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Roma FILM FEST 2009 - NewsGuida al Festival Internazionale del film di Roma dal 15 al 23 ottobre 2009. Tutte le recensioni dei film in rassegna, commenti del pubblico, locandine, foto, trailer e anticipazioni. |
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News
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Roma FILM FEST 2009 - News
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L'opera prima del regista italo-danese Nicolo Donato, Brotherhood, vince la quarta edizione del Festival del Cinema di Roma e si aggiudica il Marc'Aurelio d'Oro per il miglior film assegnato dalla giuria della Sezione ufficiale presieduta dal regista Milos Forman (Amadeus) e composta da Gabriele Muccino, Gae Aulenti, Jean-Loup Dabadie, Pavel Lounguine e Senta Berger. L'ex fotografo di moda ha debuttato con quella che è stata considerata la pellicola più controversa del Festival che racconta una storia d'amore gay all'interno di un gruppo neonazista che organizza raid punitivi contro arabi e omosessuali. L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, uno dei film favoriti per la vittoria di questa edizione assieme a Triage, Tra le nuvole e The Last Station si è invece aggiudicato il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento.
L'opera prima del regista italo-danese Nicolo Donato, Brotherhood, vince la quarta edizione del Festival del Cinema di Roma e si aggiudica il Marc'Aurelio d'Oro per il miglior film assegnato dalla giuria della Sezione ufficiale presieduta dal regista Milos Forman (Amadeus) e composta da Gabriele Muccino, Gae Aulenti, Jean-Loup Dabadie, Pavel Lungin e Senta Berger. L'ex fotografo di moda ha debuttato con quella che è stata considerata la pellicola più controversa del Festival che racconta una storia d'amore gay all'interno di un gruppo neonazista che organizza raid punitivi contro arabi e omosessuali.
L'uomo che verrà di Giorgio Diritti, uno dei film favoriti per la vittoria di questa edizione assieme a Triage, Tra le nuvole e The Last Station si è invece aggiudicato il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento.
Nella sala Sinopoli dell'Auditorium di Roma sono stati inoltre consegnati il Premio Marc'Aurelio d'Argento della Giuria ad Helen Mirren come migliore attrice in The Last Station di Michael Hoffman dove ha interpretato la Contessa Sofa, la devota moglie di Tolstoj mentre Sergio Castellitto ha vinto il Premio Marc'Aurelio d'Argento della Giuria come migliore attore per il film diretto da Alessandro Angelini, Alza la testa, come da pronostico.
Carlo Verdone ha premiato con il Marc'Aurelio d'oro del pubblico al miglior film-BNL , il film più votato dal pubblico della sezione ufficiale con una tessera gratta e vinci, L'uomo che verrà.
Durante la serata presentata da Vanessa Incontrada sono stati inoltre resi noti i vincitori delle altre sezioni del Festival. Le due giurie di giovani scelti sul territorio nazionale per la sezione Alice nella città hanno consegnato il Marc'Aurelio d'Argento Alice nella città sotto i 12 anni al film Last Ride di Glendyn Ivin mentre il Premio Marc'Aurelio d'Argento Alice nella città sopra i 12 anni è andato a Oorlogswinter di Martin Koolhoven. Vegas di Gunnar Vikene ha invece ricevuto una mezione speciale.
Mentre Folco Quilici, Francesco Conversano, Salvo Cuccia, Giovanna Gagliardo, Gianfranco Pannone, Franco Piavoli e Sherin Salvetti hanno premiato con il Marc'Aurelio d'Argento il film Sons of Cuba di Andrew Lang come miglior documentario per la sezione L'Altro Cinema/Extra, i film Fratelli d'Italia e Severe Clear si sono entrambi aggiudicati una menzioni speciale.
A fine serata Giuseppe Tornatore ha consegnato il Marc'Aurelio d'Oro alla Carriera a Meryl Streep, che nelle edizioni precedenti è andato a Sean Connery, Sophia Loren e Al Pacino.
Con tutta la semplicità che l'ha sempre contraddistinta, accompagnata da quel suo sguardo da donna soddisfatta, ieri sera Meryl Streep ha incantato tutti sulla passerella del Festival di Roma. A chi le ha domandato il suo segreto, Meryl ha risposto: "Ciò che brilla, veramente, in fondo al cesto è: amore, sesso, cibo. È questa la piccola gemma che si nasconde in fondo alle nostre vite. Mentre il potere, la carriera, i soldi, possono mettere in ombra quel che conta veramente. Basta poco per essere felici: finché abbiamo un tetto sulla testa e cibo a sufficienza, va tutto bene. Almeno, questo vale per la mia vita".
Tutto esaurito per quello che sicuramente è l'evento più atteso di tutto il Festival del Film di Roma: l'incontro di Meryl Streep con il pubblico. Sala gremita fino all'inverosimile e persone sedute sulle gradinate per accogliere la più grande attrice vivente. Lei, si presenta in abito nero e comincia un piccolo e moderato show fatto di racconti, battute e spiegazioni sul suo lavoro imbeccata dalle domande di Mario Sesti e Antonio Monda e da alcuni spezzoni scelti nel mare delle sue prestazioni memorabili.
Su tutto però regna quel modo di prendere la vita da Meryl Streep, a metà tra il sorpreso e il rilassato, un'ottica che l'attrice non esita a definire quasi zen e che secondo lei è propria degli attori: "Tutti siamo molto incerti nella vita ma più invecchio più penso che gli attori la capiscano davvero. Non si può mai dire cosa accadrà e gli attori sono più a loro agio con questa condizione poichè ci convivono costantemente. Se fai bene questo mestiere non anticipi nulla e riesci ad essere davvero sorpreso anche al trentaseiesimo ciak".
La saga inaugurata da Twilight torna il 18 novembre a gettare la sua luce crepuscolare sulle platee italiane con New Moon, il film tratto dal secondo romanzo di Stephenie Meyer, affidato questa volta alle mani di Chris Weitz. Stando all’anteprima di venti minuti, il regista sembra non riscrivere le coordinate di base adottate da Catherine Hardwicke, se non per quelle che sono le richieste della trama, che inserisce nella saga la mitologia legata alla confraternita dei lupi mannari e sposta in parte l’azione a Volterra, presso la famiglia dei Volturi, creature vecchie centinaia di anni e responsabili dell’esecuzione e del rispetto della legge nella comunità dei vampiri. A capo dei Volturi, Michael Sheen, nei panni di Aro, promette fin da questa breve anticipazione romana un’interpretazione di qualità, ma il fulcro del secondo appuntamento è senza dubbio il triangolo Bella-Edward-Jacob, che garantisce lacrime, sangue ed effetti speciali.
Rispondono alle domande della stampa e all’assalto delle fans, la sceneggiatrice Melissa Rosenberg e gli attori Cameron Bright, Jamie Campbell Bower e Charlie Bewley, che nel film interpretano tre membri della famiglia dei Volturi.
Far parlare i fratelli Coen non è semplice. Sono così gentili da prestarsi quando ci sono degli eventi particolari ma quando si tratta delle conferenze stampa di routine, quelle che accompagnano l'uscita di ogni film, non sono altrettanto disposti a rilasciare più di qualche frase. Eppure gli enigmatici fratelli con il poco che dicono sanno essere incisivi.
Di sicure ci sono le informazioni. Il loro nuovo film A serious man presentato al Festival del Film di Roma ha sicuramente un retroterra biografico, si svolge infatti in una comunità ebrea degli anni '60 molto simile a quella dove sono cresciuti i registi/scrittori "ma il resto è ficiton" ci tiene a precisare Ethan. Fiction come lo può essere un film, dove ogni cosa ha comunque dei referenti reali, perchè chi scrive comunque non può fare a meno di ispirarsi al proprio vissuto e alle proprie esperienze. E così è anche per quest'opera enigmatica e solitaria dei Coen nella quale un altro uomo che non c'era cerca un senso per la sua vita.
Presentato ieri tra i film in concorso al Festival di Roma, L'uomo che verrà di Giorgio Diritti è stato subito accolto positivamente dalla critica.
Attraverso gli occhi di una bambina che ha smesso di parlare dopo la perdita del fratellino, la pellicola racconta la strage di Marzabotto, un eccidio di 770 persone avvenuto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale a pochi chilometri da Bologna.
Ecco tutte le foto del red carpet.
Soltanto un anno fa, la militanza di Spike Lee si è addentrata nelle pagine dolorose della storia italiana per raccontare la fucilazione di massa di 560 civili di Sant'Anna di Stazzema ad opera dei reparti nazisti. Il progetto (Miracolo a Sant'Anna) nutriva tuttavia come visibile interesse principale non tanto quello di raccontare la strage italiana, quanto quella dei soldati neri di fanteria mandati al macello sulle Alpi Apuane. Al di là degli Appennini, solo un mese dopo Sant'Anna, un altro eccidio venne compiuto con simili, tragiche e terribili modalità: la strage di Marzabotto. Giorgio Diritti, regista di formazione olmiana, legge quel rastrellamento di massa compiuto fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 dal punto di vista della gente del territorio. Braccianti che parlano un bolognese antico, quasi estinto, e che hanno volti su cui si leggono le pieghe del tempo e della fatica. Persone che non concepiscono la guerra semplicemente perché la guerra è qualcosa di innaturale, di improprio per l'uomo.
Dopo l'insospettabile quanto meritato successo de Il vento fa il suo giro, Diritti si conferma regista dello spirito di comunità: inteso come gruppo linguisticamente e antropologicamente riconoscibile e come ideale culturale di pace e condivisione.
Scrittore molto popolare è una definizione che sta stretta a Paulo Coelho, autore brasiliano noto e amato in tutto il pianeta. I suoi non sono lettori ma seguaci di libri che sono tanto racconti quanto saggi su un certo modo di vedere il mondo e intendere a vita.
Non sorprende quindi che ad un incontro tenuto con lo scrittore all'interno di un Festival del Film come quello di Roma, che poco ha di letterario, lo stesso i posti siano andati esauriti in un attimo. E non sorprende nemmeno il fatto che quando Coelho ha provato a mettere in rete l'ipotesi di realizzare un film tratto da un suo libro con la collaborazione spontanea e gratuita dei suoi lettori ("perché" ha pensato l'autore "in fondo i libri si svolgono nella loro testa") questa cosa si sia tramutata in un caso con circa 6.000 adesioni che hanno causato due anni di lavoro per arrivare finalmente a The experimental witch il film, diretto dai lettori e basato sul libro La strega di Portobello, che esiste in una versione da 6 ore, in una da 4 e una fatta apposta per il Festival di Roma da 2.
Tutti riuniti per lo stesso film. Oggi sposi vede infatti alla sceneggiatura la premiata ditta Brizzi e Martani (Notte prima degli esami, Ex) assieme a Fabio Bonifacci (Notturno bus, Diverso da chi?, Lezioni di cioccolato) coordinati da Luca Lucini (L'uomo perfetto, Solo un padre, Amore bugie e calcetto). Un trust di talenti con un team di attori di prima linea formidabili e caratteristi di provata esperienza.
"Ho un approccio da esterno al cinema, trovo sia uno spettacolo di intrattenimento e pura gioia del raccontare" dice il regista parlando del suo modello che sarà esportato all'estero da Cattleya "Non mi sono sforzato di rendere attuale un genere così nostro come la commedia, anche perché gli ingredienti fondamentali sono sempre la scrittura e la recitazione. I nostri cinepanettoni ad esempio non sono esportabili facilmente, si tratta di fenomeni locali. Io invece credo che la commedia debba essere destinata ad un pubblico generico e anche non italiano".
Capita alle volte che un film non sia solo il prodotto di un autore ma di più persone, e di certo accade sempre quando di mezzo c'è Vittorio Storaro, titanico direttore della fotografia, e in particolar modo quando incontra Carlos Saura. I due hanno già collaborato diverse volte e sempre all'insegna di una ricerca della possibile unione tra luce e musica. Ora, con Io, Don Giovanni la coppia giunge ad una nuova sintesi.
A detta degli stessi autori il risultato è stato possibile grazie a "costumi, scenografia, luce e a un'ambientazione che leghi i due mondi creando un ambiente che sia vero negli oggetti ma latente nella parte tutta intorno, così da poter ogni volta entrare e uscire dalla vita personale e creativa attraverso l'immagine" parola di Storaro.
Creato l'ambiente però bisognava riempirlo di attori e, trattandosi di una produzione in larga parte italiana, la maggior parte del casting si è svolto a Roma. Attori poco noti, attori cantanti e attori con esperienza teatrale, la scelta poteva essere ardua invece, a detta del regista, si è rivelata stranamente facile.
È una piccola diva italiana per noi di Extra" dice Mario Sesti nell'introdurre Asia Argento e non sbaglia perché per una sezione che si propone di esplorare tutte le dimensioni del cinema, una personalità come quella di Asia, che spazia dalla recitazione (fin da quando ha 9 anni), alla regia, alla videoarte, alla letteratura in diversi paesi d'Europa e poi anche in America, è un punto ineludibile. E non a caso quest'incontro arriva dopo un lungo corteggiamento e alcuni rifiuti alle edizioni degli anni passati.
Per l'occasione è stato proiettato anche OneDreamRush, mediometraggio composto da cortometraggi di diversi autori, ognuno della durata di 42 secondi, nel quale tra i nomi illustri (Lynch, Ferrara, Anger, Sigismondi…) compare ovviamente anche quello di Asia Argento con un'opera sui transessuali.
Dopo la proiezione arriva la consueta chiacchierata con Mario Sesti e poi le domande del pubblico. Asia ci tiene a rimarcare da subito il suo carattere timido e, nonostante le consuete impennate di carattere e la voglia di mettere a disagio l'intervistatore stesso, l'imbarazzo dell'attrice finisce per emergere.
Poco meno di 120 film da attrice in 48 anni tra televisione e cinema diretta da alcuni dei più grandi registi di una stagione tra le migliori del cinema italiano. Eppure per Stefania Sandrelli non è abbastanza e così adesso passa dietro la macchina da presa con Christine, film d'esordio atipico al quale dice la stessa Sandrelli potrebbe non seguire un'altra pellicola: "Non mi considero in fondo una vera regista sono più come un direttore d'orchestra che si occupa di mettere insieme i singoli elementi e correggerli se stonano". Però intanto un film l'ha fatto.
La produzione non è stata delle più facile, il budget esiguo per essere un'opera in costume (circa 2 milioni e mezzo di euro), per fortuna però ad aiutarla sono arrivati diversi amici e parenti, in primis la figlia Amanda, poi Alessio Boni e l'amico Alessandro Haber che hanno interpretato tutti i ruoli cruciali. Piccolo ruolo ma fondamentale invece per Roberto Herlitzka.
La storia è quella di Christine de Pisan, poetessa del '400, italiana vissuta in Francia, madre sola di due figli che passò da ricchezza a povertà e dovette lottare tutta la vita per affermare la sua idea di componimento troppo rivoluzionaria per l'epoca.
Da fumetto giapponese a cartone animato americano la strada è lunga e ancora di più lo è da opera di nicchia anni '50 a blockbuster del 2009. I rischi legati ad Astro Boy sono tantissimi, molti dei quali risiedono anche nel doppiaggio italiano come sa bene chi ha visto straordinari lungometraggi d'animazione massacrati dall'edizione italiana.
A prestare le loro voci in questo caso ci sono (tra i noti) Silvio Muccino, Carolina Crescentini e il Trio Medusa. Non tutti loro sono o sono stati appassionati di animazione giapponese ma sentono comunque la gravità del peso di portare oggi e in Italia un classico che conta moltissimi appassionati. Gravità che li ha portati in molti casi ad un lavoro molto particolare sulla voce che tenga conto del fatto che non si tratta solo di un cartone per bambini ma di una vera opera per tutti.
Le storie di Radu Mihaileanu, rumeno di origini ma cosmopolita di sostanza, sono desideri di fuga che accettano la simulazione, che invitano all'imbroglio. Per il regista di Train de vie e Vai e vivrai, fuggire significa ritrovare una libertà personale o un'identità collettiva, e poco importa essere onesti quando si è animati da oneste aspirazioni. Dopo il villaggio di ebrei alla guida di un finto treno nazista in fuga dalla Shoah e l'avventura attraverso tre continenti di un ragazzo etiope che si finge ebreo per cercare rifugio nello stato di Israele, Le concert racconta di un gruppo improvvisato di musicisti russi e gitani che si sostituiscono all'orchestra del teatro Bolshoi in cerca di rivalsa dopo che i dettami culturali di Brežnev e la politica antisemita del regime sovietico li ostracizzarono dal panorama musicale.
L'indissolubile legame che stringe finzione, fuga e libertà, passa questa volta attraverso la musica classica e in particolare le partiture popolari (e per questo avversate dai gerarchi del comunismo) di Cajkovskij. Ma si manifesta anche attraverso una vena umoristica che non risparmia tanto il gruppo di chiassosi slavi quanto gli affettati francesi, tanto i nostalgici del comunismo quanto gli ebrei affaristi. Un insieme di due linguaggi universali, quella fra musica e ironia, capace di risvegliare ambizioni artistiche messe violentemente a tacere e riaprire segreti sepolti nel passato . Ma soprattutto, intenzionata a riconoscere nelle simmetrie fra immagini visive e immagini sonore, un'armonia suprema di strumenti musicali e di culture differenti.
C'è un ospite d'eccezione tra il cast di Alza la testa ed è Giorgio Colangeli che qui a Roma è stato premiato come miglior attore per L'aria salata nella prima edizione del festival. E proprio lui prende la parola per primo per fare un elogio della prestazione di Sergio Castellitto in questo film concludendo con l'auspicio che la giuria ne tenga conto al momento di assegnare i premi. E chissà forse lo farà visto che realmente il modo in cui Castellitto ha trasfigurato se stesso ha dello straordinario.
Accanto ai due attori anche l'esordiente Gabriele Campanelli, nel film il figlio di Castellitto, tutti tenuti sotto l'ala del regista Angelini che subito sintetizza tutto il flim così: "È la storia di un uomo che cada e si rialza, il rapporto padre figlio è solo un spunto. È uno sguardo diverso rispetto a quello di L'aria salata, lì era da figlio a padre, qui invece è un papà che guarda il figlio e che nel farlo sconfina in altri ruoli come quello dell'allenatore o anche della madre, anche se vivendo in un ambiente virile occuparsi del figlio con uno sguardo femminile non va molto bene".
È vero. Premetto che ho solo 31 anni ma ho già capito una cosa e cioè che la vita è estremamente complicata e non ci sono risposte precise. Credo che molte delle storie degli uomini siano state raccontate e molte delle storie delle donne non lo siano ancora state e sono sempre stato attratto dalle donne sveglie e brillanti, come mia moglie, d'altronde, ma mi rendo conto che quella di oggi in America è una generazione di donne con un problema di difficile risoluzione, donne che hanno tra i 35 e i 40 anni e hanno lavorato sodo per la loro carriera e amano i loro lavori ma un giorno si svegliano e realizzano che però vorrebbero anche una famiglia, dei figli. È la prima generazione post-femminista. Volevo ritrarre queste donne e l'ho fatto tramite le due figure di Alex e di Nathalie: una 34enne piuttosto disillusa e una 23enne che crede di sapere già come sarà la sua vita futura. Ho immaginato un dialogo tra loro una notte che ero a letto con mia moglie e le ho chiesto, se avesse potuto parlare con se stessa a 18 anni, cosa avrebbe detto di cercare in un uomo allora e cosa cercherebbe invece ora e ho trascritto quel che lei ha detto e costruito la scena.
L'auditorium di Roma ospita l'università della Southern California per gettare un occhio sulle nuove leve dell'animazione made in Usa. Sedici cortometraggi di diploma che serviranno agli studenti come biglietto da visita per tentare il sogno di lavorare alla Pixar o dare loro l'opportunità di impiegarsi subito in qualche produzione che ha bisogno di ricorrere agli effetti speciali. Un anno di lavoro per ogni film, la massima dell'autarchia come stella polare (si lavora all'interno della scuola, con musicisti della scuola), il circuito dei festival internazionali come termometro extra moenia.
Spiace, ma la temperatura che si è misurata a Roma è bassa, il paziente, che pareva godere di ottima salute nel momento della presentazione -poiché il corto d'apertura, The Intruder di Alessandro Ceglia, è tanto semplice nell'ideazione quanto riuscito nell'esecuzione e apprezzabilissimo alla fruizione- comincia immediatamente a dar segni di cedimento, risollevandosi in rare occasioni (The Gloaming di Andrei Huang batte strade già troppe volte percorse; El sabor del peligro di Greg Araya è gradevole ma nulla più), magari quando la storia è così forte che per rovinarla occorrerebbe impegnarsi non poco (ed è questo il caso di di Jan Pfenninger, tratto da Wilde, che lavora sulla danza della protagonista e dunque sul sonoro e sul movimento). L'episodio finale, Gemini Max & The Glowing Goddess di Ben Shalom è una lunga agonia: il corto si snatura in un'operetta senza giusta misura, perdendo di brio e di senso. Per quest'anno non si intravedono nuovi Lucas o Spielberg all'orizzonte.
Fino all'ultimo respiro e fino all'ultimo biglietto per vedere ieri a Roma l'attore cult degli anni Ottanta, Richard Gere, gigolò per una stagione e buddista per sempre. Ultimo dei romantici, si è confessato davanti a una sala appassionata e impressionata dalla sua quiete bellezza spirituale, che ha sopportato il passaggio degli anni con la meditazione e lo slow life, senza ricorrere agli stridori pacchiani di trucchi e ritocchi. Amante impetuoso nei "giorni del cielo" di Malick, antidivo per Altman, pigmalione per Garry Marshall, maldestro giornalista di città, innamorato in "autunno", primo cavaliere, colpevole fino a prova contraria, ginecologo texano o marine incazzato, è da sempre alle prese con l'universo femminile, invitato a ballare o (r)accolto sulla Walk of Fame. Filantropo in abito grigio e a piedi nudi nel parco, Richard Gere ha fatto sentire la sua pretty woman meno puttana e la sua psichiatra molto innamorata, diventando il volto indiscusso e smaltato della commedia sentimentale convenzionale, sospesa occasionalmente per gestire "affari sporchi" o "amori infedeli". Preferibilmente nudo negli Ottanta, abbottonato negli anni Novanta, Gere con Pretty Woman invertì il segno ma non il senso: Julian Key si faceva pagare dalle donne, Edward Lewis le pagava. Molti film e reincarnazioni dopo, Gere si emancipa dalla banalità glamorous e si accompagna sullo schermo e in passerella ad un cucciolo, seminando quello che raccoglierà nella prossima vita (artistica).
La sua visionaria ostinazione, pari solo a quella di Parnassus e di Don Chisciotte, gli ha permesso di guardare la realtà con altri occhi e di leggere la poesia dove c'era il dramma, la vita dove trionfava la morte. Come l'hidalgo spagnolo che si sognava cavaliere nella Mancia di Cervantes così Terry Gilliam ha immaginato che il suo ragazzo dai riccioli d'oro e la mascella morbida calcasse ancora e per sempre il palcoscenico del Dottor Parnassus, attraversando il magico specchio dell'Imaginarium. Alla sopraggiunta morte di Heath Ledger, il regista americano ha trasformato il suo film in un omaggio, "facendo in tre" il suo protagonista. Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, in rigoroso ordine di apparizione, si sono sostituiti e avvicendati generosamente dentro lo schermo e oltre lo specchio. Sospesi sulla soglia, tre sono tornati e uno è restato, dondolando come Giocasta "stretto nel nodo". Era troppo curioso il Tony di Heath Ledger, fin dall'inizio, fin dalla soglia. E ora è da qualche parte, oltre l'arcobaleno, in un mondo capovolto, in un paese delle meraviglie o nella terra di Oz, dove il cielo è sempre azzurro e i sogni impossibili diventano realtà. Solo da questa parte dello specchio il lieto fine non è mai garantito.
Dopo Venezia e Londra, la coppia dell'anno Clooney-Canalis protagonista assoluta del Festival di Roma. In elegante abito nero lei, in giacca e cravatta lui, sono stati accolti da una folla di fans accorsi all'Auditorium per la presentazione del film Tra le nuvole.
Ryan Bingham ha un bagaglio leggero. Non può fare altrimenti, deve ottimizzare i tempi d'imbarco e di movimento, non può portarsi dietro niente e nessuno. Deve essere libero, per volare da una parte all'altra degli Stati Uniti, a licenziare gente piena di figli e di problemi. A trainare con charme il trolley di Ryan è George Clooney, a pilotare l'aereo di Up in the air che lo ha portato al festival di Roma è Jason Reitman, che conosce la strada perché se l'è già spalancata due anni fa con Juno.
La quarta edizione del festival di Roma si caratterizza per l'importanza delle tematiche affrontate. Lo ha dichiarato il Direttore Artistico Piera Detassis affermando che molti dei film presenti nelle varie sezioni raccontano la crisi contemporanea. E non a caso ad inaugurare il festival è stato chiamato Triage, il nuovo lavoro di Danis Tanovic che affronta il tema della memoria intesa non solo come nostalgia del passato ma come antidoto che impedisce i ripetersi degli errori del passato. Anche la pattuglia di film italiani presenti al festival affronta temi importanti, a partire da Viola di mare, storia di un amore trasgressivo in una società patriarcale, per continuare con L'uomo che verrà di Giorgio Diritti che riprende il tema della memoria e con l'opera seconda di Alessandro Angelini, Alza la testa.
Presentato ieri al festival di Roma Viola di mare, storia di un amore proibito ambientata nella Sicilia dell'800. Prodotto da Maria Grazia Cucinotta e diretto da Donatella Maiorca, il film ha per protagoniste Isabella Ragonese e Valeria Solarino costretta, per amore, ad assumere le sembianze di un uomo. Una pellicola che narra una storia di amore e libertà che farà parlare molto di sé per l'argomento affrontato, di strettissima attualità.
Aveva una magnifica ossessione Heath Ledger, rivelato e rivelata ieri a Roma dentro una sala e uno schermo "extraordinario". Attore giovane e preparato sognava di diventare regista e sarebbe stata, anche in questo caso, una benedizione. Finanziava un collettivo artistico di Los Angeles e contemporaneamente scriveva e girava videoclip musicali, ne ha diretti sei con tecniche svariate, immaginando, come Parnassus, un cinema per "ingannare" e incantare il mondo. Il regista Matt Amato e la produttrice Sara Cline, ambasciatori dei The Masses a Roma, hanno consegnato idealmente e materialmente al pubblico romano il cuore e il materiale inedito di Heath Ledger, quattro videoclip e un corto animato, King Rat, blasonato addirittura dalla Peta, un'organizzazione no-profit a sostegno dei diritti degli animali. Da Ben Harper a Nick Drake, dal rapper N'Fa ai Modest Mode, dall'astratto all'animazione, l'attore australiano cercava e sperimentava una, cento, mille forme per trasformare le note in immagini, giocando sui due versanti della propria attività e mettendo culturalmente regista e attore su un piano di parità. Regalando uno spazio e una speranza ai The Masses e ai loro progetti poco commerciali e molto artistici, Heath Ledger dimostrò la volontà di misurarsi con artisti altrettanto giovani, entrando con umiltà nel loro modo di concepire la professione, studiando, comprendendo e applicandosi. L'amicizia vera, poi, la stringeva nel privato, come con Matt Amato o con Johnny Depp, con Jude Law o Terry Gilliam, ma c'era comunque un grado di implicita intimità nel modo in cui Ledger approcciava i suoi colleghi, che ne faceva tutti dei potenziali amici. E questo è un punto importante: si respira nella sua filmografia e nell'esclusiva bottega artistica di L.A. un'aria di famiglia, quel senso ormai perduto di un'amplissima squadra di persone accomunate dall'amore per il proprio lavoro e dalla concezione che un film non sia solo un'esperienza tecnica e un'impresa finanziaria ma anche e soprattutto un incontro umano di talenti e attitudini. Scrivendo un biopic del cantante Nick Drake e adattando per lo schermo il romanzo di Walter Travis, "La regina degli scacchi", Heath Ledger ha dimostrato che il suo laboratorio è un luogo in cui si confeziona uno spettacolo di immagini e (soprattutto) di persone.
È un Richard Gere come al solito calmo e rilassato quello che si presenta sul palco del Festival del Film di Roma. Occhiali inforcati e parlata suadente il protagonista di Hachiko: a dog's story è decisamente affabile. Sarà il buddismo, sarà il suo modo di intendere la vita o forse il fatto che il suo film ha scatenato pianti irrefrenabili nella platea di severi critici e giornalisti solo poche ore prima.
"È una storia semplice di un cane e del suo padrone e questa è la sua forza, la nostra sfida era essere altrettanto semplici nel raccontarla" esordisce l'attore. E semplice lo è davvero, una trama ridotta all'osso (un cane perde il padrone e lo attende invano) per un film che Gere definisce: "simile ad un racconto attorno al fuoco" per il rapporto di diretta sincerità e di semplice sviluppo, non una storia d'amicizia come capita in questi casi ma "una storia d'amore nel senso più profondo che non ha nulla a che vedere con sesso e specie, ma con qualità innate".
Certo il film scatena idee e riflessioni tra il filosofico e lo spirituale ma anche Gere quanto a spunti spirituali non scherza…
È un plotone di donne quello che si presenta al Festival di Roma per parlare di Viola di mare, l'ultimo film di Donatella Maiorca, qui in concorso. Oltre alla regista ci sono la sceneggiatrice Pina Mandolfo, la produttrice Maria Grazia Cucinotta, le protagoniste Valeria Solarino e Isabella Ragonese e anche Gianna Nannini, autrice della colonna sonora.
Il film prodotto da Medusa ruota intorno a un fatto vero che, come dice la regista: "passa per molti tradimenti", ovvero quelli del libro "Minchia di re" e poi quelli del film. Tradimenti che sono concessioni artistiche, licenze utili a creare una storia godibile intorno a un nucleo reale. E quel nucleo è la storia di due donne, due amanti nella Sicilia di fine '800, che scelgono di andare contro il sentire comune e vivere insieme.
"Non voglio parlare di politica" precisa subito la produttrice Cucinotta "trovo che uno dei problemi di oggi sia il fatto che ne parla chi non la fa, io porto avanti le mie idee con il mio lavoro e cioè con il cinema", come dire che il film parla per lei e in maniera abbastanza inequivocabile.
Si è inaugurata ieri sera la quarta edizione del Festival di Roma con il film di Danis Tanovic Triage: sul red carpet, insieme al regista bosniaco, Paz Vega e Christopher Lee (grande assente Colin Farrell). Il tappeto rosso della prima serata si è caratterizzato comunque per la presenza di numerosi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura: da Gabriele Muccino a Christian De Sica fino ad arrivare ovviamente alla madrina Margherita Buy.
Un festival che è iniziato senza i grandi nomi dello star system internazionale ma che già per la giornata di oggi aspetta Richard Gere, in arrivo per presentare Hachiko: A Dog's Story, e per domani George Clooney (accompagnato ovviamente da Elisabetta Canalis) che presenzierà alla proiezione del suo Tra le nuvole.
Dopo il trionfo internazionale che qualche anno fa accompagnò No Man's Land, e che culminò poi con l'Oscar, si pensava a Denis Tanovic come ad un regista di guerra. Il film che quest'anno porta al festival di Roma, Triage, sembrava anche confermare l'impressione ma lui assolutamente rifiuta l'etichetta e non per non essere identificato con un solo genere quanto perchè lui, davvero, i film di guerra non li vorrebbe fare, prova troppo dolore.
Ormai amico del festival, dopo la presidenza della giuria nell'edizione dello scorso anno, Denis Tanovic porta quest'anno un film pieno di star. Ci sono Paz Vega, il solito Brank Djuric, Colin Farrell e anche il vecchio leone Christopher Lee ad interpretare una storia di reducismo che non ha al centro un soldato come spesso accade ma un fotografo tornato da una zona calda. Così accade sul serio che non sia tanto la guerra al centro della pellicola ma i suoi effetti su chi vi prende parte e anche su chi in quei luoghi non c'è mai andato, perchè come ripete spesso Tanovic: "Tutto è interconnesso".
A 80 anni dalla nascita e a 20 dalla morte del grande regista Sergio Leone, Roma celebra il padre dei mitici spaghetti-western. In occasione del Festival del cinema, la capitale, all'Auditorium Parco della Musica, ha inaugurato ieri la mostra "Sergio Leone, uno sguardo inedito" dove erano presenti la signora Carla Leone, vedova di Sergio Leone, il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della fondazione Cinema per Roma.
Heath Ledger si filma mentre si toglie la vita nella vasca da bagno, ma è solo una finzione, l'attore dirige se stesso mentre prova il ruolo di Nick Drake per un ipotetico film biografico che aveva intenzione di girare. È una delle immagini più forti dei molti filmati inediti girati dallo stesso Ledger che saranno mostrati durante l'Omaggio a Heath Ledger che la sezione Extra del Festival del Film di Roma proporrà il 16 ottobre.
Estratti da video in cui l'attore si sperimenta regista e videoclip musicali per band come Modest Mouse ma anche per artisti come Grace Woodrofe, Ben Harper o N'FAT. Il materiale che sarà mostrato mette sotto gli occhi di tutti un altro lato dell'attore morto a 28 anni, quello di un realizzatore "per nulla banale" nelle parole di Mario Sesti, curatore della sezione.
"Quello che abbiamo trovato è materiale assolutamente inedito, se non per alcuni estratti già in rete, video che ha davvero uno stile particolare" spiega sempre Sesti "Un'esasperata sensibilità grafica, controllo della luce da cinema, montaggio non da videoclip (lunghe inquadrature i cui stacchi impongono un ritmo parallelo a quello del brano. Heath Ledger era anche un mecenate: è stato lui a finanziare i The Masses, che prima di lui non aveva nè sede nè logo e dunque aveva un modo di abitare il cinema del tutto singolare: attore di blockbuster, produttore di videoartistici; regista di videoclip live e d'animazione".
A voi il giudizio.
Parte oggi la quarta edizione del Festival di Roma che l'anno scorso ha cambiato il suo nome da Mercato Internazionale del Film di Roma a Festival Internazionale del Film di Roma, e che si concluderà il 23 ottobre.
La mostra di quest'anno si distinguerà per il suo impegno ecologico, la manifestazione è stata resa ad impatto zero piantando ben 244,000 metri quadri di alberi tra Costarica e la Riserva della Valle dell'Aniene e nella sezione Occhi dal mondo sono stati inseriti ben dodici film a tema. Il cuore del Festival sarà anche quest'anno l'Auditorium Parco della Musica disegnato da Renzo Piano a cui verranno affiancati altri venticinque spazi sparsi nella capitale.
In programma 140 titoli, mentre in gara saranno quattordici le pellicole che tenteranno di aggiudicarsi il Marco Aurelio d'Oro per il miglior film, fra queste spiccano tre pellicole italiane: Viola di Mare di Donatella Maiorca, Alza la testa di Alessandro Angelini e L'uomo che verrà di Giorgio Diritti.
L'appuntamento è questa sera alle 19,30 a Santa Cecilia con la premiere di Triage diretto da Danis Tanovic: sul red carpet oltre al regista saranno presenti Christopher Lee, arrivato martedì a Fiumicino assieme alla moglie, e l'attrice Paz Vega; sarà invece assente Colin Farrell.
Madrina della serata sarà l'attrice italiana Margherita Buy; alle 22 un grande evento speciale dedicato all'ambiente e realizzato nella suggestiva Villa Medici, sede dell'Accademia di Francia a Roma, inaugurerà la quarta edizione: ci saranno musica, installazioni, recitazione e acrobazie, tutto ad opera dei Plasticiens Volants e dell'art director Felice Limosani, con la voce narrante di David Riondino.
La quarta edizione del Festival di Roma che avrà come madrina Margherita Buy comincerà ufficialmente giovedì 15 ottobre con la proiezione alle 19,30 del film Triage di Danis Tanovic con Colin Farrell, Paz Vega e Christopher Lee, ma verrà preceduta da una serie di eventi legati alla cultura e all'arte.
Il 13 ottobre si terrà alle 21 all'Auditorium della Conciliazione un concerto degli Avion Travel e dall'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ripercorrerà le tappe più significative della carriera musicale di Nino Rota, morto trent'anni fa. In programma quattordici brani tratti da alcune delle colonne sonore più famose della storia del cinema.
Il 14 ottobre verranno inaugurate tre mostre del Festival: alle 17 sarà presentata 'Luci del cinema su Antonio Ligabue' che comprende ottanta opere dell'artista; alle 17,30 per la prima volta in Italia sarà esposta Cape Farewell: 'Art and Climate Change' che raccoglie le fotografie, le sculture e le installazioni alimentate dall'energia solare o scavate nel ghiaccio create da scienziati e ricercatori a Cape Farewell, in Groenlandia; infine alle 18 il Festival renderà omaggio a Sergio Leone con 'Sergio Leone, uno sguardo inedito' che verrà esposto all'Auditorium Parco della Musica, che si avvarà dell'allestimento scenico realizzato da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo.
Dopo solo una settimana dal via alla prevendita dei biglietti per i film del Festival Internazionale del Film di Roma, sono già stati venduti ventimila biglietti.
In sole tre ore sono stati esauriti i biglietti per l'evento più atteso di questa quarta edizione che riguarda The Twilight Saga: New Moon che prevede la proiezione in esclusiva di alcune sequenze del film, l'incontro con alcuni membri del cast e con la sceneggiatrice e la lettura di alcuni brani del libro.
Altri titoli che si sono distinti nella prevendita sono stati i film italiani Alza la Testa di Alessandro Angelini, L'uomo che verrà di Giorgio Diritti e Viola di mare di Donatella Maiorca, mentre sul fronte dei film statunitensi conducono Tra le nuvole di Jason Reitman interpretato da George Clooney e Julie & Julia di Nora Ephron. Molto richieste sono state anche le partecipazioni per gli incontri con Meryl Streep, Richard Gere, Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore.
È "osmosi" la parola che domina l'edizione 2009 del Festival del Film di Roma, l'ha proclamato la direttrice Piera DeTassis, ha concordato il presidente Rondi e l'hanno ratificato i collaboratori. Osmosi tra il glamour del red carpet e i titoli in concorso, perchè non capiti che arrivino star senza che portino un film, osmosi tra i generi, osmosi tra le forme di cinema, tra l'alto e il basso, il noto e lo sconosciuto, l'autoriale e il mainstream. A fare da testimoni di tutto questo arriveranno i fratelli Coen, forse i più commerciali tra i grandi autori moderni, con la loro nuova commedia.
Accade così che il festival, pronto a partire il 15 ottobre aperto da Margherita Buy e finire il 23 con il premio a sua altezza Meryl Streep, avrà in competizione titoli carichi di star. Tra quelli più di richiamo ci saranno Up in the air di Jason Reitman con George Clooney, The last station di Michael Hoffman con Helen Mirren e Triage di Denis Tanovic con Colin Farrel oltre ad una vasta schiera di opere prime e seconde. Molte saranno le commedie e 19 i film italiani di cui 5 nella selezione ufficiale (3 in concorso e 2 fuori) più altri nella sezione L'Altro Cinema che nelle edizioni passate si era rivolto più che altro all'estero.
Le chicche invece saranno l'incontro con il pubblico che terranno insieme Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore, un film inedito del 1978 di Martin Scorsese pescato dagli instancabili ricercatori e selezionatori del festival e del materiale mai visto prima girare da Heath Ledger poco prima di morire.
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