Che Barba (rossa)
di Gaetano Vallini L'Osservatore Romano
Se l'aspirazione era quella di avere finalmente un eroe di riferimento, in Italia molti simpatizzanti della Lega Nord resteranno delusi dal tanto atteso Barbarossa, del regista Renzo Martinelli, che nelle aspettative avrebbe dovuto fornire, sia pure solo cinematograficamente, un appiglio storico sul quale fondare le loro rivendicazioni. Il film, in uscita con ben 250 copie, ha la pretesa di essere epico e invece naufraga, affondato proprio dal suo volere palesemente ammiccare a quanti cercano una storia e un personaggio credibili in cui riconoscersi. Come l'indulgere finale nell'immagine - consegnataci dall'iconografia classica - del carroccio sul quale spicca il vessillo bianco rossocrociato della Lega lombarda. E poco importa che il personaggio scelto come simbolo, Alberto da Giussano, non abbia sufficienti riscontri storici.
Martinelli si è sempre mostrato regista impegnato su temi anche delicati, come le lotte interne ai gruppi partigiani (Porzus), le colpe di politici e amministratori nel dissesto del territorio (Vajont), gli anni cupi del terrorismo con l'assassinio di Moro (Piazza delle Cinque Lune) e il difficile rapporto tra islam e occidente (Il mercante di pietre). Un cinema a tesi, il suo, sulle quali si può essere o no d'accordo, ma di qualche livello. Una filmografia comunque interessante, alla quale tuttavia questa svolta più militante non giova sul piano artistico: Barbarossa - un titolo civetta per attirare un pubblico più vasto – è un polpettone indigesto ed enfatico, appena riscattato dagli effetti speciali. Se proprio si volesse cercare la prodezza in grado di giustificare il prezzo del biglietto, come si direbbe in gergo calcistico, si potrebbe segnalare la battaglia finale: in un tripudio di sangue e di magie al computer, le raffazzonate truppe della Compagnia della morte - padani impersonati da figuranti romeni, visto che le riprese sono state effettuate in Romania per contenere i costi - guidate dal temerario Alberto, sconfiggono l'esercito del Barbarossa a Legnano, il 29 maggio 1176, restituendo la libertà ai Comuni del nord.
Questo l'epilogo, noto, di una storia che all'inizio, nella scritta che introduce le immagini, sembra promettere bene: «Italia. Dodicesimo secolo. Le terre del nord sono governate da un imperatore tedesco: Federico Hohenstaufen detto 'Barbarossa'. Il suo sogno è conquistare le terre del centro e del sud, così da far rivivere l'impero che fu di Carlo Magno. Nelle terre del nord c'è un giovane milanese di nome Alberto da Giussano. Il suo sogno è sconfiggere l'imperatore e ridare la libertà alla propria gente».
Per raccontare questa storia il regista, come è giusto che sia in un'opera di fantasia, si prende alcune licenze. Imbastisce così una vicenda che non può prescindere dalla immancabile storia d'amore - quella di Alberto per Eleonora, una ragazza che, colpita da un fùlmine quando era bambina, ha visioni del futuro a causa delle quali è considerata un po' strega - e che ricostruisce una realtà storica non proprio ineccepibile. Ma fin dalle prime sequenze si comprende quale sarà il tono del racconto. La sceneggiatura, tra salti e vuoti nella narrazione, eccede in dialoghi stereotipati, non privi di retorica e, non di meno, di sicura presa quando ci si infervora contro le tasse e si incita alla lotta armata per la libertà. Le ambientazioni, poi, appaiono in alcune scene decisamente posticce, così come inverosimili sembrano gli effetti dei micidiali proietti infuocati scagliati dalle catapulte, che esplodono con fragore assordante e provocano devastazioni terrificanti.
In tutto questo finisce per perdersi anche la recitazione di alcuni protagonisti che pure s'impegnano per dare credibilità ai loro personaggi. Fra tutti Rutger Hauer, un misurato, talora persino compassato Barbarossa; anche se si rimpiange il magistrale replicante di Blade Runner: a lui che aveva visto «navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione» e «i raggi B balenare nel buio vicino le porte di Tannhauser» è toccato osservare pure le mura di cartapesta di Milano, improbabili e che nemmeno noi umani avremmo voluto vedere.
A reggere il racconto - 139 minuti scorrono un po' troppo lentamente - ci prova anche il grande F. Murray Abraham, a suo agio nei panni del perfido Siniscalco Barozzi. E s'impegnano anche Cecil Cassel, imperatrice dal carattere decisamente forte, e Kasia Smutniak nel ruolo di Eleonora. Molto meno convincente Raz Degan, chiamato a incarnare un impalpabile Alberto. Un personaggio, il suo, molto distante da quel Braveheart - l'eroico scozzese William Wallace che si ribellò agli inglesi nel XIII secolo con le fattezze di Mel Gibson, che, pur storicamente approssimativo, almeno era simpatico.
Non bastano una colonna sonora martellante, un po' di immagini enfaticamente rallentate, scontri cruentissimi e una buona dose di effetti mirabolanti per creare pathos e rendere epica una pellicola, per quanto costosa. Martinelli ha insomma sprecato un'occasione.
Da L'Osservatore Romano, 10 ottobre 2009