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gianni lucini
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mercoledì 16 novembre 2011
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everybody's talkin'
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“Un uomo da marciapiede” decreta il successo internazionale di Everybody's Talkin'un brano folk rock scritto da Fred Neil nel 1966 e interpretato da Harry Nillson che verrà anche premiato con un Grammy per la miglior performance maschile. Il brano verrà poi ripreso e inserito nella colonna sonora di “Forrest Gump nel 1994 e in “Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan” nel 2006.
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gianni lucini
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mercoledì 16 novembre 2011
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un hoffman cinico e incattivito
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Un anno dopo il grande successo de “Il laureato” Dustin Hoffman si cimenta con altrettanta efficacia e bravura professionale con un personaggio complesso e difficile come quello di Rico Rizzo detto “Sozzo”, un derelitto frustrato e peno di rancore verso una società che l’ha emarginato e lo costringe a vivere d’espedienti. Il suo è un ruolo chiave per la stessa riuscita del film perché se non viene interpretato in modo credibile rischia di vanificare la stessa efficacia della narrazione filmica che si regge proprio sul contrasto tra il disilluso e cinico abitatore dei marciapiedi e il giovanottone pieno di belle speranze costretto suo malgrado a fare i conti con la realtà.
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Un anno dopo il grande successo de “Il laureato” Dustin Hoffman si cimenta con altrettanta efficacia e bravura professionale con un personaggio complesso e difficile come quello di Rico Rizzo detto “Sozzo”, un derelitto frustrato e peno di rancore verso una società che l’ha emarginato e lo costringe a vivere d’espedienti. Il suo è un ruolo chiave per la stessa riuscita del film perché se non viene interpretato in modo credibile rischia di vanificare la stessa efficacia della narrazione filmica che si regge proprio sul contrasto tra il disilluso e cinico abitatore dei marciapiedi e il giovanottone pieno di belle speranze costretto suo malgrado a fare i conti con la realtà. Il suo personaggio deve saper incarnare tutto ciò che è estraneo alla stessa concezione del sogno ottimista americano sullo schermo. Non è anglosassone, non ha alcuna prestanza fisica anzi è zoppo e ammalato di tubercolosi, è disincantato dalla vita e non nutre alcuna ambizione oltre a quella di tirare a campare e vive da parassita ai margini della società opulenta e consumista. In più la sua condizione, unita ai malanni fisici lo rende rancoroso e violento. Incattivito da un’esistenza condotta nei bassifondi di New York utilizza tutti i mezzi possibili per sfruttare e ingannare il prossimo. Nonsotante queste caratteristiche, però, sarà proprio lui a dare l’ultima opportunità allo sprovveduto Joe. È evidente che un ruolo simile chiede un’attenta preparazione dal punto di vista recitativo, non soltanto squisitamente tecnica, per evitare di incappare nei due principali rischi che corre chi deve dare anima e corpo a questo tipo di personaggi. Il primo è quello di attingere troppo alla lezione teatrale, interiorizzando troppo il personaggio con una scarsa e a volte inefficace resa filmica. L’altro è quello di esagerare nell’espressività corporale finendo per farlo assomigliare più a una caratterizzazione che a un ruolo di protagonista. Dustin Hoffman evita tutti i rischi e dà una grande prova del suo talento inaugurando quello stile di recitazione nervosa, sorretta da una serie di tic in invasivi, che caratterizzerà in futuro molte delle sue più importanti prove d’attore.
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gianni lucini
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mercoledì 16 novembre 2011
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l'altra faccia del sogno americano
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Primo film girato negli Stati Uniti dal britannico John Schlesinger “Un uomo da marciapiede” è ispirato all’omonimo romanzo di James Leo Herlihy, pubblicato nel 1965. Il regista riesce a fondere egregiamente l’introspezione psicologica dei personaggi con una realistica quanto impietosa descrizione della vita degli emarginati che, lontanissimi dalle luminose promesse del “sogno americano” sopravvivono d’espedienti nei bassifondi della metropoli. Vista dalla prospettiva dei due protagonisti New York appare cupa e ostile e alimenta la violenza dei rapporti umani che attraversa impalpabile l’intera storia anche se per scelta registica appare più accennata che ostentata.
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Primo film girato negli Stati Uniti dal britannico John Schlesinger “Un uomo da marciapiede” è ispirato all’omonimo romanzo di James Leo Herlihy, pubblicato nel 1965. Il regista riesce a fondere egregiamente l’introspezione psicologica dei personaggi con una realistica quanto impietosa descrizione della vita degli emarginati che, lontanissimi dalle luminose promesse del “sogno americano” sopravvivono d’espedienti nei bassifondi della metropoli. Vista dalla prospettiva dei due protagonisti New York appare cupa e ostile e alimenta la violenza dei rapporti umani che attraversa impalpabile l’intera storia anche se per scelta registica appare più accennata che ostentata. Su questo scenario desolante viene messo in scena il rapporto tra due soggetti che, almeno in partenza appaiono decisamente diversi tra loro. Il texano Joe è il tipico ragazzone della provincia statunitense ingenuo ma allo stesso tempo convinto delle sue qualità e, soprattutto, delle opportunità offerte dal sistema a tutti coloro i quali hanno la voglia e la determinazione necessari ad affermarsi. A fargli da contraltare c’è Rico, storpio, ammalato di tubercolosi e disincantato abitatore delle zone buie di quello stesso sistema. La storia è una spietata denuncia della società dei consumi, capace di alimentare sogni che per molti sono ben presto destinati a diventare incubi in un mondo che brucia le illusioni illude e disillude senza pietà. È un mondo spietato quello con cui si trovano a fare i conti Joe e Rico, dove per sopravvivere bisogna arrangiarsi. Nella metropoli brulicante di gente chi non ce la fa si ritrova solo. Il meccanismo che alimentava i film hollywoodiani degli anni Cinquanta e di gran parte degli anni Sessanta viene scardinato. La famiglia protettiva, il cuore caldo della società che garantisce a La famiglia protettiva, il cuore caldo della società che garantisce a tutti la possibilità di realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni non c’è più. Anche Joe, prototipo dell’ottimismo e della sicurezza di farcela, è stato allevato da una nonna troppo intenta a badare a se stessa per aiutarlo a crescere. Per questa ragione quando si affaccia alla vita scopre di essere solo e impreparato ad affrontare il mondo dove trionfano cinismo, violenza ed emarginazione. Il film, che ottiene uno straordinario successo di pubblico in tutto il mondo, viene osannato dalla critica statunitense ma accolto con minor entusiasmo da una parte di quella europea che punta il dito contro «gli eccessivi patetismi e l’ovvietà del ricatto sentimentale imperniato sulle disgrazie dei due personaggi».
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giorgio
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giovedì 1 settembre 2011
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fantastico
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Do' cinque stelle a questa bellissima storia che parla di emarginazione (nuda e cruda) di Illusioni e di bellissima amicizia, pulita e sincera. Ogni volta che lo vedo mi piace sempre di più..Forse le stelle dovrebbero essere quattro, ma voglio alzare la media, se lo merita...Dustin Incredibile...Voight onesto ed ingenuo ma con un gran cuore...Credibilissimo...Musiche fantastiche...cosa chiedere di più?
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joker 91
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venerdì 11 marzo 2011
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un grandissimo film
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un film molto crudo e reale che rappresenta che cosa riserva il sogno americano ad un ragazzo provinciale ed con grosse problematiche esistenziali alle spalle che portano un' identità ancora non ben sviluppata,il sogno per questo individuo diventa incubo eppure non si da per vinto e continua a scappare dalla sua cruda realtà rifugiandosi in un idea di bellezza vitale per lui impossibile,Voight è bravo ma ancora meglio è il mitico Dustin hoffman che regala un personaggio sognatore e distrutto nel proprio io quanto quello di voight che vuole fuggire e dare un senso alla propria esistenza da essere zoppo e fallito. un bellissimo film psicologico che fece storia,MERITA ALMENO UNA VISIONE
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taras bulba
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lunedì 1 novembre 2010
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bellissimo
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Storia per nulla banale, bellissimo il tema della colonna sonora.
John Voight e Dustin Hoffmann giovani fenomeni.
Da non perdere.
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chriss
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giovedì 19 agosto 2010
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un viaggio reale tra sogni e disillusioni...
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Midnight Cowboy, Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, è un capolavoro del cinema americano di fine Anni Sessanta. Il contesto storico, in cui l' opera va a collocarsi, è di vitale importanza, sia per la comprensione della stessa, sia per i movimenti culturali che si svilupparono in quegli anni. Era l' America multifacce che s' apprestava ad entrare nei celebri Anni Settanta. Era, ovvero, l' America dei presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon o del compianto Martin Luther King ( I have a dream). Era l' America dei Doors, del viaggio sulla luna di Neil Armstrong (e compagni) e della cultura hippie che abbracciava la rivoluzione sessuale.
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Midnight Cowboy, Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, è un capolavoro del cinema americano di fine Anni Sessanta. Il contesto storico, in cui l' opera va a collocarsi, è di vitale importanza, sia per la comprensione della stessa, sia per i movimenti culturali che si svilupparono in quegli anni. Era l' America multifacce che s' apprestava ad entrare nei celebri Anni Settanta. Era, ovvero, l' America dei presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon o del compianto Martin Luther King ( I have a dream). Era l' America dei Doors, del viaggio sulla luna di Neil Armstrong (e compagni) e della cultura hippie che abbracciava la rivoluzione sessuale. Era l' America dell' Lsd, della cannabis e della musica psichedelica. Ma, soprattutto, era l' America di Woodstock, vicino New York, dove si tenne uno dei più imponenti concerti nella storia della musica. E' proprio a New York che si scioglie la vicenda in esame. Un uomo da marciapiede è un viaggio reale tra sogni, disillusioni ed allucinazioni (vedi la festa in cui vanno) di Joe Buck, un bel ragazzo texano, con capelli biondi, spalle larghe ed occhi azzurri, che si reca a New York in cerca di gloria. Lascia il suo lavoro di lavapiatti per buttarsi nella difficile vita di gigolò. Non sarà facile, visto che non conosce nessuno e non è minimamente organizzato. Va all' avventura, proprio come un pirata che, con la sua nave, solca i mari affrontando mille battaglie. Avrà diverse relazioni fuggitive: due con donne più grandi di lui ed un' altra con uno studente che, però, non ha i soldi. Questo film è anche la storia di un' amicizia, inizialmente non compresa, ma che poi diventerà più profonda fino all' epilogo finale. Joe Buck, in una bella e degradata New York , avrà il piacere di conoscere uno storpio che vive di espedienti: l' italiano Enrico Salvatore Rizzo, detto Sozzo o Rico o Ratso. I due, che diventeranno amici più intimi, fino a dormire sotto lo stesso tetto, sono completamente diversi tra loro: Joe Buck è alto e bello, mentre Enrico Rizzo è basso e malandato, anche nella salute. Ambedue hanno un sogno: il texano vuole fare "lo stallone" per donne sole, Sozzo vuol andare in Florida, a Miami. Per racimolare un pò di soldi (gli servono 57 dollari), Joe cercherà di appartarsi in albergo con un uomo più grande di lui, che alla fine ci ripensa. Il texano lo uccide o almeno così sembra, in quanto non si capisce benissimo: mentre gli infila la cornetta del telefono in bocca, la scena viene tagliata. Prende i soldi e scappa in autobus con il suo amico, che però sta morendo. Sarà proprio Joe Buck a chiudergli per sempre gli occhi tra lo stupore dei passeggeri... Il film, che vinse tre Oscar ed altri premi minori, è accompagnato da una colonna sonora bellissima che si fregierà di un Grammy. Molte cose mi hanno colpito di questo bellissimo film, musica a parte. Per esempio, tra le tante, si vedono gli occhi meravigliati di Joe Buck di fronte ad una New York maledetta, tra luci, cinema e spettacoli da una parte e tra prostitute, imbroglioni e fanatici religiosi dall' altra. Il suo viaggio si conclude mestamente: non a caso, getterà via in un secchio i suoi vestiti da cow-boy. Un altro particolare interessante sono i ricorrenti sogni di Joe sulla nonna che lo accudiva da piccolo e su una presunta fidanzata del passato. Un tema onirico, felliniano, che si ripresenterà più volte durante tutto il corso del film. Anche Sozzo ne avrà qualcuno, ma in minor quantità. Insomma, è un film che a volte oscilla tra la realtà ed il sogno. Io l' ho trovato interessantissimo da un punto di vista sociale. Tocca anche i temi dell' emarginazione e della diversità sessuale. Bravo Jon Voight, ancor più bravo Dustin Hoffman in una parte più difficile. Cinque stelle quindi! Da vedere a tutti i costi. Palmieri Christian...
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ralphscott
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giovedì 15 luglio 2010
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innovativo
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Per la fine dei '60 era sicuramente un'opera d'avanguardia,con uno stile che diviene marchio di fabbrica del regista. Voight un tontolone disarmante,Hoffman disperatamente attaccato alla vita,nonostante le disgrazie.
Tenerezza,forte senso dell'amicizia,implacabile crudeltà della metropoli
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daniele d'antoni
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giovedì 17 giugno 2010
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un saggio sulla disillusione
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Quando si nomina “New York”, si è abituati a immaginare la colossale e affascinante città americana, ripresasi dal lutto dell’11 Settembre, capitale del mondo, punto di snodo di mille culture, e soprattutto meta turistica tra le più apprezzate. Ma la metropoli di oggi è ben diversa da com’era tra gli anni ’60 e ’70: più ostile, fulcro dalla malavita, e scenario di situazioni di degrado sociale, ben più evidenti e frequenti rispetto a oggi. “Un uomo da marciapiede” ci accompagna alla scoperta sempre più drammaticamente sconvolgente di una città che ci si aspetterebbe ricca di occasioni per far successo, ma terribilmente squallida, così come lo era New York nel 1969, anno di uscita del film. Compiamo questo viaggio attraverso l’esperienza vissuta in prima persona da Joe Buck (giovane e bravissimo John Voight), affascinante cowboy che lascia il suo piccolo paese nel Texas, partendo alla volta di New York, dove pensa di poter diventare (a pagamento) l’ideale uomo di compagnia delle donne single della città, e di fare così fortuna.
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Quando si nomina “New York”, si è abituati a immaginare la colossale e affascinante città americana, ripresasi dal lutto dell’11 Settembre, capitale del mondo, punto di snodo di mille culture, e soprattutto meta turistica tra le più apprezzate. Ma la metropoli di oggi è ben diversa da com’era tra gli anni ’60 e ’70: più ostile, fulcro dalla malavita, e scenario di situazioni di degrado sociale, ben più evidenti e frequenti rispetto a oggi. “Un uomo da marciapiede” ci accompagna alla scoperta sempre più drammaticamente sconvolgente di una città che ci si aspetterebbe ricca di occasioni per far successo, ma terribilmente squallida, così come lo era New York nel 1969, anno di uscita del film. Compiamo questo viaggio attraverso l’esperienza vissuta in prima persona da Joe Buck (giovane e bravissimo John Voight), affascinante cowboy che lascia il suo piccolo paese nel Texas, partendo alla volta di New York, dove pensa di poter diventare (a pagamento) l’ideale uomo di compagnia delle donne single della città, e di fare così fortuna. Poco alla volta si renderà conto che aldilà dei suoi sogni, la vera New York si rispecchia più verosimilmente nella figura di un truffatore incontrato per caso, Ratzo Rizzo (interpretato magistralmente da Dustin Hoffman), costretto a vivere in totale disagio sociale, nel cuore di una New York frenetica che non rallenta neanche se la gente muore per strada, non vista da tutti. L’intero film, che nonostante l’asprezza degli argomenti è girato con la posatezza che distingue i capolavori dalle idiozie, racconta quindi la disillusione, e la presa di coscienza di un mondo che volenti o nolenti ci appartiene. Per questo motivo si ha l’impressione per tutto il film, di inseguire un sogno interminabile e irraggiungibile: prima quello di Joe di fare fortuna, dopo quello di Ratzo di fuggire in un mondo appena migliore del suo.
Vincitore dell’Oscar come miglior film nel 1969, e accompagnato dalla canzone “Everybody’s talkin’” (che è poi diventata un successo discografico), “Un uomo da marciapiede” è stato una piccola punta di diamante del cinema verista dell’America rimasta “a casa” nel periodo più intenso della guerra in Vietnam.
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daniele d'antoni
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mercoledì 16 giugno 2010
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un saggio sulla disillusione
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Quando si nomina “New York”, si è abituati a immaginare la colossale e affascinante città americana, ripresasi dal lutto dell’11 Settembre, capitale del mondo, punto di snodo di mille culture, e soprattutto meta turistica tra le più apprezzate. Ma la metropoli di oggi è ben diversa da com’era tra gli anni ’60 e ’70: più ostile, fulcro dalla malavita, e scenario di situazioni di degrado sociale, ben più evidenti e frequenti rispetto a oggi. “Un uomo da marciapiede” ci accompagna alla scoperta sempre più drammaticamente sconvolgente di una città che ci si aspetterebbe ricca di occasioni per far successo, ma terribilmente squallida, così come lo era New York nel 1969, anno di uscita del film.
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Quando si nomina “New York”, si è abituati a immaginare la colossale e affascinante città americana, ripresasi dal lutto dell’11 Settembre, capitale del mondo, punto di snodo di mille culture, e soprattutto meta turistica tra le più apprezzate. Ma la metropoli di oggi è ben diversa da com’era tra gli anni ’60 e ’70: più ostile, fulcro dalla malavita, e scenario di situazioni di degrado sociale, ben più evidenti e frequenti rispetto a oggi. “Un uomo da marciapiede” ci accompagna alla scoperta sempre più drammaticamente sconvolgente di una città che ci si aspetterebbe ricca di occasioni per far successo, ma terribilmente squallida, così come lo era New York nel 1969, anno di uscita del film. Compiamo questo viaggio attraverso l’esperienza vissuta in prima persona da Joe Buck (giovane e bravissimo John Voight), affascinante cowboy che lascia il suo piccolo paese nel Texas, partendo alla volta di New York, dove pensa di poter diventare (a pagamento) l’ideale uomo di compagnia delle donne single della città, e di fare così fortuna. Poco alla volta si renderà conto che aldilà dei suoi sogni, la vera New York si rispecchia più verosimilmente nella figura di un truffatore incontrato per caso, Ratzo Rizzo (interpretato magistralmente da Dustin Hoffman), costretto a vivere in totale disagio sociale, nel cuore di una New York frenetica che non rallenta neanche se la gente muore per strada, non vista da tutti. L’intero film, che nonostante l’asprezza degli argomenti è girato con la posatezza che distingue i capolavori dalle idiozie, racconta quindi la disillusione, e la presa di coscienza di un mondo che volenti o nolenti ci appartiene. Per questo motivo si ha l’impressione per tutto il film, di inseguire un sogno interminabile e irraggiungibile: prima quello di Joe di fare fortuna, dopo quello di Ratzo di fuggire in un mondo appena migliore del suo.
Vincitore dell’Oscar come miglior film nel 1969, e accompagnato dalla canzone “Everybody’s talkin’” (che è poi diventata un successo discografico), “Un uomo da marciapiede” è stato una piccola punta di diamante del cinema verista dell’America rimasta “a casa” nel periodo più intenso della guerra in Vietnam.
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