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walterino
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frutto dell'immaginazione
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Ho uno splendido ricordo di questo film, in particolare per l'atmosfera onirica, visionaria, che trasmette allo spettatore ricordi ancestrali, le immagini di un'Italia di altri tempi alla quale non si può non guardare con un po' di nostalgia. Tutto in Amarcord è evanescente, accennato, gli episodi sono rarefatti e, sovrapponendosi, danno l'idea del fluire del tempo, della vita che scorre e cambia, e con lei i posti in cui viviamo e le abitudini che abbiamo. L'ho trovato divertente e commovente, bravi e popolari gli interpreti, da pelle d'oca la scenografia.
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paolo schipani
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sabato 7 novembre 2009
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sogno, disperazione, follia e comicità
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«Voglio una doooooooooonnaaaaaaaaaaaaaa», grida lo zio Teo (Ciccio Ingrassia) dalla cima di un albero. Sogno e disperazione, follia e comicità. Amarcord (Italia, 1973, 127'), in dialetto romagnolo «mi ricordo»: un viaggio surreale che ripropone la carrellata di ricordi di Fellini e della sua adolescenza nel Borgo (Rimini) negli anni ‘30, attraverso gli occhi del giovane Titta (Bruno Zanin). Un’adolescenza di desideri di evasione, ricerca della novità, sogni sessuali e voglia di “provare”. La vita della provincia soffoca e fa sognare contemporaneamente: si vorrebbe scappare, ma l’attaccamento è tanto.
Proprio in questa comunità provinciale ognuno può ritrovare se stesso, può spolverare qualche ricordo del suo piccolo mondo: la Gradisca (Magali Noël, la bella del paese), la prosperosa tabaccaia (Maria Antonietta Beluzzi), la “volpina”(Josiane Tanzilli) senza freni inibitori, il cieco di Cantarel (Domenico Pertica), i litigiosi genitori di Titta, il nonno (Giuseppe Lanigro) che non smette di mostrare la sua virilità, le burle scolastiche con i compagni, le ricorrenze paesane… E’ impossibile, chiudendo gli occhi, non condividere nemmeno un’immagine di queste mostrate da Fellini.
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«Voglio una doooooooooonnaaaaaaaaaaaaaa», grida lo zio Teo (Ciccio Ingrassia) dalla cima di un albero. Sogno e disperazione, follia e comicità. Amarcord (Italia, 1973, 127'), in dialetto romagnolo «mi ricordo»: un viaggio surreale che ripropone la carrellata di ricordi di Fellini e della sua adolescenza nel Borgo (Rimini) negli anni ‘30, attraverso gli occhi del giovane Titta (Bruno Zanin). Un’adolescenza di desideri di evasione, ricerca della novità, sogni sessuali e voglia di “provare”. La vita della provincia soffoca e fa sognare contemporaneamente: si vorrebbe scappare, ma l’attaccamento è tanto.
Proprio in questa comunità provinciale ognuno può ritrovare se stesso, può spolverare qualche ricordo del suo piccolo mondo: la Gradisca (Magali Noël, la bella del paese), la prosperosa tabaccaia (Maria Antonietta Beluzzi), la “volpina”(Josiane Tanzilli) senza freni inibitori, il cieco di Cantarel (Domenico Pertica), i litigiosi genitori di Titta, il nonno (Giuseppe Lanigro) che non smette di mostrare la sua virilità, le burle scolastiche con i compagni, le ricorrenze paesane… E’ impossibile, chiudendo gli occhi, non condividere nemmeno un’immagine di queste mostrate da Fellini. Amarcord ci toglie il “timore” del ricordo; con la sceneggiatura di Tonino Guerra e le musiche di Nino Rota, c’è anche un pezzetto della nostra adolescenza che va in scena.
In questa “normalità” Fellini inserisce di tanto in tanto l’elemento onirico che spezza la routine: il passaggio del transatlantico Rex, ad esempio, la cui attesa notturna porta un’intera cittadina in mare, soltanto per vederlo, per salutarlo, per poterlo “vivere” per un solo istante; il fugace passaggio della settima Millemiglia o il volo del pavone durante una battaglia a palle di neve.
Il regista riesce a toccare la tragedia con comicità: racconta anche l’esperienza del sabato fascista o della purga con olio di ricino a cui è costretto Aurelio (Armando Brancia, padre di Titta).
Fellini regala uno “spicchio” della sua vita in modo un po’ triste e un po’ visionario: sogno, disperazione, follia e comicità. Proprio come lo zio Teo.
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las181
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martedì 14 agosto 2007
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ho uno splendido ricordo di questo film
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Ho uno splendido ricordo di questo film, in particolare per l'atmosfera onirica, visionaria, che trasmette allo spettatore ricordi ancestrali, le immagini di un'Italia di altri tempi alla quale non si può non guardare con un po' di nostalgia. Tutto in Amarcord è evanescente, accennato, gli episodi sono rarefatti e, sovrapponendosi, danno l'idea del fluire del tempo, della vita che scorre e cambia, e con lei i posti in cui viviamo e le abitudini che abbiamo. L'ho trovato divertente e commovente, bravi e popolari gli interpreti, da pelle d'oca la scenografia.
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mondolariano
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venerdì 10 giugno 2011
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geniale
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Esattamente vent'anni dopo “I vitelloni”, Fellini dipinge un altro affresco dell’Italia provinciale del ‘900. Più geniale ma anche più imperfetto, meno compatto all’interno di una trama volutamente oziosa, formata da un mosaico di situazioni che illustrano i ricordi personali di Fellini. Il collante è assicurato dalla forte connotazione poetica e dalle cadenze ridanciane della farsa, una curiosa miscela di “allegra mestizia” dove anche il Fascismo è visto con ironia attraverso gli occhi dei ragazzi. Il pezzo forte è l’apparizione onirica del “Rex”, voluta - a detta di Fellini - per ricordare una gloria italiana altrimenti dimenticata. Va da sé la celebre scena dell’albero e la splendida atmosfera della campagna romagnola lungo il mare.
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Esattamente vent'anni dopo “I vitelloni”, Fellini dipinge un altro affresco dell’Italia provinciale del ‘900. Più geniale ma anche più imperfetto, meno compatto all’interno di una trama volutamente oziosa, formata da un mosaico di situazioni che illustrano i ricordi personali di Fellini. Il collante è assicurato dalla forte connotazione poetica e dalle cadenze ridanciane della farsa, una curiosa miscela di “allegra mestizia” dove anche il Fascismo è visto con ironia attraverso gli occhi dei ragazzi. Il pezzo forte è l’apparizione onirica del “Rex”, voluta - a detta di Fellini - per ricordare una gloria italiana altrimenti dimenticata. Va da sé la celebre scena dell’albero e la splendida atmosfera della campagna romagnola lungo il mare. Esagerando l’elenco dei ricordi, però, si corre il rischio di allungare i tempi scadendo nella noia, ciò che nega al film le cinque stelle del capolavoro: la danza nella nebbia, la nevicata, la Mille Miglia, l’eccessivo ciondolare della gente senza rispondere ad un significato preciso. Anche la morte della madre suona male nel contesto generale. Ma si tratta delle zone grigie tipiche di qualsiasi genio, che pur nel suo egocentrismo contribuisce ad arricchire il panorama della storia dell’arte.
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catullo
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martedì 2 novembre 2010
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fellini fra i grandi del rinascimento
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Amarcord è un capolavoro assoluto nel senso che come “La strada” e “la dolce vita” è entrato nel sentire comune della gente travalicando gli steccati culturali che dividono i popoli diventando universale (ottoemezzo è più per specialisti) Non ha importanza se la cultura da dove nasce questa storia è radicata in un particolare contesto geografico…in questo caso riguarda la romagna e la caratteristica ironia fatalista e gioiosa della gente di questa regione …ma il linguaggio con cui Fellini racconta la storia è quello onirico e popolare…cioè un linguaggio appunto universale e quindi condiviso.
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Amarcord è un capolavoro assoluto nel senso che come “La strada” e “la dolce vita” è entrato nel sentire comune della gente travalicando gli steccati culturali che dividono i popoli diventando universale (ottoemezzo è più per specialisti) Non ha importanza se la cultura da dove nasce questa storia è radicata in un particolare contesto geografico…in questo caso riguarda la romagna e la caratteristica ironia fatalista e gioiosa della gente di questa regione …ma il linguaggio con cui Fellini racconta la storia è quello onirico e popolare…cioè un linguaggio appunto universale e quindi condiviso. Fellini si pone dopo questo ennesimo capolavoro tra i grandi geni italici accanto ai vari Michelangelo…Leonardo….Dante e Verdi tanto per fare qualche nome…perché i suoi film sono opere d'arte eterne…cioè che non moriranno mai.
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paolo 67
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venerdì 25 novembre 2011
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ritorno al borgo
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Il film che riportò Fellini al centro del dibattito internazionale e gli conquistò il quarto Oscar, girato nel più assoluto segreto in una Rimini tutta ricostruita a Cinecittà, è un viaggio nel paese dell'infanzia e dell'adolescenza di Federico, ambientato in un'Italia provinciale durante il fascismo, che il maestro riminese vedeva come il simbolo di una adolescenza protratta. Nato dall'esigenza di ricordare per uscire dai condizionamenti ancora presenti nell'anima italiana delle illusioni del passato, di una certa educazione, esprime sentimenti contrastanti, tra l'evidenza, sottolineata dalle situazioni cialtronesche e buffe, di una condizione ignorante e un po' folle e la nostalgia complice per un piccolo mondo antico perduto, in cui può essere dolce ritrovarsi e ritemprarsi.
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Il film che riportò Fellini al centro del dibattito internazionale e gli conquistò il quarto Oscar, girato nel più assoluto segreto in una Rimini tutta ricostruita a Cinecittà, è un viaggio nel paese dell'infanzia e dell'adolescenza di Federico, ambientato in un'Italia provinciale durante il fascismo, che il maestro riminese vedeva come il simbolo di una adolescenza protratta. Nato dall'esigenza di ricordare per uscire dai condizionamenti ancora presenti nell'anima italiana delle illusioni del passato, di una certa educazione, esprime sentimenti contrastanti, tra l'evidenza, sottolineata dalle situazioni cialtronesche e buffe, di una condizione ignorante e un po' folle e la nostalgia complice per un piccolo mondo antico perduto, in cui può essere dolce ritrovarsi e ritemprarsi. Scorrono in una galleria di episodi straordinariamente espressivi i fantasmi e i mostri dell'Italia anni '30, dai professori ai vitelloni, dai fascisti in divisa agli scolari maneschi, un avvocato pieno di retorica, una ninfomane, un venditore di bruscolini, straniti patrizi e figurine dell'epoca (come la Gradisca, che evoca le signorine del Boccasile, e sua sorella). La finzione esplicita rivelata da un'inquadratura delle onde del mare, dove si vede benissimo che è un telo di plastica (così come è evidente la ricostruzione nella scena del transatlantico Rex, che al pari di uno straordinario Ciccio Ingrassia su un albero possiede una grande pregnanza simbolica) è la genialissima sintesi che Fellini opera dell'estetico col politico, a dimostare nella mediocrità dell'imitazione la piattezza conformista di quegli anni. Il fascismo come esibizione, velleitario riscatto di frustrazioni e delusioni: senza che gli sia mai stata riconosciuta una specifica intelligenza politica, Fellini è più acuto nell'interpretare quell'epoca di tanti altri. Ma il significato più profondo del'opera, come al solito in questo autore, sta nei sentimenti di meraviglia e della morte. Forse da quell'adolescenza gli uomini, non soltanto italiani, non si libereranno mai, la provincia diventa un luogo metafisico, il giudizio, che in Fellini se vuole è lucidissimo, e amaro e disincantato, lascia il posto a una accettazione anche stoica di tutto e di tutti trasportati nel mito, trasfigurati, aiutato da Tonino Guerra, un poeta che ha illuminato un pezzo importante di cinema italiano, in un incanto poetico e fiabesco di fatti e personaggi in una luce che sembra universale. Forse è il film dove Fellini ha fuso meglio il diario intimo con quello storico che costituiscono i fondamenti strutturali della sua opera. Concepito in un momento felicissimo dell'ispirazione dell'autore, "Amarcord" nella sua coesione ha, vera summa felliniana, una straordinaria ricchezza di toni, dal burlesco allo struggente nel rappresentare la realtà comunque nella sua capacità di stupire e rapire. Come sempre Fellini è sconcertante nel dar corpo ai desideri, i sogni, le fantasie, specialmente per quanto riguarda la donna (come nell'episodio della tabaccaia, proiezione fantastica di un provinciale represso e mammone), così come è capace di restituire il calore umano, il senso di festa, come ne "La dolce vita", in "Otto e mezzo", in tutti i suoi film, caratterizzati da una serena e stoica accettazione della vita per come è, ancora una volta dolce anche nel ricordo, anche se di una realtà chiusa anche dalla sua rimozione nella quale Fellini ha avuto il merito in maniera così straordinaria, di farci riconoscere, per magari anche riflettere e diventare più adulti.
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jos_d
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mercoledì 9 settembre 2009
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un' apprezzabile prova di creatività
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A circa vent' anni da "I vitelloni", suo primo grande successo, Federico Fellini dedica un' altra pellicola alla Romagna, sua terra natale. Più ancora che di una terra però, questo film rievoca le atmosfere di un' epoca, quella in cui il regista ha vissuto la propria adolescenza, ovvero gli anni trenta, gli anni in cui l' Italia sognava di poter tornare agli antichi splendori sotto la guida del duce. In particolare la vicenda è ambientata in un paesino di cui non viene mai fatto il nome -ma che va indubbiamente identificato con Rimini, città natale del regista-, uno di quei paesini dove la vita scorre ripetitiva ed animato soltanto dalle marachelle di un' irrequieta gioventù, dai pettegolezzi sulle signorine più focose e da qualche parata fascista.
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A circa vent' anni da "I vitelloni", suo primo grande successo, Federico Fellini dedica un' altra pellicola alla Romagna, sua terra natale. Più ancora che di una terra però, questo film rievoca le atmosfere di un' epoca, quella in cui il regista ha vissuto la propria adolescenza, ovvero gli anni trenta, gli anni in cui l' Italia sognava di poter tornare agli antichi splendori sotto la guida del duce. In particolare la vicenda è ambientata in un paesino di cui non viene mai fatto il nome -ma che va indubbiamente identificato con Rimini, città natale del regista-, uno di quei paesini dove la vita scorre ripetitiva ed animato soltanto dalle marachelle di un' irrequieta gioventù, dai pettegolezzi sulle signorine più focose e da qualche parata fascista. A tratti profondo, a tratti visionario, ma anche a tratti gratuitamente volgare, questo film ha ottenuto probabilmente maggior blasone di quanto effettivamente non meritasse (conquistando l' Oscar per il miglior film straniero -il terzo nella carriera di Fellini-, due David di Donatello e tre Nastri d' Argento), ma può essere comunque apprezzato come prova di creatività da parte di un regista che ha evidentemente voluto evitare il rischio della ripetitività. Lascia perplessi il fatto che fra tutti i premi vinti non figuri alcun riconoscimento di rilievo per la straordinaria colonna sonora del solito Nino Rota.
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