Risate in sala, un applauso a scena aperta ed entusiasmo generale a fine proiezione: il road’n roll This must be the place di Paolo Sorrentino, programmato in coda al concorso, piace e convince soprattutto il pubblico internazionale. Già cult l’interpretazione di Sean Penn, applaudito al primo fotogramma e ininterrottamente in scena per 118 minuti, in una prova d’attore che l’umore generale lancia in corsa per il premio alla migliore interpretazione: «Non mi sono ispirato a Ozzy Osbourne», precisa lui in conferenza stampa, anche se la mimesi è evidente persino nella voce. Meno trascinante l’incontro con il cast, musi duri e caratteri difficili, scontroso da copione Paolo Sorrentino, sfuggente come sempre Sean Penn, lo sceneggiatore Umberto Contarello è l’unico a ringraziare per i complimenti ricevuti. Il messaggio lanciato da questa edizione di Cannes è chiaro: un artista, per eccellere, non affatto bisogno di essere simpatico.
La leggenda dice che vi siate conosciuti a Cannes: è vero? Paolo Sorrentino: Confermo. È vero.
Com’è stato recitare per Sorrentino? Sean Penn: È un piacere lavorare con uno come lui: gli attori cercano sempre sfide nuove, e Paolo ti offre esattamente questo. Lo ritengo uno dei pochi maestri del nostro tempo, è un uomo ispirato e in grado di pensare film molto originali. Durante la lavorazione è stato come se lui suonasse il piano mentre io giravo le pagine dello spartito.
Da dove arriva l’idea di questa storia? Sorrentino: Il punto di partenza è stato l’idea della ricerca di un criminale nazista che si nasconde chissà dove. A quello si è poi aggiunto il desiderio di raccontare il romanzo di formazione di un cinquantenne rimasto bambino. In un terzo momento ho pensato che il protagonista potesse essere una rockstar.
Perché un film sulla vendetta? Penn: La vendetta è un tema che appartiene agli Stati Uniti, basta guardare la reazione scatenata dall’uccisione di Osama. Ma la vendetta nel film è solo una molla, la cosa più importante è il viaggio del mio personaggio, un innocente naive alla ricerca di sé.
È la prima volta che Sorrentino sceneggia a quattro mani? Sorrentino: Si. Ma conoscevo da anni Umberto Contarello, ho cominciato con lui. Siamo accomunati dallo stesso amore per gli Stati Uniti e per il viaggio. Umberto Contarello: Dopo che Paolo mi ha raccontato la sua idea, abbiamo cominciato a scriverla come fosse la cosa più naturale del mondo. Parlavamo con la stessa voce, e questa sintonia ci ha permesso di affrontare nel film argomenti diversi ma con un tono unitario.
Come avete costruito il personaggio di Penn? Penn: Io e Paolo abbiamo parlato a lungo della depressione e di come quella malattia possa incidere anche fisicamente sull’individuo. Paolo aveva le idee molto chiare sul fisico del personaggio.
Il rock è morto? Penn: So solo che il rock è stato importantissimo in passato. Era l'indice del malessere della società borghese.
Come avete lavorato sulla fotografia degli ambienti americani? Sorrentino: Io e il direttore della fotografia Luca Bigazzi eravamo eccitatissimi, come bambini in un mondo tutto da esplorare. Negli Stati Uniti girare in esterno sembra più facile, sono il luogo cinematografico per eccellenza. Ma ho sviluppato anche una morbosa curiosità per gli interni, facendo moltissimi sopralluoghi.
Tornerebbe a girare in America? Sorrentino: Certamente. Questo film è un nuovo inizio, un’esperienza unica e indimenticabile. Ma prima di riprovare in America, vorrei chiudere questo film. Purtroppo so fare solo una cosa alla volta.
Cosa pensate dell’Irlanda, una delle location del film? Penn: Avevo già lavorato a Dublino e la trovo ancora una città straordinaria nonostante la recessione. Ho passato dei bei momenti con gli irlandesi, che sono la più importante risorsa del paese.
David Byrne alle musiche e in un cameo: è stato difficile convincerlo? Sorrentino: Visto che era in sceneggiatura fin dall’inizio, eravamo preoccupati che non accettasse. Invece si è convinto. Gli ho chiesto di comporre canzoni come le scriverebbe un ragazzo di 18 anni e lui, che è un artista poliedrico, si è divertito moltissimo a farlo.
C’è qualche punto di contatto tra This must be the place e Il divo? Sorrentino: L’unica cosa che hanno in comune è la stranezza dei protagonisti. Atipici ma possibili, mai caricature. Nel caso de Il divo il protagonista esisteva realmente, ma anche la rockstar di This must be the place potrebbe esistere, ci sono musicisti che gli somigliano molto. Penso che il cinema sia fatto per raccontare personaggi così.
Quanto deve il vostro film a pellicole come Paris Texas? Sorrentino: Non saprei, Paris Texas non lo vedo da molti anni. Credo sia una delle tante influenze che restano impigliate in testa anche se distanti nella memoria.
Pensate di vincere la Palma d’oro? Il Divo c’era quasi riuscito... Sorrentino: Non c’entra niente il numero di volte che si è ammessi al concorso, non è che uno al festival di Cannes fa carriera. Già presentare qui un film è un grandissimo risultato. Penn: Ci sono in concorso molti film meravigliosi, io che sono stato in giuria so che tutto dipenderà dalla reazione soggettiva dei membri. Ma non è una coincidenza ritrovare Paolo in concorso al festival: ha un tocco magico e io spero di festeggiare con lui una vittoria.
Von Trier chiede perdono per le esternazioni filonaziste, ma non rinuncia al suo party in spiaggia. Il Presidente del Festival lo abbraccia sul tappeto rosso, poi prende atto delle scuse e 24 ore dopo lo espelle dal concorso. Anzi, dal concorso no, perché «la giuria è la giuria, giudica i film e non le persone», quindi il film di Lars resta in competizione ma Lars no, condannato all'esilio dalle passerelle provenzali a tempo indeterminato. Nessuno, però, gli impedisce di incontrare i giornalisti, cui affida volentieri la sua versione della storia: «Quello che ho detto è completamente stupido, ma sono stato frainteso. Intendevo dire che capisco lo stato d'animo provato da Hitler nel bunker, non che vorrei fare quel che Hitler ha fatto. Sarò pure un piccolo superbo, ma non sono Mel Gibson». E per 48 ore non si parla d'altro, giornalisti, intellettuali, direttori di festival e offesi da ogni parte del mondo a disquisire del Von Trier pensiero: qualsiasi cosa si pensi di lui, il regista danese ha realizzato a Cannes un sogno. Quello di ogni egocentrico. Fuori dalla soap opera danese il concorso ieri ha proseguito il suo cammino nel segno del genere, dopo giorni immolati alla filosofia, alla spiritualità, alla creazione (o distruzione) del mondo: ha aperto giovedì la competizione Pedro Almodovar con il quasi thriller La pelle che abito, poi Takashi Miike con l'action poetico in 3D Hara-Kiri: death of a samuraì, e infine Drive di Nicolas Winding Refn, danese come Von Trier, considerato il Tarantino del Nord Europa e applaudito a furor di popolo con un film pieno di ritmo, di sangue e di scorretto umorismo gore. Un successo la masterclass di Malcolm McDowell, l'Alex di Arancia Meccanica a Cannes per festeggiare i 40 anni del film: «Oggi guardo a quel film come a un vecchio amico molto caro – ha detto – ma rispetto a quella pagina della mia vita mi sento molto libero, del tutto in pace. Il personaggio di Alex non mi ha mai divorato: è stato una pagina essenziale della mia carriera, non l'unica». Sul fronte del glamour, escluso il bagno di sole in bikini di Elisabetta Canalis ospite dello yacht Cavalli e orfana d'accompagnatore (segno di crisi di coppia, mormorano i tabloid), la pagina rosa è stata tutta per il party benefico dell'Amfar: video messaggio di Elton John e tra i tanti ospiti anche Paolo Sorrentino, in concorso oggi con This must be the place, che in attesa di sciogliere la lingua sul suo film smaltisce l'entusiasmo per l'entrata in Champions dell'amato Napoli. In competizione nello stesso giorno anche il turco Nuri Bilge Ceylan, con Bir Zamanlar Anadolu'da: titolo ostico per un film carico d'aspettative, figlio di un regista-pupillo di Cannes in Croisette per replicare il premio alla regia, ricevuto un paio di anni fa con Three Monkeys.
Ho sempre avuto una spiccata antipatia per Lars von Trier, da anni dico che si tratta del più grande sopravvalutato del cinema: possiede una parte di talento, ma troppo parziale. Due anni fa, ai tempi di Antichrist, spiegavo il mio sentimento, mi auguravo che quel film fosse l'ultima tortura per tutti, Trier compreso. In un certo senso avevo previsto ciò che è successo a Cannes. Ecco due stralci dell'intervento di allora.
"... È trasparente il non amore del regista verso gli esseri umani, privilegiando, sì, le donne. Non conosco Lars e non ho gli elementi per dire che odi se stesso. Ma applicando i termini dell'equazione dei suoi film si può azzardare: odia se stesso e molto, ama far del male (al pubblico) per farsi fare del male. Ci si domanda cosa può fare ancora. Antichrist dichiara tutte le logiche per essere l'opera ultima, il testamento finale. Quali evoluzioni sono ancora possibili nella "poetica" dell'artista? Altri autori, alla fine, avevano detto tutto ed erano stanchi. Come Fellini, che era rimasto senza energia così come i suoi scrittori, o Bergman che si ripeteva senza l'ispirazione dei tempi migliori. L'ultimo Wenders si rifugia nelle piccole passioni private, come la musica: ha concesso moltissimo, adesso concede solo a se stesso, ma senza odiare o farsi odiare. L'inverosimile De Oliveira (101 anni) prosegue imperterrito, uguale a se stesso, nella sua stucchevole noia di qualità. Anche Woody Allen concede sempre di più al proprio recondito, ma è leggero e fa ridere, e non è poco. Anche Pasolini alla fine si era concesso troppo del proprio recondito. Lo ha trasmesso arbitrariamente, senza discrezione, con quei suoi ultimi film senza limiti e salvaguardia. E per lui non era un fatto di senilità, valeva la frase di Trier: "faccio i film solo per me stesso" con in più quella cifra pericolosa che poi è emersa con la sua fine. Peccato, ha compromesso la sua opera prima della ...tracimazione..."
..."L'assunto è che un artista ha diritto a tutto, a tutti gli estremi, a rappresentare tutte le proprie patologie, dalla morbosità all'arco completo dei vizi reconditi. Un assunto magnifico al quale corrisponde un diritto: quello dello spettatore di non andare a vedere i film di quell'artista. Ma questa volta c'è di più e non riguarda il pubblico ma i fedelissimi di Trier, che sono i critici, appunto. A Venezia, durante la proiezione riservata appunto alla critica, la platea assisteva silenziosa, c'era disagio tattile, fino a quando la volpe portatrice di complesso di colpa dice al terapeuta "il caos regna", e lì si è levata la prima risata, ed è stato l'inizio, il credito dell'autore non ha più tenuto, ha cominciato a sgretolarsi, e fra fischi di decibel sempre maggiori, il muro di Trier è crollato. Deluso, arrabbiato, offeso, Lars ha detto che quel riscontro non gli interessava, che lui aveva sempre fatto i film solo per se stesso. L'artista era nudo, anche il quel senso. Questo film "cattivo" a oltranza è anche una dichiarazione estrema di onestà. Tutto il film è occupato dall'attitudine, dalle patologie, dal privato, dalla vita senza ideologie. Non c'è spazio per altro, neppure per il sociale, che pure è sempre stata un'opzione prevalente per il regista. Del resto tutto questo viene preventivamente dichiarato in prima persona nel pressbook: "Vorrei invitarvi a un piccolo sguardo dietro il sipario, uno sguardo nel buio mondo della mia immaginazione, nella natura delle mie paure". Trier non ha neppure cinquant'anni, dunque non è senilità, ma ha commesso un errore di valutazione, grave per un artista: la presunzione di essere accreditato, di possedere l'attestato di maestro, di essere esempio ed eroe, e dunque di aver diritto alla franchigia e magari all'immunità. Quei maestri, quei "legislatori" ci sono, soprattutto ci sono stati, nel tempo, anche lontano, e hanno lasciato un segnale al quale noi utenti ci ispiriamo, al quale ricorriamo nei momenti utili. Questi sì, si sono guadagnati franchigia e immunità. Trier non è fra costoro. Crede di esserlo. "Faccio i film solo per me stesso". E così semplicemente, ingenuamente si potrebbe rispondergli "E allora guardateli tu, da solo". La mia speranza, e l'augurio (e anche coerentemente il suo) è che nelle sale dove proiettano i suoi film, ci vada poca gente, poi pochissima, poi ... nessuno. A così Lars avrà realizzato, ancora una volta "in estremo" le proprie filosofia e missione: una sua opera proiettata in una sala vuota. E voglio, a mia volta, andare oltre, come estremo. Nella sala non entra neppure lui. E avanzo ancora: sala vuota, macchina senza operatore che proietta in automatico, e la macchina che si... autoguasta. La sala, il buio, la pellicola interrotta. Il niente. Così come l'artista ha diritto a tutto, lasciamo a chi scrive il diritto alle proprie fantasie e speranze. Quando un autore si prende la responsabilità della tracimazione, la riconosce a la riconferma, allora sono fatti suoi ed è cinema suo. Il pubblico non c'entra più. Che Antichrist sia l'ultimo. ..."
Viziato Trier è stato molto viziato sin dall'inizio, inviti alle Mostre e tanti premi. La critica lo ha santificato in nome del Dogma. Per anni il regista danese si è sentito un principe del cinema, un legislatore, un modello unico. Poi, come accade, è stato sorpassato da altri. Si alternavano prevalenze stilistiche, commerciali, di contenuto, eccetera. E' un'evoluzione, la cosa più normale. Allora succede che l'artista voglia resistere, voglia rimanere sul ricciolo alto dell'onda, e non è facile. Fare film sempre più belli e importanti non è semplice. C'è un'altra strada, quella di riaffermare il proprio marchio, carattere, e nome. È la scorciatoia dello choc. Il problema è che se arrivi a quella fase sei già compromesso. Trier era già compromesso. L'ho scritto sopra: "Ogni artista ha un recondito" ma poi occorre una misura, un freno interno. Se a Cannes dichiari di avere una debolezza per l'estetica nazista e che Hitler lo capisci e provi simpatia per lui, è chiaro che il giorno dopo il mondo parlerà di te. Sinceramente dichiarare simpatia per Hitler...non riesco a pensare a niente di peggio. Trier ha dunque pensato al record assoluto. E sospetto che alla fine essere estromesso da Cannes, dunque dal cinema, dunque in un certo senso dal mondo, lo gratifichi. Gli dia un alibi disperato. Le sue dichiarazioni del "dopo" del resto vanno in questo senso: "Sono fiero di essere persona non grata, è la prima volta che succede nella storia del cinema". La patologia di far male a se stesso e agli altri. Del resto, il suo film in concorso, Melancholia, la fine del mondo, di tutto e di tutti, è stato un altro testamento macabro, cattivo e sadico, Antichrist è stato sorpassato, e non era semplice.
Ho scritto fino all'ossessione che la censura è peggio di Ciprì e Maresco, dell'Enigmista e di Trier, è peggio di tutto. Se bandire Trier dai festival - dopo che il pubblico lo ha bandito- in qualche modo può essere censura, ebbene per il danese faccio un'eccezione. Ma temo che al peggio non ci sia fine. Trier è il regista del disservizio. Un artista ha il dovere del servizio, deve dare indicazioni all'utente, deve fargli comprendere qualcosa che senza di lui non comprenderebbe. Può anche angosciarci, se poi l'angoscia è un "servizio" utile per la comprensione. Ma alla fine deve farci stare meglio. Che Lars sparisca fra i ghiacci.
Regia di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Ron Perlman, Christina Hendricks, James Biberi, Kaden Leos, Steve Knoll, Oscar Isaac, Jeff Wolfe, Tiara Parker, Chris Muto, Tina Huang, Joe Pingue, Christian Cage.
Genere Azione
produzione USA,
2011.
Durata 95 minuti circa.
Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto.
Regia di Paolo Sorrentino con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Judd Hirsch, Kerry Condon, David Byrne, Olwen Fouere, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Seth Adkins, Sam Keeley.
Genere Drammatico
produzione Italia, Francia, Irlanda,
2011.
Durata 118 minuti circa.
Cheyenne è stato una rockstar nel passato. All'età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l'uomo aveva un'ossessione: vendicarsi per un'umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.
Regia di Bouli Lanners con Marthe Keller, Martin Nissen, Paul Bartel, Zacharie Chasseriaud.
Genere Drammatico
produzione Francia, Belgio, Lussemburgo,
2011.
Durata 85 minuti circa.
Estate. Zak e Seth si ritrovano da soli e senza soldi nella loro casa di campagna. I due fratelli si aspettano ancora una volta di non godersi per niente le vacanze. Ma quest'anno hanno incontrato Danny, un altro adolescente nella zona. Insieme, nell'età in cui tutto è possibile, inizieranno la più grande e pericolosa avventura della loro vita
Regia di Bakur Bakuradze con Mikhail Barskovich.
Genere Drammatico
produzione Russia, Francia, Georgia,
2011.
Durata 110 minuti circa.
Il film racconta la storia di un uomo che vive grazie al lavoro della terra: Ivan Dunayev. Può essere chiamato un eroe, ma il suo eroismo non sta nel portare avanti un'impresa, e non facendo un sacrificio, ma si vede nelle quotidiane e monotone attività della vita. Allo stesso tempo questo è un film sull'amore dell'uomo per la terra, per suo figlio, per la figlia, per la moglie. Deve affrontare scelte difficili ogni giorno, comprende bene il debito verso il suo paese, la terra, e cerca di portare rispetto alle generazioni precedenti.
Le riprese si sono tenute nella regione di Pskov, alcune scene sono state girate nella colonia IK-3. La maggior parte del cast è formato da attori non professionisti, gli abitanti della regione di Pskov.