia dalle inquadrature interessanti specialmente i primissimi piani, il film non riuscirebbe ad esprimere appieno tutta la drammaticità che la trama racconta.
Il film riesce ad far mantenere l'attenzione anche se in modo non sempre continuo grazie alla bravura di attori ben azzeccati per questo genere di film.
il film scorre lento, i colpi di scena sono pochi e si racconta il particolare momento che sta vivendo Fausta (la protagonista principale del film) passo dopo passo fino alla sua conclusione con un metodo tipico del cosiddetto film d'autore, che molto mi fa pensare ad un documentario.
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
Se non fosse per le riprese che sono stupende, e la splendida fotografia dalle inquadrature interessanti specialmente i primissimi piani, il film non riuscirebbe ad esprimere appieno tutta la drammaticità che la trama racconta.
Il film riesce ad far mantenere l'attenzione anche se in modo non sempre continuo grazie alla bravura di attori ben azzeccati per questo genere di film.
il film scorre lento, i colpi di scena sono pochi e si racconta il particolare momento che sta vivendo Fausta (la protagonista principale del film) passo dopo passo fino alla sua conclusione con un metodo tipico del cosiddetto film d'autore, che molto mi fa pensare ad un documentario.
Ma la sua forza è proprio quella di essere una via di mezzo tra documentario e film così da rendere immagini e suoni testimoni di una realtà da noi poco conosciuta, di un paese distante dal nostro in tutto, con tradizioni popolari, e condizioni di vita difficili mai sufficientemente messe in luce per gli occhi e la coscienza della gente.
Non è un film da vedere per tutti, anzi direi per pochi.
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mirco pasqualotto
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lunedì 14 marzo 2011
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sembra un documentario…
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
Se non fosse per la bravura del regista con la splendida fotografia e le inquadrature interessanti specialmente i primissimi piani, il film non riuscirebbe ad esprimere appieno tutta la drammaticità che la trama racconta.
Il film riesce ad far mantenere l'attenzione anche se in modo non sempre continuo grazie alla bravura degli attori e regia, perché il film non offre molti colpi di scena ma racconta il particolare momento che sta vivendo Fausta (la protagonista principale del film) passo dopo passo fino alla sua conclusione con un metodo tipico del cosiddetto film d'autore, che molto mi fa pensare ad un documentario.
Ma la sua forza è proprio quella di essere una via di mezzo tra documentario e film così da rendere immagini e suoni testimoni di una realtà da noi poco conosciuta, di un paese distante dal nostro in tutto, con tradizioni popolari, e condizioni di vita difficili mai sufficientemente messe in luce per gli occhi e la coscienza della gente.
Non è un film da vedere per tutti, anzi direi per pochi.
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mirco pasqualotto
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lunedì 14 marzo 2011
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sembra un documentario…
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
Se non fosse per la bravura del regista con la splendida fotografia e le inquadrature interessanti specialmente i primissimi piani, il film non riuscirebbe ad esprimere appieno tutta la drammaticità che la trama racconta.
Il film riesce ad far mantenere l'attenzione anche se in modo non sempre continuo grazie alla bravura degli attori e regia, perché il film non offre molti colpi di scena ma racconta il particolare momento che sta vivendo Fausta (la protagonista principale del film) passo dopo passo fino alla sua conclusione con un metodo tipico del cosiddetto film d'autore, che molto mi fa pensare ad un documentario.
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A mio parere è un film che si lascia guardare ma chiedendo all'osservatore un certo impegno, perché spesso risulta frammentario e si corre il rischio di perdersi nei propri pensieri perdendo l'attenzione richiesta che merita.
Se non fosse per la bravura del regista con la splendida fotografia e le inquadrature interessanti specialmente i primissimi piani, il film non riuscirebbe ad esprimere appieno tutta la drammaticità che la trama racconta.
Il film riesce ad far mantenere l'attenzione anche se in modo non sempre continuo grazie alla bravura degli attori e regia, perché il film non offre molti colpi di scena ma racconta il particolare momento che sta vivendo Fausta (la protagonista principale del film) passo dopo passo fino alla sua conclusione con un metodo tipico del cosiddetto film d'autore, che molto mi fa pensare ad un documentario.
Ma la sua forza è proprio quella di essere una via di mezzo tra documentario e film così da rendere immagini e suoni testimoni di una realtà da noi poco conosciuta, di un paese distante dal nostro in tutto, con tradizioni popolari, e condizioni di vita difficili mai sufficientemente messe in luce per gli occhi e la coscienza della gente.
Non è un film da vedere per tutti, anzi direi per pochi.
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reservoir dogs
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venerdì 3 dicembre 2010
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la bellezza del fiore della patata
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La madre di Fausta col'ultimo respiro di vita canta alla figlia un canto in lingua quechua che narra il dolore che la vita le ha dato attraverso lo strupro in gravidanza e l'assassinio del marito (anni 80', guerra civile in Perù).
Fausta allattata con il "latte impaurito" della madre è cresciuta con la credenza di essere affetta da una malattia congenita incurabile che la priva dell'anima e la costringe a "vagare" sulla Terra senza aver alcun contatto con l'altro sesso, la paura dell'uomo è talmente radicata in lei da farle mettere un patata nella vagina come "repellente" per gli stupratori con conseguenti infezioni.
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La madre di Fausta col'ultimo respiro di vita canta alla figlia un canto in lingua quechua che narra il dolore che la vita le ha dato attraverso lo strupro in gravidanza e l'assassinio del marito (anni 80', guerra civile in Perù).
Fausta allattata con il "latte impaurito" della madre è cresciuta con la credenza di essere affetta da una malattia congenita incurabile che la priva dell'anima e la costringe a "vagare" sulla Terra senza aver alcun contatto con l'altro sesso, la paura dell'uomo è talmente radicata in lei da farle mettere un patata nella vagina come "repellente" per gli stupratori con conseguenti infezioni.
Alla morte della madre Fausta decide di dare degna sepoltura alla donna e andare dallo zio (unica figura maschile con cui riesce ad avere un contatto), ma lo zio è già indebitato per il matrimonio in corso della cugina e non può quindi aiutarla.
La ragazza è costretta a cercarsi un lavoro come donna delle pulizie; il lavoro le servirà per comprendere la poca scientificità della sua "malattia" e tirar fuori la sua femminilità semplice ma bellissima così come il fiore della patata che non ha niente da invidiare agli altri fiori.
Il canto diventa strumento di liberazione per Fausta che in relazione al mondo che adesso meno teme cambia espressività.
Memorabile la scena del matrimonio dove la saturazione dei colori ci ricorda come nonostante la povertà del paese vi sia voglia di vivere per festeggiare la vita.
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francesco2
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mercoledì 9 giugno 2010
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la canzone di.....fausta
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Ecco un altro film prima bistrattato poi premiato con l’Orso d’oro a Berlino. Le cui giurie sembrano, detto con un po’ di malizia, particolarmente sensibili nel premiare film di carattere “sociale”(Vedi l’assurdo premio al modesto e retorico “Central do brasil”.Eppure non sono film come questi aliberarci dal sospetto che il SudAmerica o i suoi abitanti siano una “fauna” di macchiette come vari personaggi minori del film, che, è opinione mia personale, introduce in queste brutte parti di sceneggiatura un tocco di “Real maravilloso” marqueziano, quando la testa del maiale servito sembra quella di un animale vivo. Curioso è piuttosto come i due titoli(Originale e d italiano) abbiano messo in rilievo due tratti salienti dell’opera.
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Ecco un altro film prima bistrattato poi premiato con l’Orso d’oro a Berlino. Le cui giurie sembrano, detto con un po’ di malizia, particolarmente sensibili nel premiare film di carattere “sociale”(Vedi l’assurdo premio al modesto e retorico “Central do brasil”.Eppure non sono film come questi aliberarci dal sospetto che il SudAmerica o i suoi abitanti siano una “fauna” di macchiette come vari personaggi minori del film, che, è opinione mia personale, introduce in queste brutte parti di sceneggiatura un tocco di “Real maravilloso” marqueziano, quando la testa del maiale servito sembra quella di un animale vivo. Curioso è piuttosto come i due titoli(Originale e d italiano) abbiano messo in rilievo due tratti salienti dell’opera.l’originale, “La tetta spaventata”, indica il timore/reale) di una violenza che potrebbe arrivare, per la strada, in qualunque momento. Il secondo è connesso alla VOCE, elemento fondamentale PRIMA(La voce della madre asume sfumature didattiche, come in un contesto molto diverso il “Film parlato” di Oliveira, e DURANTE(Il coraggio di cantare indicherà che la ragazza, forse, è maturata interiormente emette in gioco sé stessa.DOPO, invece, nell’ultima scena, la giovane giocherà su un altro senso, l’OLFATTO, con la piantina che per lei aveva quel particolare significato.
Certo che secondo me le simbologie non mancano anche in questo cinema povero di mezzi(Ma solo di quelli?): in fondo a parte le colombe che fuggono dalle gabbie quasi anticipandone le scelte indipendenti della protagonista, è curioso questo addentrarsi lungo corridoi come quello della casa e del teatro della “cantante”. E’ come se in modo(Relativamente) banale si volesse narrare il suo travaglio, essere indipendente a livello generico(La donna dall’uomo) e specifico(La povertà dalla miseria):Eppure, nonostante la bravura della Llosa nel costruire significativi primi piani di Sali e scendi, quasi-Mi ripeto-una metafora del travaglio che Fausta attraverserà. Però, che distanza dal rigore morale del quanto si voglia celebrato(Ma veramente troppo?) “Lanterne rosse”, in questa serie di figurine(Lo zio e tanti personaggi minori) che paradossalmente potrebbero accreditare l’immagine dei peruviani poveri-anche-di-dentro(Guardacaso, fu proprio il PERUVIANO Vargas Llosa
ad accusare Amelio di avere dipinto gli albanesi come insetti, nel film “Lamerica”). Anche spunti isolati, come quello della bambola ritrovata che la terra non si era presa, sembrano idee disconnese c che provocano più che altro disorentiamento.
Comunque, un cinema relativamente coraggioso, indignato(Spero) e capace parzialmente di indignare, non ideologicamente “Dalla parte di lei”(E forse ‘ste ideologie ci vorrebbero)ma capace di parlare attraverso i silenzi di chi non si arrende pu avendo avuto molte sfortune dalla vita.
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inertiatic
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lunedì 19 aprile 2010
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manca un sorriso
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Fausta è una ragazza peruviana, cresciuta dalla mamma nella paura. Tutte le esperienze negative provate dalla madre sono insite nella protagonista già dalla nascita, è come se lei stessa avesse provato tutto ciò. Un "dolore" tramandato dal latte materno, una tradizione popolare che ci porta in un mondo lontano e completamente diverso dal nostro, dove una famiglia ha ancora il coraggio (e la necessità) di conservare per giorni e giorni in casa il corpo di una persona morta. Dove una fanciulla innocente inserisce una patata nella sua vagina per la paura di essere violentata, perchè "solamente lo schifo può fermare gli schifosi". La morte si oppone all'inizio di una nuova vita, quella che prende il via dal matrimonio, è forte il contrasto tra una nuova esperienza che sta per iniziare (la vita matrimoniale della cugina di Fausta) e il corpo di un parente ormai morto (una vita che è ormai finita).
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Fausta è una ragazza peruviana, cresciuta dalla mamma nella paura. Tutte le esperienze negative provate dalla madre sono insite nella protagonista già dalla nascita, è come se lei stessa avesse provato tutto ciò. Un "dolore" tramandato dal latte materno, una tradizione popolare che ci porta in un mondo lontano e completamente diverso dal nostro, dove una famiglia ha ancora il coraggio (e la necessità) di conservare per giorni e giorni in casa il corpo di una persona morta. Dove una fanciulla innocente inserisce una patata nella sua vagina per la paura di essere violentata, perchè "solamente lo schifo può fermare gli schifosi". La morte si oppone all'inizio di una nuova vita, quella che prende il via dal matrimonio, è forte il contrasto tra una nuova esperienza che sta per iniziare (la vita matrimoniale della cugina di Fausta) e il corpo di un parente ormai morto (una vita che è ormai finita). I momenti legati allo sposalizio, nel film, ci regalano splendidi momenti di folklore peruviano. Intanto Fausta si rifugia nel canto, regalando emozioni e tristezza allo spettatore, ma come sarebbe stato bello se alle fine ci avesse regalato anche un sorriso, almeno uno.
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carlo comiotto
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venerdì 25 dicembre 2009
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film da vedere
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Con questa pellicola la giovane regista peruviana dimostra di aver strameritato il premio al festival di Berlino.
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yiasemì
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sabato 30 maggio 2009
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fausta e noè
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Da un lato il dolore, i silenzi e la profonda solitudine di Fausta, dall'altro il rumore e la baraonda di un mondo esterno che continua a girare con i suoi teatrini e burattini e che non sa (o non vuole) andare al di là di ciò che, in modo tangibile, si può vedere e toccare. L'unica persona che riesce ad avvicinarsi, o almeno a "sfiorare" Fausta è il giardiniere Noè che osserva, ascolta, comprende e rispetta le sue paure. In questo senso, credo che sia esemplificativa una delle scene finali in cui Noè trova Fausta svenuta e le copre il seno lasciato scoperto dal vestito (una scena che, per me, è autentica poesia).
Struggente il motivo musicale (quello della sirena), ma,credo, infelice la scelta dei doppiatori.
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Da un lato il dolore, i silenzi e la profonda solitudine di Fausta, dall'altro il rumore e la baraonda di un mondo esterno che continua a girare con i suoi teatrini e burattini e che non sa (o non vuole) andare al di là di ciò che, in modo tangibile, si può vedere e toccare. L'unica persona che riesce ad avvicinarsi, o almeno a "sfiorare" Fausta è il giardiniere Noè che osserva, ascolta, comprende e rispetta le sue paure. In questo senso, credo che sia esemplificativa una delle scene finali in cui Noè trova Fausta svenuta e le copre il seno lasciato scoperto dal vestito (una scena che, per me, è autentica poesia).
Struggente il motivo musicale (quello della sirena), ma,credo, infelice la scelta dei doppiatori. Ottima la dizione, ma le voci abbinate ad alcuni personaggi mi sono sembrate un pò fuori luogo
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olgadik
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mercoledì 27 maggio 2009
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melodioso e triste
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Fausta (Magaly Solier) non ha che il canto e modula col viso tristissimo le antiche melodie in lingua quechua; con esse racconta ed esprime una arcaica malinconia e noi spettatori capiamo l’insondabilità di chi è stata stuprata e di chi, nata dopo questa tragedia, sente trasmettere col latte che succhia, la perdita della propria anima. Tante furono le violenze contro le donne perpetrate negli ultimi venti anni del ‘900 durante la guerra civile in Perù tra militari al potere e guerriglieri ribelli. Tra un atto eroico e un’ideologia, i soldati di ambo le parti si dedicarono alla crudeltà di massa contro le donne, specialmente se indie. Allora la cultura popolare parlò della “teta asustada” (seno impaurito) e di una “sofferenza” trasmessa alla prole.
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Fausta (Magaly Solier) non ha che il canto e modula col viso tristissimo le antiche melodie in lingua quechua; con esse racconta ed esprime una arcaica malinconia e noi spettatori capiamo l’insondabilità di chi è stata stuprata e di chi, nata dopo questa tragedia, sente trasmettere col latte che succhia, la perdita della propria anima. Tante furono le violenze contro le donne perpetrate negli ultimi venti anni del ‘900 durante la guerra civile in Perù tra militari al potere e guerriglieri ribelli. Tra un atto eroico e un’ideologia, i soldati di ambo le parti si dedicarono alla crudeltà di massa contro le donne, specialmente se indie. Allora la cultura popolare parlò della “teta asustada” (seno impaurito) e di una “sofferenza” trasmessa alla prole. Tutto questo si ricava dalle prime sequenze del film di Claudia Llosa, alla sua seconda prova, vincitrice con questa pellicola dell’Orso d’Oro a Berlino 2008. Nelle scene iniziali, la madre che sta per morire dice col canto alla figlia Fausta quello che lei ha ereditato e che spiegherà nella ragazza la sua chiusura, l’incubo del rapporto col maschio, la difesa contro la violenza che la giovane realizza introducendo nella vagina una patata. Questo espediente realistico e rozzo è naturalmente un pericolo per la salute nonché un fenomeno che costringe Fausta ad espellere con ribrezzo i germogli del tubero. Come si vede, i fatti sono espliciti, ma nel racconto tutto è suggerito con modi discreti e molto pudore. Intanto la storia, impastata di tanti elementi, dalla superstizione alla poesia, procede per metafore e atmosfere diverse messe a confronto. Due ambienti soprattutto sono la sostanza che dà corpo al discorso. La cinepresa si sposta infatti dalla casa signorile, dove la protagonista è andata a servizio per poter fare un degno funerale alla madre, al barrio dove ritorna alla fine del lavoro e dove vive con lo zio e la famiglia. La villa padronale è ombrosa, cupamente arredata con mobili intagliati, cortine e tappeti; solo la voce del pianoforte e il canto di Fausta, sollecitato dalla padrona concertista (Susi Sánchez), rompono il silenzio all’interno. Fuori, nel giardino lussureggiante, si muove il giardiniere, che spia la selvatichezza della ragazza e vorrebbe fare amicizia, ma lei sfugge e si mostra appena, preda com’è delle sue angosce. Il ritmo di queste inquadrature è lento, alcune immagini in primo piano sono dei veri ritratti d’autore. La realtà del barrio, che sorge su una piccola altura desertica, priva di ogni vegetazione, è invece antropologicamente viva; è il luogo della gente umile che crede ai riti e li perpetua con qualche aggiornamento eccessivo e colorato. Sono indigeni che aderiscono alla vita con naturalezza, sottolineano ogni cerimonia, funebre o gioiosa, con il corpo, il loro lieve ancheggiare, il loro essere uniti. Il film si snoda perciò con una scansione diversa rispetto al luogo dove il personaggio si muove e procede fino a giungere non a un vero e proprio scioglimento ma ad una attenuazione della angosce. Fausta infatti dà inizio a una presa di coscienza dell’essere viva e del dovere affrontare l’esistenza con qualche apertura. Per intanto si libera del suo “rimedio” artigianale e riporta la salma della vecchia madre verso il mare e verso i campi del villaggio di origine. Noi la lasciamo qui con nella mente il suo sguardo liquido e ferito e l’echeggiare di quelle melodie lontane, piene di suggestione.
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[+] signora mia, che palle!
(di marezia)
[ - ] signora mia, che palle!
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