Las Trece Rosas Rojas č il nome con cui si ricordano tredici giovanissime donne che, durante la "saca de agosto" del 1939, vennero fucilate assieme ad altri 43 dissidenti dai falangisti della neo-dittatura di Francisco Franco. L'attenzione si focalizza in particolar modo su quattro ragazze attive nel circolo ricreativo "Aida Lafuente" e militanti nel JSU (l'Unione della Gioventů Socialista), le pasionarie Virtudes e Carmen e le prodighe volontarie Julia e Adelina, e su Blanca, intellettuale borghese sostenitrice della destra cattolica ma vicina, per amor della musica, ad un gruppo di rivoltosi. Ognuna di loro, a causa di un regime affamato di epurazioni esemplari, finirŕ in carcere e, ad eccezione della piů giovane Carmen, pagherŕ la propria dissidenza con la vita.
Il profumo delle rose č inebriante per il mondo del cinema. Soprattutto quando il suo odore richiama alla mente storie esemplari di opposizione ad un regime totalitario. Il caso delle tredici muchachas che alzarono la testa in un momento in cui si chiedeva massima fedeltŕ al Caudillo Franco, č un exemplum perfettamente cinematografico per il modo in cui riunisce la forza degli ideali giovanili di lotta all'antifascismo (fra gli esempi piů recenti, Salvador – 26 anni contro e Sophie Scholl – La Rosa Bianca) e l'importanza di raccontare la componente femminile di una resistenza (come in Rosenstrasse della von Trotta). Solo che, anziché impartire una lezione di civiltŕ al di sopra dello spazio e del tempo, Le 13 rose sembra nascondere tutte le sue ambizioni dietro al dito del dovere di raccontare. Anziché mirare alla coscienza per colpire la memoria, il film delega l'importanza della commemorazione alla facile presa dei sentimentalismi. Emilio Martínez Lázaro opta per la facilitŕ richiesta dal modello televisivo e predispone tutto il materiale storico e storiografico che ha a disposizione per creare un racconto il piů possibile lineare, che dia solo conferma dei santi predisponendo per loro un percorso agiografico. Come in certe ingenue produzioni d'antan, in cui i buoni e i cattivi dovevano essere distinguibili al primo sguardo, le protagoniste sono sempre belle, brave e perfettamente a loro agio nei loro vestiti graziosamente vintage. Al contrario dei collaborazionisti e dei rivoluzionari traditori, fisionomicamente giŕ connotati da nasi torvi, dallo sguardo vitreo o dal sorriso sadicamente perverso come quello del personaggio di Adriano Giannini. Il discorso retorico della regia non si contenta poi di proporre una visione della Storia cosě rettilinea e fatta di pulsioni dialettiche ridotte al manicheismo, ma decide di affidare la necessitŕ di farsi memoria unicamente ad una confezione sontuosa, alle corde di violino di una partitura enfatica e onnipresente e a qualche sguardo in macchina del tutto pleonastico. Ed č come se, da un momento all'altro, fra una dissolvenza al nero e l'altra, si avvertisse l'incombere di un'interruzione pubblicitaria.
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