Afterschool: la grana delle immagini

Intervista esclusiva al giovane regista Antonio Campos.

 
Bassa risoluzione, alta fedeltà
Bassa risoluzione, alta fedeltà
martedì 16 febbraio 2010 di Edoardo Becattini

Bassa risoluzione, alta fedeltà
Esce venerdì nelle nostre sale un piccolo ma importante film presentato al festival di Cannes 2008 nella sezione "Un Certain Regard". Piccolo perché girato con i mezzi scarni ed essenziali del cinema indipendente. Importante perché, pur essendo stato girato e concepito più di due anni fa, analizza, all'interno di un plot da thriller scolastico, una questione fondamentale nella definizione dello statuto delle immagini nel cinema contemporaneo: la contaminazione e la fascinazione per le sgranature delle immagini a bassa risoluzione dei filmati fruiti attraverso la Rete. Ne abbiamo parlato con il suo giovane autore:

In Afterschool, affronti in modo piuttosto diretto vari problemi di oggi: la questione del realismo delle immagini, i problemi dell'adolescenza, la falsità delle istituzioni scolastiche, l'estetica del video. Pensi ci sia un filo rosso che unisce tutte queste tematiche?

Antonio Campos: Penso che tutte queste cose siano connesse, ma non solo per quanto riguarda gli adolescenti, ma chiunque faccia parte del mondo moderno. Siamo inondati di immagini, ogni anno consumiamo sempre più immagini. E sebbene la propaganda non esista in modo così sfacciato come in passato, è piuttosto facile manipolare le persone attraverso le immagine e il sonoro, forse perfino più facile per il modo in cui la tecnologia si è evoluta ed è diventata accessibile. Le istituzioni in cui opera la gente, siano esse le scuole, il mondo degli affari o quello della politica, sono interessate all'autoconservazione e all'apparenza, e per esse è possibile manipolare sia chi sta all'interno che chi è esterno a pensare in un certo modo.
Le esperioenze di Robert col sesso, la morte e la violenza

La maggior parte di questi video amatoriali hanno a che fare con il sesso, con la violenza e con la morte, che sono esattamente quel tipo di esperienze con cui Robert si deve confrontare prima di cominciare a nutrire interesse nel mondo reale e provare a catturarlo con la propria videocamera. Cosa puoi dirci su questo?
A. C.: A livello di struttura, ero interessato a vedere quello che Robert osservava dalla tranquillità della sua scrivania, del suo computer, e poi a farlo confrontare con simili situazioni nella vita reale. Robert tenta di rimanere il più a lungo possibile dietro la videocamera che, ogni regista sarebbe d'accordo, è un posto sicuro dove stare, ma alla fine è costretto a passare davanti ad essa e a prendere parte alla vita. Ero interessato a mostrare come Robert riuscisse o non riuscisse a confrontarsi con quello che succede attorno a lui.

Il tuo modo di girare sembra avere più a che vedere con una serie automatismi di ripresa piuttosto che un preciso ideale estetico (come la scelta di escludere, tagliare o lasciare fuori fuoco alcuni personaggi che dovrebbero essere in campo). Cosa ricercano questi tipi di scelte?
A. C.: Sono scelte elaborate in modo del tutto naturale. Sembravano tutte piuttosto adatte per il film che stavamo girando, un film sulla sconnessione, visto soprattutto attraverso la prospettiva di un adolescente confuso con una strana percezione del mondo.

Il film ha inizio mostrando dei filmati realmente presi dalla Rete. Da immagini di violenza a spezzoni divertenti che riguardano bambini e animali (passando per l'esecuzione di Saddam), si passa alle immagini di chi sta guardando quei filmati, Robert, e del suo ambiente scolastico. Quel che più ti interessava mostrare in questo passaggio sono i problemi degli adolescenti che preferiscono fare le loro esperienze attraverso le immagini brevi e brutali dei video amatoriali piuttosto che nella realtà, oppure il fatto che la realtà stessa stia divenendo sempre di più un'estensione di queste immagini a bassa definizione?

A. C.: Entrambe queste idee sono problematiche. Ma nel caso specifico del film, l'interesse era in realtà concentrarsi su come queste immagini non siano necessariamente pericolose perché inducono alla violenza, ma piuttosto che quando gli adolescenti consumano immagini come queste per divertimento possono desensibilizzarsi, specialmente se vivono in una comunità molto sicura, molto isolata.
Il tema del dualismo dello sguardo

Un altro tema significativo è sicuramente il dualismo fra chi guarda e chi viene guardato, che in Afterschool raggiunge i limiti della patologia. Perché hai deciso di concentrarti su questa idea di divisione, su una sorta di schizofrenia che colpisce il protagonista?
A. C.: Essendo cresciuto in un ambiente cattolico, ero sempre sicuro che ci fosse qualcuno che mi stava guardando in ogni momento, che mi giudicava e che scuoteva la testa ogni volta che facevo qualcosa di sbagliato. Adesso, sembra sempre che ci sia una videocamera attorno a te pronta a riprenderti quando sei più vulnerabile o comunque quando stai facendo qualcosa che non vorresti che il resto del mondo venisse a sapere. Quel che è strano è che molte volte sono le persone che decidono volontariamente di riprendere se stesse quando si sentono più vulnerabili e di condividere questi momenti con il resto del mondo.

Il tuo film pone grandi interrogativi non solo sull'adolescenza ma anche sullo statuto delle immagini nel mondo contemporaneo. Qual è la tua opinione a proposito dei nuovi media e del modo in cui oggi riescono a costruire e a raccontare la nostra realtà? Trovi delle differenze fra queste modalità e quelle che usa il cinema che persegue gli stessi scopi?
A. C.: Nella maggior parte dei casi, quando guardi un film, sai esattamente che stai guardando un film e riesci a distinguere quello che è fantasia da quel che non lo è. E puoi invece guardare un documentario o una notizia al telegiornale, e sai di essere esposto a qualcosa che è accaduto esattamente a quel modo. Adesso, con la Reality Tv e con la grande quantità di found footage che viene consumata dagli utenti, è difficile per le persone discernere che cosa è realtà da cosa non lo è. Oppure, per il fatto che molti pensano sia facile manipolare quello che sta di fronte ad una videocamera, diviene difficile pensare che ciò che sta accadendo appare solamente come la realtà ma è una messa in scena, quando in realtà potrebbe benissimo essere vera.
Riferimenti a registi indipendenti nel film

Nel tuo film si trovano molti riferimenti ad alcuni importanti registi americani indipendenti. Ad esempio Elephant di Gus Van Sant e i suoi teenager ossessionati dalla violenza e dai videogiochi oppure, andando indietro nel tempo, anche i documentari di Frederick Wiseman sembrano essere stati d'ispirazione. Sei d'accordo?
A. C.: Sì. Wiseman è davvero un regista molto importante per me e il suo film High School mi è stato di grande ispirazione in vari modi. Mentre scrivevo la sceneggiatura di Afterschool, tenevo sotto mano il volume con le trascrizioni di cinque lavori di Wiseman, fra i quali High School. È stato molto importante studiare questo modo di parlare molto mondano, a volte manipolatorio, che utilizzano le istituzioni come la scuola.

Anche nei tuoi precedenti lavori, hai affrontato i riflessi dei nuovi media sul nostro sistema di valori e sullo statuto delle immagini. Pensi che per un regista oggigiorno sia più interessante focalizzarsi sulla realtà esterna o su quella che emerge attraverso i video che circolano in rete? E, infine, qual è la tua opinione: è più il cinema che definisce il modo in cui i video sul web vengono girati, oppure, al contrario, sono i filmati brevi che vanno sempre più influenzando il nuovo modo di fare cinema?
A. C.: Penso che perché un film possa continuare ad avere una funzione rilevante, è necessario che prenda le distanze da quel che vediamo continuamente in rete e che arrivi a creare un tipo di esperienze che risultino essere uniche e immersive. Oppure, se vuole confrontarsi con quello che vediamo on line tutti i giorni, allora ha bisogno di farlo in un modo illuminante o provocatorio.

In foto:
Antonio Campos , Leira (Portogallo)
Regista del film Afterschool. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
Antonio Campos
Afterschool Un'ottima opera prima che riflette sul rapporto fra realtà, adolescenza e video a bassa risoluzione
Afterschool

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,67)
Studente di un'esclusiva high school della East Coast americana, Robert è un adolescente che vive isolato e dissociato dal mondo inquieto e falsamente perbenista che lo circonda. Condivide la stanza con Dave, spacciatore di droghe e alcol del liceo, e con un computer con il quale trascorre la maggior parte del suo tempo a scaricare tutti i brevi filmati postati in rete. L'interesse per il mondo dei video lo porta a iscriversi al corso di audiovisivi, dove viene incaricato di realizzare un progetto sulla scuola. Mentre si trova da solo a filmare uno dei corridoi dell'edificio, riprende le due ragazze più popolari dell'istituto in preda ad un'emorragia causata da una sniffata di cocaina contaminata con veleno per topi. La scena segna in modo indelebile la mente di Robert e mina le apparenze dell'intera istituzione scolastica.
Le esperioenze di Robert col sesso, la morte e la violenza
Le esperioenze di Robert col sesso, la morte e la violenza
In foto:
Ezra Miller Data nascita: 1993, Hoboken (New Jersey - USA)
Interpreta Robert nel film di Antonio Campos Afterschool. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
Il tema del dualismo dello sguardo
Il tema del dualismo dello sguardo
In foto:
Michael Stuhlbarg (43 anni) 5 Luglio 1968, Long Beach (California - USA) - Cancro
Interpreta Il signor Burke nel film di Antonio Campos Afterschool. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
Riferimenti a registi indipendenti nel film
Riferimenti a registi indipendenti nel film
In foto:
Ezra Miller Data nascita: 1993, Hoboken (New Jersey - USA)
Interpreta Robert nel film di Antonio Campos Afterschool. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
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