Un
italiano del mondo
Fino a qualche decennio, chi avesse voluto dare
un nome al "personaggio massimo" della cultura italiana
avrebbe citato forse un Benedetto Croce, filosofo,
oppure Alberto Moravia, scrittore, o magari Montale
e Quasimodo, poeti e premi Nobel. Filosofia, letteratura
e poesia. Insomma, le arti nobili. La parola "cinema",
pronunciata in quel contesto avrebbe, come minimo,
fatto sorridere. E invece oggi, anni novanta, ecco
che è stato (da tempo) superato lo stucchevole quesito
"cinema, arte o non arte?".
E non perché la qualità dei film si sia evoluta, tutt'altro,
ma perché la lunga onda media e il grande denaro hanno
generato il salto di qualità. Che il cinema sia arte,
nobile o meno, alla fine non ha grande importanza.
Vale il grande impatto, valgono gli investimenti e
i contesti immediati. Alla "prima" di un film importante
non ci sono solo i protagonisti della mondanità, ma
capi di stato, principi della finanza e persino cardinali.
Alla presentazione di un libro importante c'è l'autore,
l'editore, un gruppetto di amici, qualche curioso.
Il cinema è diventato rilevante e decisivo.
Ma in questo quadro generale c'è un valore in più,
che è Federico Fellini. Grazie (soprattutto) a lui,
il cinema è diventato nobile davvero. L'ultima, indiscussa
firma di qualità l'ha posta lui.
Fellini, apostolo primo della nuova arte emergente,
è dunque degno di rappresentare l'italianità al massimo
vertice. È giusto così.
Doppio miracolo
Federico Fellini ha realizzato un doppio miracolo,
quello della "ridefinizione" del cinema, e quello
della credibilità.
Il regista è uno dei pochissimi artisti che mettono
d'accordo tutti quanti. Nessuno si sogna di discuterlo.
In ogni parte del mondo il regista è un riferimento
esatto, necessario e sufficiente, se mi si permette
di prendere a prestito una definizione che è della
matematica.
Un film di Fellini e un'opera d'arte assoluta acquisita
dal grande libro di testo del Novecento, come Guernica
di Picasso, L'Ulisse di Joyce, una Unité
d'habitatjon di Le Corbusicr, o La sagra della
Primavera di Stravinskij. Questi concetti non
sono enfasi, è così. Lo hanno testimoniato artisti
come Woody Allen, Milan Kundera, Béjart, Simenon...
La Dolce vita
Fellini era già grande (aveva vinto due Oscar
con La strada e Le notti di Cabiria) ma
il suo mito nasce proprio con La dolce vita. Il
fatto non era casuale, c'era stata una lunga preparazione.
Prima di approdare alla Roma dai ricchi debosciati
di Via Veneto c'erano stati i guitti di Luci del
varietà, gli imbroglioni de Il bidone e c'era
stata anche la Roma (sognata) di Moraldo, il vitellone
riminese che lascia la sua terra per raggiungere qualcosa
cui attribuire una nuova speranza di fuga. Proprio
come aveva vinto lui, Federico, "fuggito" a Roma adolescente.
Dunque il regista, ormai "romano" da ventidue anni,
conosceva benissimo quella città e quella gente -
un posto straordinariamente congeniale a un grande
"talento bislacco". Che cosa poteva desiderare di
più una fantasia come quella di Fellini, capace di
dar corpo ai sogni attraverso i colori del cinema,
che sono ombre a loro volta?
Marcello:
una faccia banale
Fellini ha sempre raccontato di essersi molto
stupito del successo abnorme di quel film. Ma da grande
bugiardo "in buona fede" qual era, sapeva di mentire.
Aveva preso decisioni troppo importanti per non crederci
fino in fondo. Aveva deciso di spendere (di far spendere)
troppi soldi per non pensare a un adeguato ritorno.
E poi la durata, oltre tre ore, era la prima volta
per un film italiano. Un film non regge tanto, se
non ci sono grandi intenzioni. E poi l'ambiente: per
la prima volta il regista ricostruì i set, quasi tutti.
Anche Via Veneto non è Via Veneto. "Non dava
le giuste sensazioni", diceva il regista, che cercava
"espressione" a oltranza. In questo senso fece impazzire
il povero Gherardi, lo scenografo, che preparò per
il film ben ottanta set. E poi gli attori.
Fellini non aveva mai badato alla bravura tecnica
dei suoi attori, gli interessavano le facce e i corpi.
Voleva che esprimessero ciò che dovevano esprimere
al primo impatto. Giocava sul trucco, sulla trasfigurazione
piuttosto che sulla loro tecnica. Citiamo un personaggio
esemplare: la famosa tabaccaia di Amarcord, immensa
e stilizzata, è subito "lei", non ha bisogno
di dire neanche una parola.
Per La dolce vita Fellini voleva Mastroianni,
col quale non aveva mai lavorato. Lo chiamò, gli raccontò
in poche parole il soggetto (riteneva che gli attori
meno sapevano, meglio fosse) e aggiunse: "Mi serve
una faccia come la sua, di poca espressione, quasi
banale. Avrei potuto averli, una grande faccia, Paul
Newman, ma è troppo bello, troppo divo. Va bene lei".
Non era un grande approccio, ma c'era dell'altro.
Fellini mostrò all'attore un disegno. Vi era raffigurato
un uomo su una barchetta con un lunghissimo pene che
arrivava fino in fondo al mare, e alcune sirene volteggiavano
intorno. "Il personaggio è questo" disse Fellini.
Mastroianni ne fu divertito e lusingato. Inoltre,
Federico si era scoperto un'affinità con Marcello,
alla quale attribuiva una grande importanza: la tavola.
Entrambi erano ottimi mangiatori, di qualità e di
quantità. Il regista, nei suoi rapporti, ha sempre
molto badato al modo di mangiare.
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