Festival di Cannes 2011 - Giornata di domenica 22 maggio 2011

Guida alla 64. edizione del Festival di Cannes - 11 / 22 maggio 2011

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Sorrentino e Moretti, non era questo il posto
lunedì 23 maggio 2011 di Giancarlo Zappoli

This must be the place (Questo deve essere il posto) recita il titolo del film di Paolo Sorrentino. Ma il palcoscenico della sala Lumière di Cannes non è stato il posto dove il suo film, insieme ad Habemus Papam di Nanni Moretti, potesse ricevere i meritati riconoscimenti. Perché, una volta tanto, non si tratta di sciovinismo italiano. Entrambe le opere erano di valore e vederle dimenticare totalmente non può che dispiacere. Anche perché si è dato un ex aequo come Gran Premio della Giuria e si è attribuito un riconoscimento quale miglior regista alquanto discutibile. Moretti e Sorrentino avevano in più a disposizione due fuoriclasse come Michel Piccoli e Sean Penn ad uno dei quali avrebbe almeno potuto andare il riconoscimento quale miglior attore. Non è stato così.
Se la Palma d’Oro è andata meritatamente al film che più ha osato sia sul piano della narrazione che su quello della scrittura visiva, The Tree of Life di Terrence Malick, il Gran Premio della Giuria ha affiancato due modi di fare cinema decisamente distanti tra di loro. Da un lato la sintesi emotiva (anche in termini di durata) dei fratelli Dardenne con il legame forte che progressivamente si crea tra un bambino in cerca del padre e una donna capace di dare amore senza calcoli in Il ragazzo con la bicicletta. Dall’altro il chilometrico (2 ore e mezza) Once Upon a Time in Anatolia in cui si evidenziano le psicologie di tre personaggi attraverso l’estenuante ricerca di un cadavere e la successiva autopsia.
Veniamo poi ai francesi che non potevano tornare a casa a mani vuote. Ecco così il Premio della Giuria (ma quanti premi ha a disposizione la Giuria?) assegnato al polifonico Poliss di Maïwenn Le Besco impegnato a raccontare il quotidiano confronto con la sofferenza dei minori da parte di una squadra speciale di polizia parigina. Ma non bastava e allora si è premiato Jean Dujardin protagonista dell’acclamatissimo The Artist trascurando i già citati Piccoli (che tra l’altro avrebbe fatto rimanere il riconoscimento sempre in Francia) e Penn. La Giuria ha dimostrato invece grande spirito di discernimento nel momento in cui ha assegnato a Kirsten Dunst il premio quale migliore per Melancholia. Un conto è quanto un regista afferma in conferenza stampa per lo stupido gusto di scandalizzare e un conto sono il suo (valido) film e gli interpreti che gli hanno dato vita. Non ci trova d’accordo invece, a differenza dei peraltro numerosi sostenitori, il premio quale miglior regista a Nicolas Winding Refn per Drive. A meno che si sia deciso di assegnarglielo sulla base del fatto che riuscire a realizzare un film che riesce ad andare in Concorso a Cannes a partire da una sceneggiatura di una banalità e di un deja vu così espliciti sia di per sé la prova di un’abilità non comune. Abilità che invece andava riconosciuta, così come è accaduto, a Joseph Cedar per Hearat Shulayim il quale è riuscito ad avere come base un tema estremamente circoscritto quale quello dell’esegesi talmudica allargando però il discorso a tematiche universali come quella del rapporto padre/figlio.

Tree of Life è il Miglior Film della 64. edizione del Festival di Cannes.

Palma d'oro a Malick, fuori l'Italia

domenica 22 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Palma d'oro a Malick, fuori l'Italia La ferale notizia trapela nel pomeriggio: fuori l'Italia dal Palmares. Nessun premio al Alice Rohrwacher, che vede sfumare il sogno della Camera d'Or assegnata a Pablo Giorgelli con Las Acacias, a mani vuote Nanni Moretti e Paolo Sorrentino: al primo nessuna consolazione, al secondo, almeno, il riconoscimento della giuria ecumenica. A Terrence Malick e al suo Tree of life la Palma d'oro, consegnata da Jane Fonda: tutto come previsto inclusa la mancata partecipazione del regista «timido e discreto ma contentissimo come lo siamo tutti noi – hanno detto i produttori ritirando il premio – siamo sul palco al posto di un gigante: il film è stato un lunghissimo percorso ma il gioco è valso la candela». Ovazione in sala per Nicolas Winding Refn che legge dal suo i-phone il discorso da vincitore del premio alla regia per Drive: «È un immenso onore ricevere questo premio, ringrazio la giuria per il buon gusto e Ryan Gosling che mi ha voluto fortemente alla guida di Drive». Ex aequo per il Grand Prix, consegnato dal due volte Palma d'oro a Cannes Emir Kusturica, per Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne e Once upon a time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan, il film più lungo del concorso con 2 ore e 40 di durata: «Ringrazio il festival per aver spinto un film difficile – ha detto Ceylan - non mi aspettavo nessun premio essendo stato programmato negli ultimi giorni del festival, quando il pubblico è stanco. Grazie». Premio della giuria a Polisse di Maiwenn Le Besco, sciolta in lacrime nonostante qualche fischio in sala, miglior sceneggiatura a Hearat Shulayim di Joseph Cedar: «Gli sceneggiatori sono i supereroi del cinema, con i loro superpoteri fanno volare, vivere e far rinascere i personaggi» ha commentato Rosario Dawson consegnando il premio. Sorprende il premio alla miglior attrice, consegnato da Edgar Ramirez, finito a Kirsten Dunst per il chiacchierato Melancholia di Lars Von Trier: «Ringrazio la giuria per aver fatto di tutto per mantenere il film in concorso nonostante le dichiarazioni di Lars. Che settimana che è stata per me». A far saltare definitivamente le speranze italiane ci pensa Jean Dujardin, protagonista di The Artist, miglior attore e non solo per la giuria: unico a ricevere una standing ovation in sala, il suo premio è definitivamente quello più condiviso.


I premi:
Palma d'Oro al miglior film: The Tree of Life di Terrence Malick
Gran Premio della Giuria: Il ragazzo con la bicicletta di Jean-Pierre e Luc Dardenne ad ex aequo con Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan
Premio della giuria: Poliss di Maïwenn Le Besco
Miglior attrice: Kirsten Dunst per Melancholia
Miglior attore: Jean Dujardin per The Artist
Miglior regista: Nicolas Winding Refn per Drive
Miglior sceneggiatura: Joseph Cedar per Hearat Shulayim
Camera d'Or: Las Acacias di Pablo Giorgelli

Malick e Kaurismaki i principali favoriti per la Palma d'Oro.

Totopalma, il festival al bilancio

domenica 22 maggio 2011 - Ilaria Ravarino

Totopalma, il festival al bilancio Vittoria ex aequo per "Un Certain Regard", salgono sul gradino più alto del podio il maestro coreano Kim Ki-Duk con l'autobiografico Arirang e il tedesco Andreas Dresen con il doloroso stop in corsa su un malato terminale di tumore. Intanto Malick, Kaurismaki, Refn, Hazanavicius sono i quattro nomi dati per vincitori a poche ore dal Palmares ufficiale, che sarà rivelato questa sera a Cannes durante la cerimonia di premiazione in sala Debussy. Favoriti per la Palma d’Oro The tree of life di Terrence Malick, film atteso e molto amato nonostante la spiazzante deriva metafisica, e Le Havre di Aki Kaurismaki, capace di riscuotere un più largo spettro di consensi senza tuttavia accendere identiche passioni. In lizza per i premi maggiori anche il Tarantino danese Nicolas Winding Refn, che con i virtuosismi del pirotecnico Drive ha preso alle spalle il pubblico cannense candidandosi (almeno) al premio per la regia, e The Artist di Michel Hazanavicius, oggetto misterioso che per il coraggio di mostrarsi deliziosamente muto, e in bianco e nero, potrebbe accaparrarsi il Grand Prix o il Premio della Giuria. Sul premio all'interpretazione femminile pesa l'interrogativo Von Trier, che, espulso dal concorso per le arcinote esternazioni filonaziste, potrebbe pregiudicare la vittoria dell'ottima Kirsten Dunst di Melancholia, a favore della Tilda Swinton di We Need to Talk About Kevin. Per l'attrice inglese, già Coppa Volpi a Venezia nel 1992 e Oscar nel 2008, sarebbe il primo premio a Cannes. Gioca in casa l'Italia per il premio alla migliore interpretazione maschile, dove il mostro sacro di Francia Michel Piccoli con Habemus Papam di Nanni Moretti rivaleggia contro il solo Sean Penn, ex Presidente di giuria a Cannes, in una sorprendente performance per This must be the place di Paolo Sorrentino. A mezza voce si fanno anche i nomi di Pedro Almodovar, in concorso con l'horror thriller La piel que habito, e dei francofoni Dardenne e Le Besco: papabili per premi minori, difficilmente lasceranno la Croisette a mani vuote.

Momenti cult
Una giovane ragazza che si offre per una fellatio in cambio di uno smartphone in Poliss, i pranzi cifrati di Sarkozy con De Villepin ne La conquête, la partita a ping pong di Sean Penn in This must be the place: tante le sequenze cult e scult di questo festival di Cannes, e non tutte sono da ridere. Tra le scene più gore un posto a parte merita l'aggressione nell'ascensore di Drive, uno dei pestaggi più sanguinari della storia del cinema, e l'imprevisto momento splatter di Mr. Beaver, sangue a fiumi là dove nessuno se l'aspetterebbe mai. E se la visita ginecologica de l'Apollonide riesce a far dimenticare anche le nudità artistiche di Melancholia e gli eccessi shoccanti di Poliss, la palma hard se l'aggiudica il manifesto de L'exercice de l'Etat: una donna nuda che carponi si immerge nelle fauci di un coccodrillo, e pazienza se poi il film, serissima indagine sulla politica francese, non c'entra niente. Molti i deliri metafisici che a lungo rimarranno nella memoria del festival, da i dinosauri di The tree of life alla sequenza trash della fine del mondo secondo von Trier, con tanto di collisione fra pianeti. Tra i casting imperdibili, l'immenso Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì per Woody Allen e Laetitia Casta, credibile inquilina nella casa del Grande Fratello in The Island.

Verba (Non) volant
Chi ha parlato poco. Chi troppo. Chi non si è proprio presentato e chi è venuto di nascosto. Le migliori e le peggiori dichiarazioni del festival nelle voci dei protagonisti: qualsiasi cosa, purché se ne parli.

Lars Von Trier/1: «Capisco Hitler, capisco il male in quell'uomo. Sono contrario alla seconda guerra mondiale e non sono contro gli ebrei, ma in realtà Israele è un problema. Le mie origini sono tedesche: forse sono un po' nazista, ma non mi dispiace».

Aki Kaurismaki: «Occhei, è Le Havre, ma potrebbe essere qualsiasi paese europeo. Qualsiasi paese tranne Finlandia e Svezia: nessuno è così disperato da andarci».

Roger Corman: «Di cose folli ne ho fatte tante, ma quando proposi questa mi presero per matto. E invece fu un grandissimo successo commerciale. Prima di me nessuno aveva pensato di proiettare Ingmar Bergman nei Drive-In del Texas».

Lars Von Trier/2: «Sono stato frainteso: intendevo dire che capisco cosa fu per Hitler stare nel bunker e non ho detto che vorrei fare quel che Hitler ha fatto».

Paolo Sorrentino: «Dove girerei se mi regalassero un milione di euro? America o Italia non importa, quello che conta è quanti di quei soldi finirebbero nelle mie tasche».

Alice Rohrwacher:rwacher: «Spero che nel mio film si senta anche la meravigliosa poesia che c'è nel sud dell'Italia. Là è tutto fresco. Anche il cemento».

Lars Von Trier/3: «Quello che ho detto è completamente stupido».

Brad Pitt: «Mio padre non era assolutamente cattivo. Quanto a me, io i miei figli li picchio regolarmente. E se posso li mando a letto senza cena».

Bernardo Bertolucci: «Dopo aver visto Avatar mi sono innamorato del 3D. Perché deve essere appannaggio esclusivo di fantascienza e horror? 8 ½ di Fellini, in 3D, sarebbe stato ancora più bello».

Lars Von Trier/4: «Sono solo un piccolo superbo, non sono Mel Gibson».

   

Malick magnifico profeta: il paradiso c'è e ci andremo. Di Pino Farinotti.

The Tree of Life: Palma d'oro sacrosanta

lunedì 23 maggio 2011 - Pino Farinotti

The Tree of Life: Palma d'oro sacrosanta Farinotti chiede scusa alla giuria: la Palma è andata a un credente
La settimana scorsa, partendo dalla dichiarazione di ateismo di Nanni Moretti, ho scritto un pezzo dal titolo “Non sei ateo, niente Palma”. L’idea nasceva da Cannes, dalla Francia, dalla sua cultura illuminista eccetera. Ebbene ho preso un abbaglio. Sono stato smentito. Non posso che fare ammenda verso il signor De Niro, gli altri membri della giuria, soprattutto verso Olivier Assayas, unico francese. Avevo attribuito un pregiudizio che non c’era. Come buon credente, sono contento di essermi sbagliato.

Sul serio
Terrence Malick è un autore che quando fa le cose le fa sul serio. Nel suo The Tree of Life decide di affrontare, fra gli altri argomenti, tre misteri: la vita, la morte e l’al di là. Niente di impegnativo dunque. Ho già scritto molte volte che il cinema, pur non avendo la potenza e la cultura per certi argomenti assoluti, tuttavia se li permette. E naturalmente, essendo “cinema”, ci mette i suoi specifici, offre le sue opzioni. E può accadere che tali opzioni si avvicinino alla verità. E magari siano la verità. Sarebbe bello per tutti. Prima di tutto il linguaggio. C’è una giovane mamma sull’altalena, una farfalla che si posa sulla mano, i piccoli piedi del bambino che fanno i primi passi sull’erba, ci sono i fiori e i prati, soprattutto c’è l’acqua col suo sortilegio, lento o violento, dalla quale nasce tutto. Questo è Malick e questo è il suo cinema. Qualità alta, premio meritato, sacrosanto. Appunto.

Buono
Una didascalia all’inizio ricorda Giobbe, l’uomo buono e generoso, l’uomo senza peccato, che non merita il male, eppure Dio gli riversa addosso tutto il male. Ma Giobbe, paziente, lo affronta, cerca di capire, anche se sa che non ci riuscirà. Una voce, sempre all’inizio, ti dice che la grazia è magnifica, ti guida e ti protegge, e che la natura invece non ti è madre, devi difenderti da lei. Poi parte la mistica-estetica. Malick propone una luce/fiamma che forse è la grazia. Per venti minuti seguono immagini d’acqua, di esplosioni, di luci e di ombre, di colori dolci e violenti, di lava che scorre, di spazi dolci e di spazi impervi. L’acqua, l’inizio di tutto, prevale: larve che navigano nel profondo, invertebrati, meduse di troppi colori, pesci primitivi, alghe lente che tutto lambiscono. Il big bang che media con l’eden. Il tutto nella giurisdizione di cori di donne per il sentimento e l’amore, di uomini per il mistero e il dolore, e fraseggi di archi che sostengono senza soluzione di continuità i momenti che potrebbero valere di luce propria, senza facili sostegni o alleati.

Dubbi
Texas, anni Cinquanta. Si racconta di una famiglia. Un padre autoritario, “militaresco”, che non ha dubbi. Avrebbe talento musicale, ma è andato perduto “per l’infinita attesa”. Una madre dolce e debole e tre maschi nel mezzo di due educazioni opposte. Quando muore un figlio la famiglia sprofonda nel relativo, sproporzionato dolore. Gli umani si rivolgono al mistero, è un dialogo a una sola voce, il dolore è arrivato, la spiegazione non c’è, decifrare non si può. Può esserci la fiducia, la fede. Ma nessuno si rassegna, tutto non finisce qui, c’è un altro posto e bisogna crederci, capirlo e trovarlo. Ed è ciò che cerca di fare Malick, che ha scritto e diretto. Dunque il tema, la novella sono completamente suoi. Le mille metafore del film si aprono a tutte le letture. Il cinema dispensa se stesso con ogni sentimento. Gli amori e gli odi, gli abbracci e i pianti, le intenzioni e i pentimenti. Il maggiore, sempre sull’orlo dell’odio verso il padre prega che muoia, ma poi assiste al suo fallimento, piange e si redime. Poi c’è la scuola, gli amici, i giochi, il primo dolore vero per l’amico morto, insomma c’è quell’albero della vita che tutto comprende, vasto e magari accessibile, con dolore e fatica certo, e fiducia.

Inizio
Una delle più belle metafore di Malick è l’inizio, inizio con la i maiuscola. Una foresta profonda, ricca e primitiva, un eden un po’ minaccioso. Qualcosa si muove, sembrava una roccia ma è un animale preistorico, alza la lunga testa, si guarda intorno, assume quella natura, ma non è affatto tranquillo, anzi sospetta. Muove passi guardinghi. Entra nell’acqua, ma sta sempre attento. Non sa cosa succederà. La natura è lì intorno e va affrontata. Per la grazia è troppo presto, non è ancora stata pensata. O dispensata. Alla fine, il figlio morto, madre e padre, tutti quanti, passano quella porta e si ritrovano insieme. Si abbracciano fra gente lenta che cammina nella dolce immensa pianura, sotto un sole forte come la vita. Malick sembra crederci profondamente, oltrepassando tutti i dubbi. Tanto da non scherzarci sopra neppure un secondo. Perché in tutto il film, non c’è un momento, neppure uno, neppure di rimbalzo, che strappi il millesimo di un sorriso. Tutto è rigorosamente serio.

Indicazione
A Malick dobbiamo dunque questa sicurezza e questa indicazione. Non sono mancati titoli mistici che cercavano soluzioni sovrumane, da Avatar a Inception, a certe velleitarie trilogie, ad antichi esercizi surrealisti, oppure a oniriche scale che andavano al paradiso o a mariti innamorati che recuperavano l’anima della moglie dall’altra parte. Ma qui l’autore sembra fare davvero sul serio. Sembra porsi come angelo e profeta. Insomma offre lo spunto e la speranza. Mi viene in mente un altro, sette secoli fa, che aveva dato le sue indicazioni, e anche lì non ci scappava neanche un sorriso. Ma quel tale dava, purtroppo, tre alternative. Malick è invece sicuro del paradiso. La natura, la vita ci hanno fatto espiare a sufficienza. Abbiamo già pagato. Certo, è bello pensarlo.
Diamo credito a Terrence Malick, così come glielo ha dato Cannes, col suo massimo premio. Un riconoscimento che ci riconduce all’assunto di partenza: sempre di cinema trattasi.

   

Un festival da sei meno. Di Pino Farinotti.

Palma corretta a Malick, ma era meglio Moretti

martedì 24 maggio 2011 - Pino Farinotti

Palma corretta a Malick, ma era meglio Moretti Ho sempre nutrito rispetto per i grandi premi del cinema, per i “major”, Oscar, Palma d’oro e Leone d’oro. Nei decenni hanno segnato la qualità, adeguando i riconoscimenti ai momenti storici. Scorrendo i titoli vincitori quasi sempre si trova una ragione di quel successo. E spesso i titoli fanno parte della storia nobile del cinema. Spesso, non sempre. Certamente. Quest’anno Cannes non ha convinto, è stato un festival da sufficienza risicata. Quasi tutta la critica è concorde nella promozione stentata. Premiare un titolo come The Tree of Life è stato comodo per tutti, trattasi di buon film spettacolare, sentimentale, rassicurante, culturalmente tutto americano, più di apparenza che di sostanza. L’idea di proporre un paradiso accogliente come un lieto fine universale e colossal, non ha soddisfatto i palati fini, che avrebbero preferito titoli diversi, europei, o di culture lontane. Non voglio farne, di titoli, sono stati fatti tutti da tutti. Credo di essere stato perspicuo sul concetto generale. L’Italia, come ormai succede da tanto tempo, è stata ignorata. Un premio a Michel Piccoli, il papa di “Habemus” sembrava già acquisito, ma non è arrivato.

Reconditi
Scrivendo su Cannes ho parlato di “reconditi”. Soprattutto riferendomi al recondito orrendo di von Trier. Anche Malick ci ha messo il suo, troppo concedendosi. A di là della suggestioni, dei dolci deliri, dell’immaginifico, dei sentimenti così dichiaratamente accentuati, del coraggio mistico e del trascendente, non va sottovalutata la presenza di Pitt e di Penn, divi sicuri. E poi il personaggio Malick, colui che si nasconde, colui che compie un’opera fra grandi intervalli. Anche questa piccola leggenda offre una franchigia. Per esempio permette all’autore un’opera di 138 minuti, una ventina dei quali sono superflui.

Franchigia
Nanni Moretti non possiede quella franchigia e quel mito accreditato. Anche per lui ci sono lunghi intervalli, tuttavia il romano non esagera ma neppure lesina nel proporsi. Con quel suo trucco, non riesci a sapere se Malick sia simpatico o antipatico, devi stare al mistero e alla fantasia che, per definizione è meglio della realtà. Moretti invece è antipatico e basta. Se fa un film deve farlo bene, se sfora di qualche minuto, se sbaglia misure, se il profilo non resiste sempre in alto, immediatamente c’è chi lo rileva impietosamente. Per questa ragione Habemus papam è un film quasi grande. Comunque migliore dell’Albero della vita. Il film di Moretti, che non ha vinto niente, non verrà ricordato come lo scandalo di Cannes del 2011. Non sarà un Lanterne rosse, di Zhang Yimou, capolavoro di cinema, di etnia e di cultura che si vide soffiare l’Oscar da Mediterraneo di Salvatores. Tuttavia è un film che avrebbe meritato, e magari meriterà, se gli toccherà, di rappresentarci all’Oscar.

Fede
The tree” e “Habemus” sono storie di fede, in modi diversi naturalmente, magari opposti. Ho già scritto che il film di Moretti “… è una macchina che non perde un colpo o ne perde pochissimi: il sorriso, il grottesco, gli attori, le metafore e quella sua storica strafottenza che può piacere o meno ma è senz’altro intelligente, ed è ciò che conta. Ci sono momenti da stralciare per lezioni di cinema, ogni battuta ha il peso e il suono giusti. Nel “contesto Moretti” naturalmente…” E poi il sorriso. Il sorriso intelligente è un eroe del cinema. Appartiene a pochi autori. Malick, nei suoi 138 minuti non ti fa sorridere neppure una volta. È innaturale, anche nel dramma più alto. Ma va detto che se hai ironia, e umorismo, non te la senti di disegnare il paradiso. È un’equazione.

Impresa
Moretti possiede ironia e umorismo e non ha affrontato quell’impresa. Però è curioso, affascinante, immaginare che un giorno, fra un intervallo o due, ci provi. Provi a immaginare un al di là da ateo. Che bella provocazione. Conoscendo la sua storia e le sue chiavi si può pensare che una volta arrivato là, una volta rinvenuti ed espletati gli affetti, lo spirito strafottente e grottesco si metta in cerca di qualcuno, voglia cogliere occasioni impensabili e impossibili, come incontrare un Wilder, o un Chaplin, gente che diceva cose importanti divertendo, eccome. Sentire le loro opinioni su quanto accade, non solo in cinema. Credo che comunque un ospite da visitare, inquilino recente lassù, sarebbe Monicelli. Certo accettato in paradiso: era talmente intelligente, era un tale artista, aveva una tale qualità, da essere un patrimonio da tutelare, dovunque. Mi piace immaginare con quali parole Moretti farebbe aprire a un ateo comunista, le porte del paradiso. E quali parole metterebbe in bocca a Mario, più strafottente e ironico di lui, per dire come si trova lassù.
Anch’io ho provocato e giocato. Sempre nell’assunto che sempre di (futuro) cinema trattasi.

   

Les Bien-aimés

Cinquant'anni d'amore tra liberazione sessuale e AIDS con leggerezza parigina

Les Bien-aimés

* * * - -
(mymonetro: 3,00)

Regia di Christophe Honoré con Catherine Deneuve, Ludivine Sagnier, Milos Forman, Louis Garrel, Chiara Mastroianni, Goldy Notay, Kenneth Collard. Genere Drammatico produzione Francia, 2011. Durata 130 minuti circa.
Negli anni '60, Madeleine lascia Parigi per raggiungere il nuovo marito Jaromil a Praga. L'arrivo dei carri armati russi nella città segnerà la loro separazione e Madeleine ritorna in Francia. Negli anni '90 Vera, la figlia di Madeleine, a Londra si innamora di Henderson, un ragazzo che si sente incapace di amare. Madeleine e Vera cantano alternativamente la fine del XX secolo, con una luce ostinata, senza la quale potrebbe soccombere.

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INVIATI
FESTIVAL DI CANNES 2011 - GIORNATA DI DOMENICA 22 MAGGIO 2011 I NUMERI
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Direttore Responsabile
Giancarlo Zappoli
Redazione
Marianna Cappi


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