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paolo 67
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venerdì 16 marzo 2012
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osmosi tra arte e vita
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L'astronauta Titov, il secondo uomo nello spazio, disse: “OTTO E MEZZO è più misterioso del cosmo”. Il film piacque molto in URSS tanto che vinse il primo premio al Festival di Mosca, all'unanimità. In America oltre alle 5 candidature e ai 2 Oscar vinse il primo premio al Festival di New York (il primo film della Storia a vincere i premi principali delle due superpotenze ai tempi della cortina di ferro). Fellini evoca il mondo del cinema, ma il suo universo privato, la sua “bella confusione” (il titolo che Flaiano aveva proposto per il film), è quella dell'italiano medio: i genitori, la moglie, le amanti (con le impossibilità di conciliare le diverse visioni della donna), le ambizioni riguardo il lavoro, la Chiesa mediatrice dei misteri della natura e dell'uomo tra spiritualità trascendentale che non viene messa in discussione e istituzione criticata per la sua sessuofobia.
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L'astronauta Titov, il secondo uomo nello spazio, disse: “OTTO E MEZZO è più misterioso del cosmo”. Il film piacque molto in URSS tanto che vinse il primo premio al Festival di Mosca, all'unanimità. In America oltre alle 5 candidature e ai 2 Oscar vinse il primo premio al Festival di New York (il primo film della Storia a vincere i premi principali delle due superpotenze ai tempi della cortina di ferro). Fellini evoca il mondo del cinema, ma il suo universo privato, la sua “bella confusione” (il titolo che Flaiano aveva proposto per il film), è quella dell'italiano medio: i genitori, la moglie, le amanti (con le impossibilità di conciliare le diverse visioni della donna), le ambizioni riguardo il lavoro, la Chiesa mediatrice dei misteri della natura e dell'uomo tra spiritualità trascendentale che non viene messa in discussione e istituzione criticata per la sua sessuofobia. Nel film l'intellettuale, che ne LA DOLCE VITA si sparava, qui finisce (nell'immaginazione) impiccato. Guido accetta invece l'invito dell'illusionista, per il quale fare spettacolo è una maniera naturale di esistere. L'arte come sorella della magia. Il finale del film, originariamente previsto come trailer, è così geniale -giocando con la sua stessa mistificazione- che è diventato il pezzo più famoso del cinema di Fellini, come per la musica della marcetta composta da Nino Rota, un girotondo circense che ben si attaglia al carosello creativo del film. Qualcuno ha accusato Fellini di aver riportato il tema de “Il posto delle fragole” di Bergman (film che il regista aveva visto) ma sembra più coerente una comune contemporanea ispirazione dei due geni, come ha osservato Mastroianni (tanto è vero che il film somiglia anche a opere di altri geni che Fellini non conosceva, come “La coscienza di Zeno” di Svevo). Particolarmente riuscito il personaggio di Carla, l'amante del regista (una Sandra Milo ingrassata di otto chili, mentre Anouk Aimeè ha dovuto calarne altrettanti e Mastroianni, al solito per Fellini, ha dovuto dimagrirne dieci). Mastroianni, sempre straordinariamente intelligente nell'intuire il suo personaggio e il film, aveva dopo “La dolce vita” intensificato la sua amicizia con Fellini potendo dire, sia pure di una personalità così ardua e complessa, di conoscerlo bene, al punto da smentire la leggenda della sua presunta bugiarderia, e soprattutto furberia e falsità o addirittura cialtroneria. OTTO E MEZZO è un film inventato continuamente (una vera rivoluzione del linguaggio che ha contribuito molto al rinnovamento dei mezzi espressivi cinematografici) con l'aiuto della fantasia dello scenografo premio Oscar Gherardi (che crea un albergo in stile liberty-floreale e una moda anni '20 e il '30 per i clienti fuori del tempo delle terme), delle musiche di Rota, consustanza sonora come sempre dei film di fellini e della formidabile fotografia di Giovanni Di Venanzo, l'ultimo dei grandi maestri in bianco e nero, che crea una “scenografia della luce” con tecniche da cinema d'avanguardia. Di buon successo popolare anche se inferiore a quello “La dolce vita” e assai ammirato nei circoli underground, OTTO E MEZZO è l'opera di un Fellini estremamente ispirato, di una sensibilità anche (come ne LA DOLCE VITA) femminea, illuminato dalla fantasia. Il film rivela l'influenza sull'autore della scoperta della psicoanalisi di Jung con la presenza del simbolo la cui forza viene portata al massimo della rappresentatività, anche se ambigua e misterica, dell'inesprimibile. Il reale viene oltrepassato a favore del mondo interiore e del suo primato di autenticità. Il tempo viene destrutturato; passato, presente, futuro coesistono nel tempo della memoria. Per Fellini, grande individualista, la vita è inseparabile dal rapporto personale con gli altri, intesi anche come sognati, immaginati, ricordati, aspettati (nel film gli episodi reali si rivelano non meno grotteschi di quelli sognati). Quel che di vetroso nell'espressione del protagonista, come nel capolavoro precedente -col quale OTTO E MEZZO forma una cerniera di capolavori del barocco cinematografico-, culminerà nello sguardo gelido del moralista-libertino Casanova, altro -inconsapevole- alter-ego di Fellini (e mito mediterraneo), sulla fissità metafisica della nostra civiltà.
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paolo 67
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lunedì 27 febbraio 2012
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otto e mezzo parla di te.
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E pensare che era un film che Fellini non voleva più fare! Ma da questo trovò con genialità assoluta lo spunto per la storia. La straordinaria novità del linguaggio (colle ardite sperimentazioni del direttore della fotografia Giovanni Di Venanzo) lo pose all'avanguardia tanto da essere ammirato dai circoli dell'underground e dello sperimentalismo, come dai letterati dell'epoca (Calvino). Fellini è profetico nel decrivere una società che si nutre di abitudini e finzioni. Primo film a vincere contemporaneamente al tempo della guerra fredda i festival di Mosca e di New York e uno dei dieci migliori film filosofici della storia secondo la Chiesa. Un racconto di una crisi creativa, esistenziale e storica, ma ritmato da un'umorismo che in Fellini, citando Lao-Tse (“appena hai formulato un pensiero serio, ridici sopra”), assurge a una caratteristica fondamentale della sua poetica.
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E pensare che era un film che Fellini non voleva più fare! Ma da questo trovò con genialità assoluta lo spunto per la storia. La straordinaria novità del linguaggio (colle ardite sperimentazioni del direttore della fotografia Giovanni Di Venanzo) lo pose all'avanguardia tanto da essere ammirato dai circoli dell'underground e dello sperimentalismo, come dai letterati dell'epoca (Calvino). Fellini è profetico nel decrivere una società che si nutre di abitudini e finzioni. Primo film a vincere contemporaneamente al tempo della guerra fredda i festival di Mosca e di New York e uno dei dieci migliori film filosofici della storia secondo la Chiesa. Un racconto di una crisi creativa, esistenziale e storica, ma ritmato da un'umorismo che in Fellini, citando Lao-Tse (“appena hai formulato un pensiero serio, ridici sopra”), assurge a una caratteristica fondamentale della sua poetica. Fellini sublimando le nevrosi e le angoscie del suo tempo racconta una favola autobiografica talmente geniale da essere emblematica per ogni spettatore di ogni tempo e luogo (come in fondo ogni suo film). Nell'esprimere la vita come arte, e l'arte come vita, nessuno è stato come Fellini.
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paolo 67
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giovedì 19 gennaio 2012
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la magia dell'arte/nell'arte
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Il film, che ha contribuito in maniera eccezionale al rinnovamento dell'espressione cinematografica, affronta il tema della creazione, della contraddittorietà della stessa, fatta di vezzi, astuzie, impegno, viltà, sincerità e mistificazione. Un film che Fellini non voleva più fare, quando ebbe, genialissimamente, l'intuizione: un film su un regista che voleva fare un film che non ricorda più. Non riusciva a vedere in faccia il protagonista, perchè -lo ammise solo a cose fatte e tanto tempo dopo- era lui. I suoi connotati spirituali, il suo universo sono quelli dell'italiano medio: l'educazione religiosa, i rapporti con le donne, le ambizioni attorno al lavoro.
Un pregio straordinario del film -qui c'è davvero unanimità- è il linguaggio, vi sono tutti gli stili possibili e qualcuno inventato per l'occasione, assieme a soluzioni da cinema d'avanguardia, come la solarizzazione della sequenza delle terme (grande è stato il contributo di Gianni di Venanzo alla fotografia con un bianco e nero semplicemente sbalorditivo), a rappresentare l'initerrotto flusso di coscienza del protagonista (ricordi/sogni/illusioni/realtà).
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Il film, che ha contribuito in maniera eccezionale al rinnovamento dell'espressione cinematografica, affronta il tema della creazione, della contraddittorietà della stessa, fatta di vezzi, astuzie, impegno, viltà, sincerità e mistificazione. Un film che Fellini non voleva più fare, quando ebbe, genialissimamente, l'intuizione: un film su un regista che voleva fare un film che non ricorda più. Non riusciva a vedere in faccia il protagonista, perchè -lo ammise solo a cose fatte e tanto tempo dopo- era lui. I suoi connotati spirituali, il suo universo sono quelli dell'italiano medio: l'educazione religiosa, i rapporti con le donne, le ambizioni attorno al lavoro.
Un pregio straordinario del film -qui c'è davvero unanimità- è il linguaggio, vi sono tutti gli stili possibili e qualcuno inventato per l'occasione, assieme a soluzioni da cinema d'avanguardia, come la solarizzazione della sequenza delle terme (grande è stato il contributo di Gianni di Venanzo alla fotografia con un bianco e nero semplicemente sbalorditivo), a rappresentare l'initerrotto flusso di coscienza del protagonista (ricordi/sogni/illusioni/realtà). Forse Fellini non giungerà più a questi livelli d'ispirazione, il film trabocca di colpi di genio, inventa continuamente. Flaiano lo voleva chiamare“La bella confusione”. Nell'intenzione dell'autore, doveva contenere tutto, tutti gli errori, come la vita.
Come “La dolce vita” allargava il discorso dal diario intimo all'affresco d'epoca; “Otto e mezzo” trasfigura i tormenti spirituali di Fellini nella crisi esistenziale dell'uomo moderno. Fellini continua quindi il discorso de “La dolce vita” (anzi, secondo alcuni il film andrebbe letto come se fosse antecedente all'altro capolavoro felliniano), ma come sarà per tutti i film successivi, dove l'aspetto del sogno finirà per dominare la realtà per aiutare semmai ad affrontarla, accetta di buon grado, stoicamente e con divertimento la vita (cioè tutti i personaggi veri, immaginati, ricordati, inventati, ritrovati, aspettati). “Otto e mezzo” rappresenta la magia della vita nell'arte e la magia dell'arte (non a caso il protagonista troverà la soluzione identificandosi col “mago”, il telepata, come uomo di spettacolo) nella vita.
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tiamaster
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mercoledì 9 novembre 2011
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10 e mezzo
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otto e mezzo è il titolo del film.10 e mezzo è il voto che dò a questa stroardinaria ed irripetibile pellicola..Fellini assieme a kubrick,lynch,spielberg,zemeckis,bergman,minelli,fritz lang è una bussola per tutti i registi e per tutti gli artisti.Federico fellini mai,e ripeto mai analizza in modo superficiale i suoi personaggi,sono sempre profondi,realistici e ovviamente con lo stile neorealistico.In questo film c'è più dell'approfondimento del personaggio:c'è un ritratto di un uomo,dell'uomo,e della crisi creativa,tutto questo dà vita a uno sguardo sulla psicologia dei personaggi che raramente ho visto se non in "inland empire",del sopracitato david lynch.
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otto e mezzo è il titolo del film.10 e mezzo è il voto che dò a questa stroardinaria ed irripetibile pellicola..Fellini assieme a kubrick,lynch,spielberg,zemeckis,bergman,minelli,fritz lang è una bussola per tutti i registi e per tutti gli artisti.Federico fellini mai,e ripeto mai analizza in modo superficiale i suoi personaggi,sono sempre profondi,realistici e ovviamente con lo stile neorealistico.In questo film c'è più dell'approfondimento del personaggio:c'è un ritratto di un uomo,dell'uomo,e della crisi creativa,tutto questo dà vita a uno sguardo sulla psicologia dei personaggi che raramente ho visto se non in "inland empire",del sopracitato david lynch.Il cinema qui è portato all'estremo,al vertice.Se vi piace il cinema vedete 8 e mezzo,perchè 8 è mezzo è il cinema,uno dei più grandi film mai fatti...la parola capolavoro non rende al meglio l'idea.
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paolo 67
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sabato 29 ottobre 2011
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il coraggio di dire "io"
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L'ottavo film e mezzo di Fellini è una tonificante esplosione di genialità, una messinscena ricca e barocca dove il linguaggio filmico si emulsiona in una suggestiva sospensione tra invenzione e realtà. Arrivato alla maturità piena, dopo il sorprendente sensazionale successo de "La dolce vita" il regista riminese, partendo da uno spunto tra i più geniali della storia del cinema (un regista che non sa più che film voleva fare -che era l'identica situazione di Fellini-) costruisce una gran parabola dove presente, passato, sogno, memoria e invenzione partecipano, a volte contaminati tra di loro, a un esperimento di un autore sulla propria pelle dove la tragedia è scansata grazie al supremo dono dell'umorismo ("ricordati che è un film comico" appiccicò alla macchina da presa).
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L'ottavo film e mezzo di Fellini è una tonificante esplosione di genialità, una messinscena ricca e barocca dove il linguaggio filmico si emulsiona in una suggestiva sospensione tra invenzione e realtà. Arrivato alla maturità piena, dopo il sorprendente sensazionale successo de "La dolce vita" il regista riminese, partendo da uno spunto tra i più geniali della storia del cinema (un regista che non sa più che film voleva fare -che era l'identica situazione di Fellini-) costruisce una gran parabola dove presente, passato, sogno, memoria e invenzione partecipano, a volte contaminati tra di loro, a un esperimento di un autore sulla propria pelle dove la tragedia è scansata grazie al supremo dono dell'umorismo ("ricordati che è un film comico" appiccicò alla macchina da presa). Apparentemente svagato, legato da una immaginazione unitaria e fortissima, con una strabiliante identificazione dello stile col contenuto come succede solo nei grandissimi capolavori, il film, che presenta delle soluzioni cinematografiche sbalorditive, è una prova della magia dell'arte di Fellini.
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gianni lucini
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lunedì 10 ottobre 2011
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rizzoli voleva lasciar perdere
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Il film, cui ha collaborato anche lo scrittore Ennio Flaiano, è un grande e impietoso affresco d’epoca che con ironia prende di mira la volgarità dei nuovi ricchi, l’assurdità dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. È un pugno nello stomaco per il pubblico milanese della “prima”, composto in gran parte dalla buona borghesia lombarda. Alla fine della proiezione i fischi superano per clamore gli applausi. Uno spettatore sputa addirittura addosso a Fellini, un altro lo sfida pubblicamente a duello. Non va meglio alla proiezione privata in casa di Angelo Rizzoli, che ha prodotto il film insieme a Peppino Amato. Di fronte a un’accoglienza così sfavorevole l’imprenditore lombardo confida agli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa.
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Il film, cui ha collaborato anche lo scrittore Ennio Flaiano, è un grande e impietoso affresco d’epoca che con ironia prende di mira la volgarità dei nuovi ricchi, l’assurdità dell’aristocrazia e la mediocrità della borghesia. È un pugno nello stomaco per il pubblico milanese della “prima”, composto in gran parte dalla buona borghesia lombarda. Alla fine della proiezione i fischi superano per clamore gli applausi. Uno spettatore sputa addirittura addosso a Fellini, un altro lo sfida pubblicamente a duello. Non va meglio alla proiezione privata in casa di Angelo Rizzoli, che ha prodotto il film insieme a Peppino Amato. Di fronte a un’accoglienza così sfavorevole l’imprenditore lombardo confida agli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa. Ho già capito che è meglio limitare le perdite perché sarà un fiasco». Il suo proverbiale fiuto questa volta si sbaglia. A molti critici il film piace e il pubblico ne farà uno dei campioni d’incassi della stagione.
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[+] è per "la dolce vita!"
(di gianni lucini)
[ - ] è per "la dolce vita!"
[+] postato nel film sbagliato
(di gianni lucini)
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biancaritacataldi
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mercoledì 17 agosto 2011
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la non-idea
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1963. La prigione di Alcatraz ritira finalmente i suoi artigli e viene chiusa per sempre. Martin Luther King tiene il discorso I have a dream dinanzi ad un’immensa folla, piccola parte di un’umanità che sta cambiando. In una sera di giugno, il mondo perde Giovanni XXIII. Mina canta Stessa spiaggia, stesso mare con un taglio di capelli a caschetto che ha fatto storia. E Federico Fellini gira un film che non è un film. Lo intitola provvisoriamente “8 ½” perché non gli viene in mente niente di meglio. Perché non ha un’idea precisa, per la verità. Il grande regista si è ormai lasciato travolgere da una caotica giostra di pensieri, che vortica dentro di lui e che preme, preme insistentemente contro le pareti del suo corpo per uscire.
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1963. La prigione di Alcatraz ritira finalmente i suoi artigli e viene chiusa per sempre. Martin Luther King tiene il discorso I have a dream dinanzi ad un’immensa folla, piccola parte di un’umanità che sta cambiando. In una sera di giugno, il mondo perde Giovanni XXIII. Mina canta Stessa spiaggia, stesso mare con un taglio di capelli a caschetto che ha fatto storia. E Federico Fellini gira un film che non è un film. Lo intitola provvisoriamente “8 ½” perché non gli viene in mente niente di meglio. Perché non ha un’idea precisa, per la verità. Il grande regista si è ormai lasciato travolgere da una caotica giostra di pensieri, che vortica dentro di lui e che preme, preme insistentemente contro le pareti del suo corpo per uscire. Un disordine che muove la sua penna verso una sceneggiatura che altro non è se non delirante poesia: parole che riecheggiano sul fondo degli incubi di ieri, di oggi e di sempre, parole che lottano contro il vuoto di significato per rivendicare la loro assoluta legittimità. E intanto, passano i giorni. C’è un film da realizzare, e ci sono produttori da mettere a tacere e risposte da dare alle infinite domande che gli vengono rivolte, ma Fellini non ha altre idee al di là di questa geniale, caotica Non-Idea. Dunque, il titolo. Un titolo messo lì per caso, perché non c’era niente di meglio. Eppure, quelle cifre – 8 ½ - sono l’estrema, matematica, sintesi di ciò che accade nella mente del regista. L’otto, perfetto nelle sue rotondità infinitamente percorribili, sembra quasi ricalcare l’ordine insito nei film già realizzati. Un numero che è completezza, che non si interrompe mai, che insegue continuamente le proprie curve senza scossoni né singhiozzi. Otto film. Otto idee. Poi, ½. Che non sembra nemmeno un numero, con quel taglietto obliquo che divide l’uno dal due. Un Non-Numero per una Non-Idea. L’incompletezza. L’imperfezione. L’interrotto. Otto film e un episodio. 8 ½, semplici numeri che quasi feriscono lo sguardo nel momento in cui appaiono nei titoli di testa, immobili nei loro caratteri gotici contro il nero dello sfondo. E qualche istante dopo questa fugace apparizione, il film ha inizio. Uno splendido Mastroianni in camicia inamidata si muove sicuro di sé in un personaggio che, al contrario, è insicuro e instabile. Un personaggio – Guido Anselmi, regista di mezza età alle prese con un nuovo film – in profonda crisi interiore. In lui, l’artista e l’uomo sembrano inizialmente seguire due strade diverse, ognuno perso nei suoi problemi e, tuttavia, pericolosamente vicini. Nella prima metà del film, infatti, è la crisi dell’uomo a prevalere: le numerose donne sono ancora reali, presenti, per così dire verosimili. I ricordi d’infanzia, che frenano di tanto in tanto il flusso già di per sé incostante della narrazione, sono di volta in volta critiche alla famiglia, alla Chiesa e all’istruzione, rielaborate dalla mente dell’uomo maturo. Nella seconda metà del film, invece, la crisi dell’artista - alle prese con un film che sembra irrimediabilmente destinato a divenire un aborto – si confonde con quella della persona stessa. Le scene iniziano a mescolarsi e a vorticare, il tempo diventa Fuori-tempo, e la Non-Idea, che aveva ormai occupato la mente del regista Fellini, entra prepotentemente nei pensieri del regista Anselmi, il protagonista. Un film nel film, dunque. E lo spettatore non può più distinguere la realtà dalla fantasia, il vero dal falso. Il realistico cede il passo a un più largo verosimile che diviene infine, dopo una disperata accelerazione, surreale. Particolarmente interessante è il ripetersi, nel corso del film, dell’espressione “Più niente da dire”. Queste parole compaiono più volte sulle labbra del protagonista, che non riesce a venire capo del suo film, ma ancor più sulle labbra di sua moglie, Luisa, interpretata da un’Anouk Aimée splendidamente gelida e nervosa. Nel finale, Luisa grida addirittura “He has nothing to say” traducendo in inglese, dunque, la suddetta espressione. L’inglese è voluto e indispensabile, poiché è l’unica lingua che tutti i personaggi del film, attrici e attori di diverse nazionalità, possono comprendere. Luisa, quindi, rende definitivamente pubblica la disfatta di suo marito: tutti i personaggi del film e tutti gli spettatori al di là dello schermo devono sapere che Guido Anselmi ha fallito, che non ha più nulla da dire. E per ben due volte, nel film, il personaggio Guido muore: all’inizio, in una macchina piena di gas dinanzi agli occhi spenti e distratti degli altri, e alla fine. E non è un caso che Guido, pressato da tutte le donne e le attrici e i produttori della sua vita, si nasconda sotto un tavolo e si spari alla tempia dicendo “Datemi un attimo, devo pensare a cosa dire”. Cosa dire. Cosa dire. E’ questa la chiave dell’intero film: il disordine del pensiero che, tuttavia, è comunicazione, al contrario di ciò che Guido e Luisa credono. E’ il caos, ciò che il regista – Guido, ma anche Fellini – ha da dire. Dunque quel He has nothing to say è una bugia, così come sono una menzogna la macchina piena di gas e lo sparo sotto il tavolo. Infine, il protagonista giunge alla resa dei conti. L’enfer c’est les autres, scriveva Sartre. Guido, invece, capovolge questa affermazione, nel momento in cui capisce di dover accettare gli altri, il suo passato e tutto ciò che lo circonda per ricominciare a vivere. Significativa, infatti, è la scena dei provini: il produttore costringe Guido a guardare, e riguardare, le registrazioni dei provini per scegliere gli attori adatti al film. E gli attori in questione altro non sono che coloro che hanno popolato la vita di Guido. Accettando gli attori e scegliendoli per il suo film, il regista accetta tutte le persone – reali – che lo hanno accompagnato negli anni. Le donne del suo passato diventano personaggi, la realtà si capovolge e il film diviene, lentamente, inesorabilmente, uno specchio appena un po’ incrinato della sua vita. E tuttavia, così come il film, inizialmente destinato al fallimento, viene improvvisamente riportato alla luce negli ultimi minuti della pellicola, così la vita del protagonista ricomincia sotto la protezione di un imprevedibile ottimismo. Ecco spiegata, dunque, la scena finale: niente di meglio del circo, infatti, può esprimere la gioia improvvisa, la liberazione del protagonista, il ritorno del bambino che è in lui. Infatti, proprio nella scena finale, ricompare il bambino Guido, per la prima volta vestito di bianco. E’ lui, infatti, a dirigere la piccola orchestra che lo segue senza sosta in circolo, come in una stramba processione. L’innocenza del bambino prende il sopravvento sul disordine, sulla folla di gente – gli altri, appunto – che Guido ha finalmente imparato ad accettare. “Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare, mi ridà forza, vita? Vi domando scusa, dolcissime creature; non avevo capito, non sapevo. Com'è giusto accettarvi, amarci. E come è semplice! Luisa, mi sento come liberato: tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare. Ma non so dire... Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso. Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere adesso.” grida Guido, giunto ormai al termine della sua lotta interiore. E così, al ritmo della musica frizzante di Nino Rota, si chiude il film, spegnendosi al di sopra di ogni personaggio e lasciando soltanto il bambino al centro della scena, vestito di bianco, fermo nel suo limitato, e tuttavia splendente, alone di luce.
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radiante
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venerdì 8 aprile 2011
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pietra miliare (forse persa di vista)
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Confesso che non l'avevo mai visto.
Il lavoro è notevole, davvero a livelli altissimi (non lo scopro certo io).
A tratti mi ha lasciato decisamente a bocca aperta.
A volte è risultato un po' pesante, mi è arrivato un po' troppo "trottolante su se stesso". Ma, del resto, anche il miglior latte ha qualche grumo, e c'è a chi piace proprio per questo.
Un profondo lavoro di scavo psicanalitico, giù nella mente di un uomo (forse lo stesso regista?), nelle sue emozioni, nei suoi ricordi, fino ad arrivare alle debolezze ma anche alle sue forze ciclopiche.
A tratti ho provato dei brividi gelidi, come forse mai con alcun film dell'orrore.
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Confesso che non l'avevo mai visto.
Il lavoro è notevole, davvero a livelli altissimi (non lo scopro certo io).
A tratti mi ha lasciato decisamente a bocca aperta.
A volte è risultato un po' pesante, mi è arrivato un po' troppo "trottolante su se stesso". Ma, del resto, anche il miglior latte ha qualche grumo, e c'è a chi piace proprio per questo.
Un profondo lavoro di scavo psicanalitico, giù nella mente di un uomo (forse lo stesso regista?), nelle sue emozioni, nei suoi ricordi, fino ad arrivare alle debolezze ma anche alle sue forze ciclopiche.
A tratti ho provato dei brividi gelidi, come forse mai con alcun film dell'orrore.
A volte ho riso, a volte mi sono commosso. A tratti angosciato.
Insomma, l'ho vissuto, questo film.
Senza dubbio una pietra miliare.
Voto complessivo: 8 e mezzo, naturalmente!
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joker 91
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domenica 23 gennaio 2011
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un capolavoro italiano
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un film decisamente pazzesco che gioca su cosa è l'artista,dopo la dolce vita fellini affronta un tema non facile rifacendosi attraverso il personaggio di guido a se stesso ed a quello che il mitico 4 VOLTE PREMIO OSCAR stava passando. Mastroianni è senza ombra di dubbio il migliore attore italiano mai esistito ed lo dimostra ancor più qui che in la dolce vita ma il film resta geniale per la partecipazione di altri mitici attori E attrici e soprattutto per il tema non facile da rendere. Fellini è IL NEOREALISMO ED è L'ITALIA CINEMATOGRAFICA NEL MONDO CHE PURTROPPO DIFFICILMENTE TORNERà
[+] neorealismo???
(di poggi)
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