300

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Un film di Zack Snyder. Con Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West, Vincent Regan.
continua»
Storico, durata 117 min. - USA 2006. - Warner Bros Italia uscita venerdì 23 marzo 2007. MYMONETRO 300 * * * - - valutazione media: 3,25 su 686 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Spartani di George Bush

di Roberto Saviano L'Espresso

Hai già tutto in testa. Se conosci la storia delle Termopili, se hai da sempre guardato la trama degli scontri umani attraverso la vicenda dei 300 opliti spartani che nel 480 a. C. si opposero ai disegni di conquista dell'impero persiano. Leonida e i suoi 300 uomini scelti tra i suoi più fidati combattenti, tutti (o quasi) con figli maschi in grado di garantire a ognuno di loro la discendenza. Al passo stretto delle Termopili tengono testa all'armata più grande che il mondo avesse mai visto, sperando che gli eserciti delle altre città greche trovino il tempo per organizzarsi e sapendo di morire. 300, è tratto dal fumetto di Frank Miller, pubblicato qualche anno fa in Italia dalla Magic Press. II fumetto è un gioiello. Uno di quei capolavori che ascrivi alla grande letteratura. Graphic Novel infatti la definiscono, nome dato ai nuovi racconti di parole e disegni per i quali "fumetto" suonerebbe riduttivo. Miller racconta di uno scontro tra mondi, culture vicinissime per geografia e commerci eppure di una distanza siderale. E il paradigma è quello di sempre, quello del bene e del male, della libertà e della schiavitù, dell'onore e del tradimento, della convenienza e del sacrificio. Frank Miller crea il suo Leonida così come ha creato i supereroi Batman e Daredevil e la Persia di Serse è un'antica Sin City che avanza. La divisione è sempre manichea, il nemico è sempre strapotente, ma corrotto, strapotente perché corrotto, ma anche debole perché è corrotto. Le articolazioni elementari del bene e quelle del male portano a strade labirintiche. L'epica è questo. Un contenitore colino di valori, leggende, miti, orgogli, legislazioni della morale, ordini della coscienza, creature della terra e del sangue in cui chiunque può riflettere se stesso, e a cui chiunque può decidere di accordare il senso del proprio quotidiano trovandovi la malta per sentirsi parte di una comunità. O può opporvisi per sempre. E la storia di 300 è tutto questo. Negli opliti spartani che si sacrificano per non far sottomettere la Grecia alla tirannide, è tramandato un momento sottratto per sempre al percorso della storia pur essendone parte integrante. La storia diviene epica, i fatti raccontati divengono fondativi di un immaginario e di una cosmogonia di valori. «Spartani questo giorno è vostro per sempre», ricorda Leonida ai suoi opliti. La battaglia delle Termopili è un momento in cui trovare strumenti con cui spiegare la vita. Capirla. Sintetizzarla. E l'epica ha un verso in cui si muove. Ha un vettore. Determinato da chi racconta la storia, e da quali occhi è stata scrutata, e quale stomaco l'ha digerita, e verso quali orecchi viene rivolta. Non c'è scandalo in questo. E la dialettica tra epiche diverse. Questa viene da Occidente, dallo sguardo di Erodoto rinnovato e riplasmato a propria immagine nell'infinità delle volte in cui in poesia, romanzi, drammi o, appunto, film e fumetto è stata rinarrata, sempre qui, in Occidente, un Occidente sempre più occidentale.
Gli Usa sono gli ultimi in grado di fare epica. L'epica si sedimenta e si crea quando è forte il senso di appartenenza a una civiltà e ancor più quando essa si sente minacciata. L'epica la fonda e la difende. In contrapposizione agli altri, ma non può essere che così. Nessun europeo forse sarebbe in grado di fare un racconto cinematografico epico di questa potenza. Il muscolo, la terra, l'istinto. Per un italiano avrebbe un sapore troppo fascista. Invece Frank Miller, nell'enorme libertà visionaria con cui traduce Erodoto nel linguaggio yankee del fumetto, è riuscito a restituire la forza epica e il dato storiografico. Ed anche il film ci riesce. Il film ti carica. Come se dietro la poltroncina del cinema qualcuno ti stesse girando la molla esattamente all'altezza del midollo. Quando il messaggero di Serse si reca a Sparta per parlare con il re, con Leonida offrendogli di divenire una satrapia autonoma dell'impero persiano attraverso un tributo di acqua e terra, Leonida lo invita ad andare a vedere nel pozzo più grande di Sparta quanta acqua ci sia. «Questa è blasfemia, nessuno ha mai minacciato un messaggero, questa è pazzia», dirà l'ambasciatore e Leonida puntandogli la punta della spada sotto il mento: «Pazzia? Questa è Sparta». E un calcio al petto lo scaraventa nel fondo del pozzo. E anche la gamba dello spettatore deve farsi forza per non scattare. Quel gesto di Leonida fu un fallimento tattico, perché avrebbe risparmiato sangue, avrebbe mantenuto autonomia a Sparta e l'avrebbe resa alleata dell'impero più stabile, organizzato e pacifico del tempo. Eppure quel calcio insultante e irrispettoso diviene nel racconto epico il rifiuto di qualsiasi forma di sottomissione o compromesso.
Prima della battaglia finale Leonida interpretato da Gerard Butler incredibilmente identico a una pittura vascolare, urla: «Spartani, preparate la colazione e mangiate tanto, perché stasera ceneremo nell'Ade». 300 è un tripudio di violenza. Di teste mozze, colli che si piegano spezzati da lame che si ficcano nella clavicola. Ma forse anche in questo mantiene una fedeltà alla verità storica oltre che all'imperativo del pulp. Guardando le centinaia di corpi degli Immortali, la guardia del re dei re dell'imperatore di Persia, accalcarsi contro gli scudi della falange degli opliti, le lance ficcarsi nelle pance, corpi trafitti, muscoli scarnificati dalle ossa, occhi divelti, non poteva non salire alla mente un'equivalenza con le pagine di quello che continuo a ritenere uno dei maggiore scrittori di guerra di tutti i tempi, Lucano. Nel "Bellum civile" Lucano scrive che nei campi di battaglia si sguazzava nel sangue, la terra si allagava del sangue dei guerrieri. I combattenti crollavano quando ogni stilla di sangue era uscita dal loro corpo. Si svuotavano tagliuzzati e trafitti. E nel film i combattenti sguazzano nel sangue e i corpi si accatastano in muraglie di morte. E sembra quasi sentire il puzzo di tanta carne morta e ammollata nella fanghiglia di sangue greco e persiano. Lo spettatore invece non è toccato dai contorcimenti di budella degli antichisti che si sentiranno traditi per quell'impugnatura di spada, quel fregio dei pugnali, la trama e l'ordito delle stoffe, le irregolari ferite sul volto dei sovrani e sugli elmi degli opliti che non sono filologicamente accurati. Ma 300 è un film che possiede la potenza della rappresentazione, che crea un immaginario. Questo immaginario mediato dal fumetto di Frank Miller è in realtà sgorgato dal contatto stretto con le fonti storiche, dall'ispirazione dei dipinti vascolari. Ed è notevole la fedeltà alla storia e alla leggenda. I copricapi dei soldati persiani, gli elmi e gli scudi e persino le scene dove vengono mostrate le diverse ernie dell'esercito di Serse - dagli etiopi agli indiani, passando per i mesopotamici e i libici - aggiungono qualcosa di nuovo e più aggiornato alla verità storica all'epica delle Termopili. Viene anche rappresentato per la prima volta ciò che non era mai stato considerato rappresentabile e difficilmente concepibile già nell'antichità. L'agogeo, ossia l'addestramento umano e guerriero di ogni giovane spartano da dove torni guerriero o non torni più. Il film inizia con parole draconiane: «Quando fu in grado di reggersi in piedi fu battezzato al fuoco del combattimento». A sette anni gli spartani erano sottratti alla famiglia e, divisi in squadre, gli educatori dovevano temprarli soprattutto negli esercizi fisici, nelle privazioni e nelle sofferenze. Indossavano la stessa veste d'estate e d'inverno; portavano il capo scoperto e i piedi nudi, ricevevano un nutrimento assai scarso e, se non riuscivano a saziare la propria fame, potevano rubare. Ma se si lasciavano scoprire, venivano gravemente puniti, non per il furto, ma per l'incapacità di tenerlo celato. Dormivano su giacigli di canne, e una volta all'anno venivano flagellati a sangue. L'apogeo di Leonida si conclude con l'uccisione di un lupo, una creatura enorme e quasi mitologica che sembra passare al sovrano tutta la sua ferocia. Infatti in 300 ci sono anche i mostri, simili a comparse direttamente prelevate dal Signore degli Anelli di Peter Jackson, orchi e troll tolkieniani. Del resto lo stesso Erodoto continuamente spaventato dalle dimensioni dell'armata nemica di cui racconta prosciugasse i fiumi per dissetarsi, la raffigura come così incommensurabile da divenire un grande corpo mostruoso. L'omaggio al Gladiatore è evidente. Campi di grano, filtri caldi, perché nell'epica cinematografica statunitense, proprio in quanto epica, tutto si richiama: Il Gladiatore, e poi Troy e Alexander. Il regista Zack Snyder sembra aver scelto di stare con gli spartani come tra i banchi di scuola si decide di stare con loro o con gli ateniesi. Parteggia con un cuore ragazzino e quasi si sgomenta per le reazioni della diplomazia iraniana. Ahmadinejad mai ha sopportato come vengono rappresentati i persiani. Troppo crudeli, troppo schiavisti, persino troppo effeminati. Certo nel film non si racconta che la Persia era un continuo partner politico che Atene e Sparta chiamavano in causa ogni qual volta si doveva contare su una tattica per distruggere il proprio nemico, né si racconta di uno degli imperi più pacifici della storia della civiltà umana. Ma è un film sulle Termopili. Detto ciò, l'esaltazione della morte, del supremo sacrificio come unico modo per accedere alla gloria, dovrebbe interessare Ahmadinejad e forse invitarlo a comprendere che c'è molto più in cui rispecchiarsi nei 300 opliti che negli ori fastosi di Serse e dei suoi persiani. Le immagini corporee annunciano il sacrificio in ogni momento, sin dall'inizio quando Leonida si mette in viaggio con i suoi 300 per le Termopili e i mantelli rossi degli spartani sembrano un unico fiume di sangue. Quando un uomo delle avanguardie di Serse, con la faccia da palestinese, baffuto e scuro promette «le nostre frecce oscureranno il sole» lo spartano gli risponde «allora combatteremo nell'ombra». E stormi di frecce si catapulteranno sui 300 opliti di Leonida protetti solo dai loro scudi, in scene bellissime che vedono le coste dell'Asia minore colme di soldati. È un'alternanza di enormi scorci di battaglie e di paesaggi in cui irrompono le parole spesso setacciate da Erodoto e da tutte le fonti possibili. «Spartani! Arrendetevi e deponete le armi». «Persiani! Venite a prenderle». Questa è una frase che ronza nelle orecchie di chiunque sia invitato a deporre le armi dinanzi a un nemico. Da Casavatore a Caracas. Gli spartani di Leonida del resto non possono ritirarsi. Sparta non conosce questa possibilità nel suo codice militare e nelle anime dei suoi soldati. Sparta non fa prigionieri, non ha pietà e non conosce ritirata. Leonida incontra Serse, interpretato da un Rodrigo Santoro assai bravo: Serse è altissimo almeno due volte Leonida, appare su un trono meraviglioso, con due tori dorati ai lati preceduti da due pesanti leoni. Serse cerca di convincere Leonida a passare tra i suoi uomini: «Immagina quale orribile fato attende i miei nemici, quando io ucciderei con gioia ognuno dei miei uomini per la vittoria». Leonida risponde: «E io morirei per ognuno dei miei soldati». Le due visioni degli eserciti si scontrano. Uomini al servizio di un dio-re contro combattenti comandati da un sovrano guerriero. Quando gli immortali - la guardia di Serse - vengono infilzati, l'uomo che si ritiene un dio, sente un brivido molto umano risalire lungo la schiena. Perché gli spartani non hanno scrittura e moneta, non hanno le biblioteche persiane, né gli astronomi mesopotamici, non hanno le geometrie né migliaia di popoli assoggettati. Ma pensano al racconto. E Leonida sa che senza racconto non resta niente del sacrificio. E uno dei 300, ferito a un occhio, viene inviato a Sparta, affinché racconti. E Delio racconterà la storia, una grande storia che parla di vittoria. Seppur si tratta del più atroce dei massacri. E non sai se sono stati gli effetti speciali, o i racconti che ti hanno formato da bambino, ma alla fine del film ti sale una voglia strana. Ti va di andare da tuo figlio, se ce l'hai. O di raccogliere per strada un ragazzino qualsiasi, prenderlo per un braccio e portarlo in qualche angolo dove l'Italia è ancora Magna Grecia, davanti al tempio di Poseidon a Paestum, o a Pozzuoli al tempio di Serapide, o dinanzi all'orizzonte marino del tempio di Selinunte in Sicilia, e raccontargli delle Termopili e di come 300 spartani, 300 uomini liberi, hanno resistito contro un immensa armata di soldati-schiavi. E ti viene voglia di prendergli la testa fra le mani e urlargli affinché non se ne dimentichi mai le parole di Leonida: «Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti e che... persino un dio-re può sanguinare». Con buona pace di Ahmadinejad.
Da L'Espresso, 29 marzo 2007


di Roberto Saviano, 29 marzo 2007

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