Rissa all'ingresso in sala, una fila iniziata nelle prime ore del mattino, le porte del Palais che si chiudono in anticipo sollevando il malumore generale. Cannes perde la testa per The Tree of Life di Terrence Malick, il film più atteso del concorso, ambiguamente accolto da applausi e fischi ma da tutti ardentemente desiderato. Al cinema dal 18 maggio, The Tree of Life ha esaltato e irritato il pubblico, spaccandolo a metà: chi ha amato i primi 90 minuti di muta cosmogonia, chi non li ha tollerati, chi semplicemente non li ha capiti. Nessuno, in ogni caso, è qui per dare spiegazioni sul film. Terrence Malick non è a Cannes o non si mostra, «è troppo timido e lo sapete», dice in conferenza stampa la produttrice Sarah Green, che spiega: «Ognuno deve vivere questo film in maniera personale. Qualunque spiegazione sarebbe di troppo, corromperebbe il processo». Intorno al convitato di pietra si radunano sei persone, la produttrice Green con i colleghi Dede Gardner, Grant Hill, Bill Pohlad e gli attori Jessica Chastain e Brad Pitt. Assente giustificato Sean Penn, si dice per impegni di lavoro (ma si pensa per civetteria, riservandosi di apparire da protagonista assoluto solo a fine festival, nel film di Paolo SorrentinoThis must be the place). Pitt, che di The Tree of Life è anche produttore, regge al fuoco di fila delle domande: il suo entusiasmo per il film pare autentico, nonostante dia l'impressione di non avere le idee chiarissime sul suo contenuto metafisico.
Malick non c'è: vi ha dato indicazioni su cosa dovete dire? Pitt: No. Ma è normale che non ci sia: lui lavora per costruire case, non per venderle. Vendere è il compito degli attori.
Com'è stato il lavoro sul set? Pitt: La parte più interessante è stata il processo creativo, che non è mai veramente terminato. Terrence lavorava giorno per giorno, scriveva al momento, ci dava nuove pagine di copione ogni mattina e non voleva che le imparassimo bene. Abbiamo trascorso molto tempo insieme a lui nella casa che è al centro del film, prima di girare. È stata un'esperienza straordinaria e potrei andare avanti a parlarne per giorni.
Ma com'è dal vivo il misterioso Malick? Pitt: Come tutti gli esseri umani sorride, mangia, va alla toilette. È incredibilmente dolce e ha un carattere piacevole. Ama e rispetta tutti i suoi personaggi allo stesso modo, e questo fa di lui un grandissimo regista.
L'esperienza con Malick cosa le ha lasciato? Pitt: Mi ha cambiato, mi ha fatto venir voglia di andare in un'altra direzione, dare spazio a nuovi talenti, sperimentare: dire sì ai film commerciali, ma anche a quelli piccoli d'autore.
Quindi se le offrissero un blockbuster alla Mission Impossible direbbe di no? Pitt: Non esageriamo, non vorrei mai perdermi la possibilità di fare Mission Impossible... Diciamo che adesso voglio provare cose nuove, progetti che mi costringano a pormi delle domande importanti.
Che ruolo ha la religione cristiana in The Tree of Life? Pitt: È un film più spirituale che cristiano: abbiamo fatto molti dibattiti teologici durante le riprese, ma l'opera non riflette una religione o una filosofia in particolare. Credo che le comprenda tutte perché rimanda a una spiritualità universale che possa interessare gli spettatori di tutte le culture.
Lei è cristiano? Pitt: Sono cresciuto cristiano, convinto che Dio si sarebbe preso cura di me, poi ho scelto di camminare con le mie gambe. Ma quelle stesse domande che mi ponevo attraverso la religione, sulla sofferenza e sulla morte, le ho ritrovate nel film di Malick. E questo è uno dei motivi per cui ho accettato di farlo.
Cosa ha provato rivedendo il film a Cannes? Pitt: Mi ha sorpreso ancora una volta il genio di Malick, il suo straordinario modo di incrociare la grandezza dell'Universo, il macrocosmo della la Natura, con il microcosmo della famiglia di cui seguiamo la storia.
Cosa l'ha convinta a partecipare al film? Solo la regia di Malick? Pitt: Da produttore riconosco al volo un buon progetto quando lo vedo. E poi il film mi dava la possibilità di recitare questo padre oppressivo, con quel suo strano rapporto con i figli.... spero che i miei bambini vedano The Tree of Life al più presto, perché credo di essermela cavata piuttosto bene come attore.
È un film in qualche modo autobiografico? Si rivede in qualche personaggio? Pitt: È un film universale, che parla a grandi e bambini. C'è senz'altro qualche suggestione che mi appartiene, come l'amore per la natura, il ricordo della grazia e della purezza della madre, il sogno americano incarnato dalla figura del padre. Ma non penso che un film così universale possa avere a che fare con l'esperienza di un singolo individuo.
Suo padre era oppressivo come il suo personaggio nel film? E lei com'è con i suoi figli? Pitt: Mio padre non era assolutamente così. Quanto a me io li picchio regolarmente, i miei figli. (ride)
Dove avete girato? Pohlad: In Texas, nel Tennessee e nello Utah, alcune sequenze nel Great South Lake.
Il sistema-Malick, così creativo, crea problemi alla produzione? Green: No. Anche perché è un grande professionista: Malick lavora giorno e notte, più o meno velocemente, ed è in grado di capire all'istante se una scena è bella o meno. Pohlad: Le riprese sono organizzate, non del tutto improvvisate. Parliamo sempre con lui di quel che sta per girare. Hill: Senza contare che il film per lui continua anche in post-produzione. Vogliamo che mantenga nel montaggio la stessa libertà di espressione che ha sul set. Chastain: Girare con lui è come lasciarsi andare, perdere completamente il controllo. La sua più grande qualità è quella di creare un set in cui accadano spontaneamente eventi, momenti speciali, non previsti dalla sceneggiatura: la scena della farfalla, che vedete nel film, non era nello script. È semplicemente accaduta... Pitt: ... e quando succedono cose del genere, capisci che sei in buone mani. Con Malick non hai mai paura.
Feste, eccessi e scandali, il film che è già capolavoro, il film che non doveva esserci, il film che domani ci si mette in fila all’alba o non si entra. Il Festival di Cannes supera il giro di boa del primo weekend e dopo aver affondato impietosamente i Pirati dei Caraibi si scioglie in un lunghissimo applauso per The Artist di Michel Hazanavicius, muto bianco e nero (quindi molto festivaliero) sulla decadenza di una star di Hollywood al principio dell’era del sonoro. Meno fortunato L’apollonide - Souvenirs de la maison close di Bertrand Bonello, con la nostra Jasmine Trinca arruolata tra le prostitute di un bordello parigino: accoglienza fredda e nessuno scandalo, nel giorno dominato dal film shock della Quinzaine Code Blue di Ursula Antoniak, sconsigliato “alle persone facilmente impressionabili” e perciò gran successo di pubblico nella pigra domenica festivaliera. E mentre si spengono gli echi dei cannoni del pirotecnico festino dei Pirati, e dei rancori generati dal party di Nanni Moretti (invitati selezionati, esclusi eccellenti, malumore diffuso tra chi non si è notato che non c’era), la notte cannense a sorpresa si fa casta, spirituale e di preghiera. A pochi passi dal Palais inaugura domenica il Festival del Silenzio, “Dalla palma del martirio alla palma del Festival”, iniziativa della scuola Jeunesse Lumiére «per portare la Chiesa tra la gente – dice una delle giovanissime volontarie – in un periodo in cui la gente non va in chiesa». I volontari forniscono anche una spiegazione in chiave religiosa dell’origine del premio più ambito del Festival, la Palma d’oro, che la leggenda profana vorrebbe in omaggio alla Phoenix Canariensis, la classica palma che i ricchi inglesi piantarono nei lussureggianti giardini delle loro ville a fine Ottocento: «La palma è il simbolo della vittoria contro il male e della fermezza della fede - dicono - ispirato ai martiri dell’Apocalisse di San Giovanni». Nessuno dei volontari, prudentemente, si pronuncia sulla possibilità che la Palma vada all’Habemus Papam di Nanni Moretti: «Noi non l’abbiamo visto. È buono?».
Alle prime luci dell’alba, all’inizio di una settimana che sparerà le cartucce più blasonate del concorso (Von Trier, Almodóvar, Kaurismäki, Mihaileanu, Sorrentino), c’è già fila davanti al Palais. In concorso oggi passerà The Tree of Life di Terrence Malick, da tutti atteso come la bomba nel cuore della selezione: lui, Malick, invisibile al pubblico da cinque anni, inattivo da The New World del 2004, sulla Croisette con un misteriosissimo dramma familiare accompagnato da Brad Pitt e Sean Penn, sarà la vera star della giornata. Suo l’unico film in concorso, a contendere l’attenzione a Hors Satan di Bruno Dumont, due premi a Cannes nel 1999 con L’Humanité e oggi nella sezione "Un certain regard", e a Tom Hanks, testimonial di passaggio in Costa Azzurra per sponsorizzare all’Hotel Carlton, più o meno svogliatamente, il primo Festival di cinema di Singapore.
Cannes omaggia il grande regista. Di Pino Farinotti.
Con l'attribuzione della Palma d'oro del Festival di Cannes alla carriera, Bernardo Bertolucci ha chiuso il cerchio. Nell''88 aveva vinto l'Oscar per la regia dell'Ultimo imperatore (oltre agli altri otto toccati al film), e nel 2007 il Leone veneziano alla carriera. Così il regista parmigiano ha toccato i tre grandi premi del cinema del mondo, quelli che contano davvero.
Non c'è dubbio che Bertolucci si sia accreditato per meritare questi riconoscimenti.
Bernardo nasce bene, anzi, molto bene, suo padre è Attilio, il poeta. Dunque "cultura" a portata di mano. Come spesso accade agli artisti, non completa gli studi: Letteratura moderna alla Sapienza di Roma. Se in casa c'era un poeta, come vicino di casa, a Roma, Bernardo si ritrova uno scrittore, e che scrittore, Pier Paolo Pasolini. Un incontro che non può essere che interessante. Il neoregista gli affida una parte della sceneggiatura di Accattone. E fioccano le amicizie importanti, fra queste Moravia e la Morante. Dunque ci sono tutte le premesse per quello che sarà il percorso artistico che conosciamo.
Prodigio Bertolucci è stato un autentico giovanissimo prodigio. Poco più che ventenne ha firmato documentari e "corti", mai banali. Soprattutto "diversi". Ecco, un aggettivo certo pertinente che riguardi Bartolucci è "diverso", un altro è "irrequieto". La sua opera non può che essere l'espressione diretta di questa sua attitudine. Il modello ricorrente nelle storie di Bertolucci è l'uomo di fronte a un cambiamento, sempre decisivo, spesso drammatico. E la soluzione non c'è. Si cerca, ci si dibatte, ma non si trova mai la via diversa. E anche la semplice ricerca costa molto cara. Il percorso artistico è parallelo a quello personale e umano. Bertolucci è stato un ragazzo di sinistra, poi un uomo di sinistra nelle varie stagioni, fino ad ora, a settant'anni. Come spesso accade a chi nasce buon borghese, abituato a quel tipo di educazione e di passato, Bertolucci ha vissuto il contrasto con le idee progressiste, militanti, anche rivoluzionarie che si è scelto. Tutto questo lo rappresenta, con efficacia, in Prima della rivoluzione, il film che lo fa notare in ambito nazionale. Si racconta la vicenda di un giovane che vorrebbe fare la rivoluzione ma deve vedersela con la comoda pigrizia della propria classe sociale. Appunto.
Momenti
I titoli che identificano i momenti fondamentali del regista appartengono a epoche diverse. Degli anni Settanta, è ricordabile Il conformista, storia di un antifascista che vive a Parigi, perseguitato dal Regime. Il fascismo è un tema che sta a cuore a Bertolucci, in quel quadro rientra la produzione di Novecento atto I e II. Un vero colosso che abbraccia quasi mezzo secolo di storia italiana. Tanta ideologia con un compromesso finale: il padrone De Niro e il contadino Depardieu, che dopo essersi scontrati, anche a botte, per tutta la vita, si ritrovano più amici che nemici. Una certa intelligenza, certo affezionata a Bertolucci, disapprovò.
Salto
Ma il grande salto, quello che gli permette di diventare autore internazionale, il regista lo deve a Ultimo tango a Parigi. Quel titolo è in tutte le memorie del cinema, anche in quella popolare, anche per le vicende che subì, censura, processi, macerazione della pellicola. Per fortuna, alla fine, la pellicola è stata salvata ed è stata possibile l'edizione in Dvd. "Ultimo tango" a detta di molti, a volte anche a detta dell'autore è soprattutto un film di Brando, oltre che "con" Brando. Il personaggio del quarantenne dolente, in crisi, costretto a rivedere tutto, e che cerca il cambiamento nel sesso con una ragazzina, creò un modello che fece storia, oltre che in cinema, anche nel costume.
Record
Nel 1987 con L'ultimo imperatore, Bertolucci andò addirittura a sfiorare il record di Oscar di Via col vento. Lo mancò per un numero: nove contro dieci. Era, ancora una volta, la storia di un cambiamento. Estremo questa volta: Pu-yi, semidio delle Cina, diventa un comune, triste cittadino, un numero fra un miliardo, con l'avvento di Mao e della sua rivoluzione culturale. Un'altra ricerca estrema è quella di Piccolo Buddha, l'identificazione del nuovo Dalai Lama. Ma il meglio, Bertolucci sembra averlo già dato. Con The Dreamers ripercorre la sua prima strada, le protesta giovanile. È il 2002. Il regista sbarcò davanti al palazzo del cinema alzando il pugno. Il segnale di nostalgia di un sessantenne che voleva ancora dare indicazioni. A Venezia Bertolucci ha ritirato il suo premio sulla sedia a rotelle, dove lo costringe la malattia. "Lo dedico all'Italia che si indigna" ha dichiarato. Le parole sono sacrosante, "indignarsi" è il primo sentimento che deve appartenere a un artista. Indignarsi, e poi fare proposte. Bertolucci le ha fatte.
Regia di Bertrand Bonello con Hafsia Herzi, Adele Haenel, Jasmine Trinca, Louis-Do de Lencquesaing, Noémie Lvovsky, Céline Sallette.
Genere Drammatico
produzione Francia,
2011.
Durata 122 minuti circa.
In una casa chiusa parigina, all'alba del XX° secolo, una prostituta viene orribilmente sfigurata da un cliente, che le lascia una cicatrice simile ad un tragico sorriso, sul volto. Attorno alla "donna che ride", ruotano le vite, le rivalità, le paure, le gioie e i drammi delle altre ragazze. Nella casa chiusa, nessuno sa nulla del mondo esterno.
Regia di Terrence Malick con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read, Anne Nabors.
Genere Drammatico
produzione India, Gran Bretagna,
2011.
Durata 138 minuti circa.
Si traccia l'evoluzione di un bambino di undici anni, del Midwest, Jack, uno dei tre fratelli. In un primo momento tutto sembra meraviglioso per il bambino. Come la madre, vede con gli occhi della sua anima. Lei rappresenta la via dell'amore e della misericordia, mentre il padre cerca di insegnare al figlio le via della vita mettendo se stesso in primo piano. Ciascun genitore cerca di ottonere la sua fedeltà, e Jack deve conciliare le loro richieste. L'immagine si oscura quando per la prima volta ha la testimonianza della malattia, della sofferenza e della morte. Il mondo, una volta una cosa gloriosa, diventa un labirinto.
Da qui parte al storia di Jack adulto, un'anima persa in un mondo moderno che cerca di scoprire tra le scene mutevoli del tempo ciò che non cambia: lo schema eterno di cui facciamo parte. Più tardi si rende conto che ogni cosa che fa parte del nostro mondo sembra un miracolo prezioso, incomparabile. Jack, con la sua nuova comprensione, è in grado di perdonare il padre e di muovere i primi passi sul sentiero della vita.
La storia si conclude con la speranza, riconoscendo la bellezza e la gioia in tutte le cose, nel quotidiano e, soprattutto, nella famiglia - prima nostra scuola - l'unico luogo dove la maggior parte di noi impara la verità sul mondo e su noi stessi, o scopre la lezione importante della vita, l'amore disinteressato.
Regia di Auraeus Solito con Alessandra de Rossi, Clifford Banagale, Rodrigo Santikan, Vincent Magbanua, Bonivie Budao, Mina Tesorio.
Genere Drammatico
produzione Filippine,
2011.
Durata 93 minuti circa.
Il termine "Busong" è un concetto nativo di Palawan e significa destino o "karma istantaneo". La natura reagisce istantaneamente alla mancanza di rispetto dell'uomo verso di lei e nei confronti di altri uomini. Il film narra la vicenda di Punay, nata con una malformazione al piede che gli impedisce di camminare. Suo fratello, Angkarang, la porta con un' amaca attraverso tutto il territorio di Palawan alla ricerca di un guaritore. Durante il viaggio, diverse persone aiuteranno Angkarang a portare la sorella: una donna alla ricerca di suo marito, un pescatore che ha perso la sua barca e un giovane uomo che cerca se stesso. Ognuno di loro incontrerà il suo destino. Busong è il primo film girato a Palawan.
Regia di André Téchiné con Melanie Thierry, Carole Bouquet, Adriana Asti, André Dussollier, Mauro Conte, Andrea Pergolesi.
Genere Drammatico
produzione Francia,
2011.
Durata 111 minuti circa.
Il film del regista Téchiné è tratto dal romanzo di Philippe Djian. Il personaggio centrale è uno scrittore di successo degli anni Sessanta, provato dalla morte accidentale della moglie e della figlia. Il protagonista cerca, quindi, di ricostruirsi una vita, con una nuova moglie e una figlia, sperando di avere fortuna anche nel lavoro.
Regia di Nadine Labaki con Nadine Labaki, Claude Msawbaa, Layla Hakim, Yvonne Maalouf, Antoinette Noufaily, Petra Saghbini, Ali Haidar, Kevin Abboud, Mostafa Al Sakka, Julien Farhat, Anjo Rihane, Samir Awad, Ziad Abou Absi.
Genere Drammatico
produzione Francia, Libano, Egitto, Italia,
2011.
Durata 110 minuti circa.
In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla rissa tra opposte fazioni le donne, tra cui spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh sono invece solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in violenza. Non tralasciano alcun mezzo in questa loro missione, ivi compreso far piangere sangue a una statua della Madonna o far arrivare in paese delle ballerine da avanspettacolo dell'Europa dell'Est affinché i maschi siano attratti da loro più che dal ricorso alle armi. Si arriva però, nonostante tutto, a un punto di tensione tale in cui ogni tentativo di pacificazione sembra ormai inutile.
Regia di Bruno Dumont con Aurore Broutin, David Dewaele, Alexandra Lematre, Valérie Mestdagh.
Genere Drammatico
produzione Francia,
2011.
Durata 110 minuti circa.
Un ragazzo vive in ritiro tra le dune di Pas-de-Calais dove si nasconde un demone. Tra la Manica e la Costa d'Opale, nei pressi di un villaggio, vicino al fiume e alle paludi, risiede uno strano ragazzo che arranca, caccia di frodo e crea il fuoco. Assieme a una ragazza di campagna che si prende cura di lui e lo nutre, i due passano il tempo insieme nella grande distesa di dune attraversata da parte a parte dai boschi, per raccogliersi misteriosamente sulle sponde degli stagni mentre lotta contro il maligno, il giovane caccia il male dal piccolo villaggio e dai suoi abitanti.