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alberto86
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venerdì 10 febbraio 2006
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il film più enigmatico dell'anno
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Penso che alquanto meritevole d'attenzione sia questo film dell'austriaco Michael Haneke,già regista del controverso"La pianista" e vincitore,con questa pellicola,del premio per la miglior regia all'ultimo festival di Cannes.Questo film,il cui titolo originale"Cachè"ritengo sia davvero azzeccato(al contrario di quello italiano),è un'opera anomala,criptica,sconcertante e forse anche irritante.Ad Haneke non interessa il thriller,che rimane soltanto un puro pretesto,ma la sua è piuttosto una riflessione freddissima,lucida ed amara sul voyeurismo,sugli scheletri nell'armadio di ogni comune famiglia borghese,sul passato che sempre ritorna...Il regista si mostra interessato a scolpire l'incerta e dilaniata psicologia dei suoi personaggi,i loro profondi timori scatenati da oscure ma non del tutto sconosciute minacce,la loro crisi esistenziale e familiare.
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Penso che alquanto meritevole d'attenzione sia questo film dell'austriaco Michael Haneke,già regista del controverso"La pianista" e vincitore,con questa pellicola,del premio per la miglior regia all'ultimo festival di Cannes.Questo film,il cui titolo originale"Cachè"ritengo sia davvero azzeccato(al contrario di quello italiano),è un'opera anomala,criptica,sconcertante e forse anche irritante.Ad Haneke non interessa il thriller,che rimane soltanto un puro pretesto,ma la sua è piuttosto una riflessione freddissima,lucida ed amara sul voyeurismo,sugli scheletri nell'armadio di ogni comune famiglia borghese,sul passato che sempre ritorna...Il regista si mostra interessato a scolpire l'incerta e dilaniata psicologia dei suoi personaggi,i loro profondi timori scatenati da oscure ma non del tutto sconosciute minacce,la loro crisi esistenziale e familiare...Poca importanza hanno invece la vicenda e soprattutto il suo epilogo,che è lasciato azzardatamente aperto ed irrisolto.D'altronde Haneke lancia pungenti ed inquietanti interrogativi senza però concedere al suo spettatore la ben che minima risposta.Traccia un percorso che non si sa dove vada a finire e,quando sembra che tutti i tasselli della vicenda siano ormai al loro posto e che ormai si debba giungere alla scoperta della bruciante verità,ecco comparire i fatidici titoli di coda.Delusione?Rabbia?Può darsi ma è anche vero che Haneke ci insegna che di verità non ce n'è una sola,anzi...forse non ce n'è nessuna(e questo è ancor più inquietante).Ed è per questo che una vicenda così potrebbe concludersi in centinaia di modi diversi,ma non è compito del regista assegnarle una fine:essa è in ognuno di noi,a seconda del nostro modo di concepire la vita."Cachè"è forse uno dei film più strani e misteriosi degli ultimi anni;forse un enigmatico esercizio di stile,forse uno disvelamento delle ipocrisie borghesi,ma di certo un film che non potrebbe mai essere realizzato da un regista hollywoodiano,perchè di essenza totalmente europea.Un'opera che pur nella sua glacialità,nella sua lentezza e nella sua irritante irrisolutezza non lascia indifferenti,nel bene o nel male.Un peccato che l'Academy Awards l'abbia scartato perchè considerato troppo"francese"per essere un film austriaco perchè forse,visto i non eccelsi candidati a miglior film straniero di quest'anno,una statuetta se la sarebbe potuta meritare.
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paolo apa
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sabato 29 ottobre 2005
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capolavoro
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L’opera di Michael Haneke è un manuale di: Sociologia della cornice. Ogni “frame” un particolare da guardare ed osservare attentamente, bisogna essere svegli per gustare questo capolavoro. A nessuno è permesso vivere senza sensi di colpa e tutti sono chiamati al recupero dell’umanità perduta.
Nell’ultimo lavoro di Abraham B. Yehoshua “Il responsabile delle risorse umane” Einaudi, si legge: “Anche le piccole colpe possono avere un potere terribile”
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darko
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domenica 16 ottobre 2005
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l'universo morboso della colpa
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CACHE’, che significa “nascosto”, anche se il titolo che è stato poi dato alla versione italiana è NIENTE DA NASCONDERE (ossia una battuta che recita verso la fine Auteuil), è un’aspra metafora cinematografica in chiave introspettiva riguardante la negazione di responsabilità dei francesi nei confronti del trattamento dittatoriale degli algerini nel loro passato coloniale e quello attuale degli immigrati. Il tutto magistralmente ed elegantemente camuffato da film per metà noir e per metà thriller in pieno stile francese. Partendo da uno spunto molto simile a quello di Strade Perdute di Lynch, dove all’inizio del film la ricca coppia parigina visiona sul televisore di casa una misteriosa videocassetta che riprende la loro vita privata (e ne riceverà altre allegate a strani disegni infantili di bambini e polli sgozzati), il film procede molto adagio e in modo dannatamente insidioso lungo un percorso di eventi pieni di mistero, dolore e angoscia e si spegne in maniera molto realisticamente semi-irrisolta su una “sensazione” crepuscolare, dinnanzi alla quale si apre sempre di più il baratro e dove comunque la vita continua a resistere, a scorrere come un flusso incandescente di sangue che macchia e si spande inarrestabile sulle pareti fintamente linde e gelide dell’esistenza.
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CACHE’, che significa “nascosto”, anche se il titolo che è stato poi dato alla versione italiana è NIENTE DA NASCONDERE (ossia una battuta che recita verso la fine Auteuil), è un’aspra metafora cinematografica in chiave introspettiva riguardante la negazione di responsabilità dei francesi nei confronti del trattamento dittatoriale degli algerini nel loro passato coloniale e quello attuale degli immigrati. Il tutto magistralmente ed elegantemente camuffato da film per metà noir e per metà thriller in pieno stile francese. Partendo da uno spunto molto simile a quello di Strade Perdute di Lynch, dove all’inizio del film la ricca coppia parigina visiona sul televisore di casa una misteriosa videocassetta che riprende la loro vita privata (e ne riceverà altre allegate a strani disegni infantili di bambini e polli sgozzati), il film procede molto adagio e in modo dannatamente insidioso lungo un percorso di eventi pieni di mistero, dolore e angoscia e si spegne in maniera molto realisticamente semi-irrisolta su una “sensazione” crepuscolare, dinnanzi alla quale si apre sempre di più il baratro e dove comunque la vita continua a resistere, a scorrere come un flusso incandescente di sangue che macchia e si spande inarrestabile sulle pareti fintamente linde e gelide dell’esistenza. Senza stare a svelare troppo la trama del film, possiamo dire che stavolta Michael Haneke, già fattosi conoscere con un film altamente provocatorio e di classe come La Pianista, affonda ancora meglio i denti in tutto quello che ci può essere di marcio nella Francia intellettual-borghese e lo fa in modo ancora più crudele di Chabrol, con un tocco decisamente magistrale e inedito, più internazionale di quanto siano stati suoi film precedenti. La famiglia Laurent (un nome che potrebbe essere inteso come altra ispirazione da Lynch in Strade perdute) ha una vita tranquilla e tutto sommato piacevole, piena di cene, dibattiti culturali e si rivela pressoche indifferente al mondo esteriore. Questo però troverà modo di introdursi con violenza nella loro vita privata proprio tramite le videocassette che ricevono e che percepiscono naturalmente come minaccia. Georges Laurent, interpretato da Daniel Auteuil (già bravissimo ne L’Avversario), anche se appare come un personaggio mite e per niente risoluto, è in realtà un carnefice con poco senso di colpa e desideroso di farla franca con la semplice negazione – egli trascinerà così tutta la famiglia in una vicenda mostruosa dalla quale crediamo molto difficile la ripresa senza danni, come invece succede per magia in molti film americani e non solo. Noi non possiamo sapere come andranno le cose, dato che il film si conclude su una sospensione. Lo stesso Haneke dice che è ridicolo pensare che una persona possa farsi un’idea delle realtà semplicemente guardando un film e questo messaggio si coglie pienamente nel finale criptico dove tutto, quando ormai il peggio sembrerebbe passato, viene rimesso in discussione, ma per nulla esplicitato, lasciando allibito lo spettatore, unico testimone capace di osservare la vicenda senza parteggiare per nessuno dato che l’innocenza non è nemmeno dei più giovani e tutti hanno sempre qualcosa da tener nascosto… Cast formidabile, in testa a tutti Juliette Binoche che nonostante interpreti un ruolo secondario recupera stile dopo la parentesi commerciale e zuccherosa di Chocolat, il film di Haneke è fotografato dallo stesso Christian Berger de La Pianista e si conclude con toni particolarmente cupi e densi; a sottolineare il realismo della vicenda la quasi assenza di colonna sonora musicale. Tenendo conto che ormai è parte integrante di qualsiasi opera cinematografica il trailer che passa in tv, la bande annonce (come lo chiamano i francesi) è totalmente fuorviante e lo fa sembrare quasi un thriller che verte su sviluppi fantastici-paranormali. Un film che ti rimane dentro anche molto dopo l’uscita dal buio della sala, sconsigliato a chi è debole di stomaco e soffre di nervi.
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(di giog21)
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alessandro pesce
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martedì 25 ottobre 2005
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i cadaveri nell'armadio dell'occidente
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In una scena del film l'intellettuale George , già stressato e nervoso a causa di alcune videocassette, telefonate e macabre cartoline che gli pervengono, attraversa molto avventatamente la strada e quasi viene investito da un ragazzo nero che con troppa esuberanza pedala sulla sua bici. George lo aggredisce in maniera esagerata, dando la colpa soltanto al ragazzo anzichè al suo stato psichico.
Sembra una scena avulsa dal contesto ma racchiude il senso del film: la borghesia è malata, i suoi incubi derivano dai propri sensi di colpa, dai dèmoni del passato e dalle colpe personali e sociali e invece tende a imputare la sua crisi e soprattutto le sue paure al nuovo, al diverso da sè. E così anche l'Occidente invece di interrogarsi su sè stesso se la prende col terzo Mondo o con le civiltà che non comprende.
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In una scena del film l'intellettuale George , già stressato e nervoso a causa di alcune videocassette, telefonate e macabre cartoline che gli pervengono, attraversa molto avventatamente la strada e quasi viene investito da un ragazzo nero che con troppa esuberanza pedala sulla sua bici. George lo aggredisce in maniera esagerata, dando la colpa soltanto al ragazzo anzichè al suo stato psichico.
Sembra una scena avulsa dal contesto ma racchiude il senso del film: la borghesia è malata, i suoi incubi derivano dai propri sensi di colpa, dai dèmoni del passato e dalle colpe personali e sociali e invece tende a imputare la sua crisi e soprattutto le sue paure al nuovo, al diverso da sè. E così anche l'Occidente invece di interrogarsi su sè stesso se la prende col terzo Mondo o con le civiltà che non comprende.Aggiungiamoci i sensi di colpa della Francia nei riguradi dell'algeria...
Per fortuna il film di Haneke è molto meno schematico di questa mia presentazione, come al solito il regista austriaco affonda la lama nelle ferite dell'animo, esamina al microscopio la psiche umana ma non esprime tesi assolute e stavolta evita anche i compiacimenti morbosi presenti nella PIANISTA.
Inoltre la lettura socio politica non è l'unica possibile, c'è anche quella metacinematografica, con echi alla Lynch.. insomma un film a più strati, molto affascinante.
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(di pabla)
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nick castle
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sabato 26 febbraio 2011
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sempre peggio...
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Sempre peggio per Haneke. Thriller appassionante? Da cosa ha estrappolato la passione di questo film Francesca Felletti? Dalla peggiore interpretazione di Juliette Binoche? Dall'inadeguatezza di Daniel Auteuill? Dall'esilissima storia? Dalla lentezza morente della narrazzione? Dov'è la passione? Il fulcro del film, le cassette con le registrazioni spia, è dimenticata man mano che il film scorre, facendo finta di niente, come se fossero mai esistite. Come si può giudicare bene un film che si dimentica dell'elemento chiave con cui è nato? Come può essere un thriller appassionante se non si vede mai lo stalker? Non c'è investigazione, questo film non è niente.
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Sempre peggio per Haneke. Thriller appassionante? Da cosa ha estrappolato la passione di questo film Francesca Felletti? Dalla peggiore interpretazione di Juliette Binoche? Dall'inadeguatezza di Daniel Auteuill? Dall'esilissima storia? Dalla lentezza morente della narrazzione? Dov'è la passione? Il fulcro del film, le cassette con le registrazioni spia, è dimenticata man mano che il film scorre, facendo finta di niente, come se fossero mai esistite. Come si può giudicare bene un film che si dimentica dell'elemento chiave con cui è nato? Come può essere un thriller appassionante se non si vede mai lo stalker? Non c'è investigazione, questo film non è niente. Non è da me, ma a questo preferisco American Pie (Mi pentirò di quello che ho detto!). In più la rozzezza degli effetti speciali è terrificante più quanto Haneke avrebbe voluto con la sua storia, intendo la scena del taglio dell'arteria carotidea, in cui il sangue digitale schizza in stile Liquidator...
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conte di bismantova
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giovedì 1 febbraio 2007
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noi e loro
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Il muro dell'incomunicabilità e dell'incomprensione fra due mondi, quello del francese e dell'algerino quest'ultimo vittima del primo - durante l'infanzia - che gli ha negato una vita agiata facendolo espellere dalla famiglia in cui era stato adottato - la propria - convincendo i genitori con una menzogna nata dall'invidia e dal timore che l'amore della madre non fosse tutto per se'. Può un bambino essere condannato di una cattiveria simile? Si può rinfacciare dopo tanti anni un accaduto remoto che - seppur condizionante un'intera vita - nacque da un dispetto infantile? Tutto questo può anche essere paragonato alla situazione politica e sociale della francia - e del mondo di oggi: l'incomunicabilità fra diverse culture che nasce da violenze antiche ma forse troppo in fretta sepolte da un "non ho colpa io se è così".
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Il muro dell'incomunicabilità e dell'incomprensione fra due mondi, quello del francese e dell'algerino quest'ultimo vittima del primo - durante l'infanzia - che gli ha negato una vita agiata facendolo espellere dalla famiglia in cui era stato adottato - la propria - convincendo i genitori con una menzogna nata dall'invidia e dal timore che l'amore della madre non fosse tutto per se'. Può un bambino essere condannato di una cattiveria simile? Si può rinfacciare dopo tanti anni un accaduto remoto che - seppur condizionante un'intera vita - nacque da un dispetto infantile? Tutto questo può anche essere paragonato alla situazione politica e sociale della francia - e del mondo di oggi: l'incomunicabilità fra diverse culture che nasce da violenze antiche ma forse troppo in fretta sepolte da un "non ho colpa io se è così".. Credo che questo film, in mezzo alle solite tematiche cinematografiche presentate di continuo sul grande schermo e già spesso viste e riviste, sia un bagno di efferata novità. Un film che non giudica, che ti avvolge in una crisi introspettiva crescente di fronte alla quale non sai che parte prendere. Il finale muto, coi "loro figli" mescolati dinnanzi alla scuola coi "nostri figli" ci mostra l'angosciosa soluzione fatale. E' questo secondo me un grande film, che consiglio a tutti gli appassionati del bel cinema.
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anonimo
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sabato 29 ottobre 2005
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tutto cachè, anche la storia.
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Magistrale nella tecnica del piano sequenza coincidente con lo spazio temporale della scena che immerge lo spettatore nella visione delle famigerate cassette, il film si appiattisce su di un ritmo lentissimo, spiazzando lo spettaore per le due scene insanguinate (fate che il gallo sia falso perché altrimenti Haneke è un povero coglione) e nulla più.
E' una bella comodità far credere di analizzare le dinamiche di una coppia senza in realtà farlo, ed è altrettanto comodo suggerire soltanto e lasciare lo spettatore in balia dei marosi a farsi domande sul ruolo dei vari giocatori: mentono tutti, sono tutti scemi?
Dialoghi esasperanti con domande ovvie mai poste e risposte fuori registro.
Tecnicamente a tratti superbo, globalmente deludente.
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Magistrale nella tecnica del piano sequenza coincidente con lo spazio temporale della scena che immerge lo spettatore nella visione delle famigerate cassette, il film si appiattisce su di un ritmo lentissimo, spiazzando lo spettaore per le due scene insanguinate (fate che il gallo sia falso perché altrimenti Haneke è un povero coglione) e nulla più.
E' una bella comodità far credere di analizzare le dinamiche di una coppia senza in realtà farlo, ed è altrettanto comodo suggerire soltanto e lasciare lo spettatore in balia dei marosi a farsi domande sul ruolo dei vari giocatori: mentono tutti, sono tutti scemi?
Dialoghi esasperanti con domande ovvie mai poste e risposte fuori registro.
Tecnicamente a tratti superbo, globalmente deludente.
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eugenio
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giovedì 13 ottobre 2011
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le colpe del mondo occidentale
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Un’inquadratura fissa di una tranquilla via parigina: una casa signorile la cui facciata è parzialmente coperta dal fogliame degli alberi mette sull’attenti lo spettatore catturandone l’attenzione ma ecco che l’immagine inizia a scorrere più velocemente. E’ un fast-forward di una registrazione su nastro che uno sconosciuto ha recapitato ai protagonisti: Georges (Auteil), conduttore televisivo di un talk-show sui libri,Anna (Binoche) moglie di Kiesloswskiana memoria e il figlio adolescente Pierrot. Chi è il grande fratello che spia le quotidiane azioni di un’apparente famiglia perbenista borghese e perché cerca di impaurirli spedendo loro più videocassette avvolte in disegni infantili e sinistri? Cosa nasconde il passato di Georges, segnato da un avvenimento lontano, un torto inflitto al fratellastro? Esiste una correlazione oggettiva tra quest’episodio e il massacro di due militanti del fronte di liberazione nazionale algerino durante la manifestazione di Parigi nel 1961?
L’intreccio e la sceneggiatura dell’austriaco Haneke fanno di queste domande il filo conduttore del film, premio speciale della Giuria Cannes 2005, un atipico thriller emotivo incentrato sui sensi di colpa e sui reconditi rimorsi dell’ ”uomo occidentale” figlio della violenza colonialista e dell’intrallazzismo immigratorio.
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Un’inquadratura fissa di una tranquilla via parigina: una casa signorile la cui facciata è parzialmente coperta dal fogliame degli alberi mette sull’attenti lo spettatore catturandone l’attenzione ma ecco che l’immagine inizia a scorrere più velocemente. E’ un fast-forward di una registrazione su nastro che uno sconosciuto ha recapitato ai protagonisti: Georges (Auteil), conduttore televisivo di un talk-show sui libri,Anna (Binoche) moglie di Kiesloswskiana memoria e il figlio adolescente Pierrot. Chi è il grande fratello che spia le quotidiane azioni di un’apparente famiglia perbenista borghese e perché cerca di impaurirli spedendo loro più videocassette avvolte in disegni infantili e sinistri? Cosa nasconde il passato di Georges, segnato da un avvenimento lontano, un torto inflitto al fratellastro? Esiste una correlazione oggettiva tra quest’episodio e il massacro di due militanti del fronte di liberazione nazionale algerino durante la manifestazione di Parigi nel 1961?
L’intreccio e la sceneggiatura dell’austriaco Haneke fanno di queste domande il filo conduttore del film, premio speciale della Giuria Cannes 2005, un atipico thriller emotivo incentrato sui sensi di colpa e sui reconditi rimorsi dell’ ”uomo occidentale” figlio della violenza colonialista e dell’intrallazzismo immigratorio. Non c’e’ scampo,non esiste una verità assoluta sentenzia Haneke. L’apparenza delle immagini che insinuano il tema della colpevolezza di governi ma anche di singoli politici vengono mostrate attraverso l’archetipo nevrotico e angoscioso di una famiglia borghese perbenista la cui tranquillità di facciata non potrà mai essere completa. Nello scorrere convulso e frenetico da detective story alla ricerca del misterioso persecutore, Georges sarà messo di fronte ad una realtà dura,difficile da accettare che lo porterà a un crollo delle certezze sinora acquisite e all’amara consapevolezza della freddezza del non amore e dell’indifferenza. L’indagine del protagonista che è anche quella dello spettatore che ne condivide empaticamente le scelte, non avrà mai fine e soluzione: la verità tanto più ci si avvicina altrettanto tende a allontanarsi in un’illusione continua lungo false piste che riconducono immancabilmente al principio. Haneke enfatizza lo spirito di rassegnazione,il dolore e l’inquietudine del borghese contemporaneo fratturandone con spirito voyeurista la personalità intellettuale e logica. Ciò che rimane a questo scarno paesaggio esistenziale è la presenza di un malessere sempre presente, prodotto dall’alienazione capitalista dove la razionalità è insufficiente ad ogni spiegazione ma anzi sfugge in un incastro labirintico di scatole cinesi che hanno come cuore il nulla, l’insensatezza,l’interrogativo.
Gelido,spietato e diretto, Niente da nascondere si insinua prepotentemente nell’animo dello spettatore con una carica emotiva da Funny Games, destabilizzandolo ma stimolandolo nel contempo, attraverso la forza delle immagini insidiose e altalenanti: spezzoni di telegiornali dal taglio documentaristico tratti dalla sanguinosa repressione algerina si mescolano alternati alla quotidianeità delle assurde azioni di Georges e consorte. Questa indistinguibilità, questa sensazione di sfumatura e questa necessaria sete di sapere creano un piano parallelo morboso e inquietante laddove le colpe dell’occidente nei confronti dell’umanità umiliata del terzo mondo sono solo una delle facce di un cristallo multiforme instabile e amaro come l’esistenza stessa.
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andrea redace
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lunedì 21 novembre 2005
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niente da nascondere. e da cercare.
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Ambientato a Parigi, il film del regista austriaco Michael Haneke - 62 anni - racconta con ritmo bradipico ma tensione crotalica la vicenda di George, un conduttore di programmi culturali alla televisione francese e della sua famiglia in seguito ad una serie di velate minacce, inviate sotto forma di videocassette dall'inquadratura fissa dell'ingresso di casa sua e disegni, tracciati da mano infantile, che riportano a ricordi provenienti da un passato dimenticato. La vicenda lascerà fuoriuscire un aspetto inedito, e fino allora ignoto persino ai due personaggi principali, del rapporto di fiducia e stima che li unisce e che unisce loro alla cerchia di amicizie e conoscenze comuni....
Interpretato magistralmente da Danie Auteuill, dal suo impermeabile beige e da una bravissima Juliette Binoche, il film nutre la voglia di sapere, il desiderio di scoprire quale sia la colpa del protagonista nei confonti del presunto sospetto (un algerino a cui il personaggio di Auteuill è legato da una vicenda avvenuta negli anni dell'infanzia), per poi lasciarlo a digiuno di qualsiasi spiegazione.
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Ambientato a Parigi, il film del regista austriaco Michael Haneke - 62 anni - racconta con ritmo bradipico ma tensione crotalica la vicenda di George, un conduttore di programmi culturali alla televisione francese e della sua famiglia in seguito ad una serie di velate minacce, inviate sotto forma di videocassette dall'inquadratura fissa dell'ingresso di casa sua e disegni, tracciati da mano infantile, che riportano a ricordi provenienti da un passato dimenticato. La vicenda lascerà fuoriuscire un aspetto inedito, e fino allora ignoto persino ai due personaggi principali, del rapporto di fiducia e stima che li unisce e che unisce loro alla cerchia di amicizie e conoscenze comuni....
Interpretato magistralmente da Danie Auteuill, dal suo impermeabile beige e da una bravissima Juliette Binoche, il film nutre la voglia di sapere, il desiderio di scoprire quale sia la colpa del protagonista nei confonti del presunto sospetto (un algerino a cui il personaggio di Auteuill è legato da una vicenda avvenuta negli anni dell'infanzia), per poi lasciarlo a digiuno di qualsiasi spiegazione.
Insomma: è proprio il caso di dire che la messa in scena della banalità può anche correre il rischio di apparire interessante ,se interpretata da grandi attori, tuttavia alla fine rimarrà sempre quella cosa che è se mancante di una ragione che la giustifichi.
Sarebbe come correre per miglia e miglia, lasciando intendere di avere un'ideale per cui farlo (vedi Forrest Gump) e poi ad un certo punto annunciare che la corsa è finita e ci si può tranquillamente girare e tornare a casa che tanto non c'è nessuna ragione per proseguire.
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bobi
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mercoledì 11 gennaio 2006
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diverticoli d'autore
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Leggo che questo film, brutto, fatto male, scombiccherato, noioso e quant'altro (quanto e come i suoi altri capolavori), ha pure vinto ultimamente non so che premio europeo.
Questo potrebbe voler dire che noi italiani non abbiamo capito niente, e quindi che cos'è, colpa di un pessimo doppiaggio che ci ha portato fuori strada?
Può darsi, in effetti era alquanto sciatto, come la maggior parte dei doppiaggi d'oggi, ma non credo si possa scaricar la colpa sull'italica versione. Lo sgangheramento del film è nelle sue immagini, nella sua incongruenza, negli schizzi di sangue inutile con cui quel pornografo del regista cerca di macchiarci fin dall'inizio, di stupirci; ma l'unico stupore che proviamo è solo quello di essere caduti in un tranello idiota ordito da una sapiente campagna promozionale.
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Leggo che questo film, brutto, fatto male, scombiccherato, noioso e quant'altro (quanto e come i suoi altri capolavori), ha pure vinto ultimamente non so che premio europeo.
Questo potrebbe voler dire che noi italiani non abbiamo capito niente, e quindi che cos'è, colpa di un pessimo doppiaggio che ci ha portato fuori strada?
Può darsi, in effetti era alquanto sciatto, come la maggior parte dei doppiaggi d'oggi, ma non credo si possa scaricar la colpa sull'italica versione. Lo sgangheramento del film è nelle sue immagini, nella sua incongruenza, negli schizzi di sangue inutile con cui quel pornografo del regista cerca di macchiarci fin dall'inizio, di stupirci; ma l'unico stupore che proviamo è solo quello di essere caduti in un tranello idiota ordito da una sapiente campagna promozionale.
Deve comunque avere doti raffinatissime - l'austriaco - per convincere i suoi finanziatori a dargli i soldi per girare e non solo quelli per raggiungere un cronicario per psicopatici depressi.
Continuiamo così, continuiamo a farci del male. (fr.cit: n.moretti)
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