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MyMovies - Speciale Federico Fellini
IL BIDONE
(1955)
di Pino Farinotti

 
La critica La trama Scene e battute
L'anno del film I felliniani Hanno detto...
La critica


Una storia normale
Luci del varietà era stato il contatto, Lo sceicco bianco l'esordio, I vitelloni il primo grande successo, La strada l'inizio del mito, con tanto di riconoscimento assoluto, l'Oscar come miglior film straniero (nel 1957).
Durante la sua vita di regista Fellini, pur nel disordine e nell'imprevedibilità, ha sempre mostrato una costante: la tendenza a far seguire impegni di tipo diverso, come se volesse ricaricare la propria creatività. Dopo un film legato alla realtà (I vitelloni) seguiva storia nel segno della poesia (La strada). Oppure, a film di impegno totale e doloroso (Satyricon e Casanova) seguivano storie di minore investimento emotivo e anche finanziario (I clowns e Prova d'orchestra)
La strada era costato moltissimo al regista. Il film aveva avuto enorme successo in tutto il mondo e scatenato un grande dibattito proprio in virtù dello sforzo creativo espresso. Fellini aveva ragionato sulla condizione della donna, dei non integrati, sul bene e sul male, rimanendo nell'ambito della poesia e della dolcezza.
Aveva fatto un capolavoro ed era esausto. Così ritenne di fare un film diverso, con notazioni maggiormente realistiche, una storia senza implicazioni artistiche tangibili. Ci riuscì parzialmente, perché l'artista era troppo grande per decidere di non esserlo. Così Il bidone, pur presentando una trama che potremmo definire "normale", offre spunti di grande arte cinematografica che fanno immediatamente riconoscere la cosiddetta poetica felliniana.

Il bidone nel cestino
I rapporti di Fellini con i produttori non sono mai stati tranquilli, ma nel caso di Il bidone arrivano a essere estremamente dolorosi. La versione definitiva della pellicola doveva totalizzare una durata di circa centocinquanta minuti, nell'arco dei quali i personaggi sarebbero stati sottoposti a un completo approfondimento psicologico, seguendo lo sviluppo narrativo che gli competeva. Dietro insistenza del produttore, che riteneva essenziale partecipare al Festival cinematografico di Venezia di quell'anno, l'unico modo per far ammettere la pellicola in concorso era di accorciarla fino a centododici minuti. Dopodiché, giustificandosi con necessità connesse alla distribuzione americana, il produttore impose ulteriori riduzioni. Fellini fu costretto a sacrificare altro materiale girato e a cancellare ulteriori episodi che non avrebbero avuto senso asportando certe scene. Maggiore spazio aveva infatti la relazione tra Augusto e la ballerina inglese, di cui, nella versione definitiva, si assiste soltanto all'episodio iniziale. La storia aveva uno sviluppo più complesso e, dopo l'uscita dal carcere, Augusto avrebbe sperato di tornare da lei.
Un altro episodio di grande importanza eliminato nella versione finale era l'incontro tra Iris, che ha abbandonato il marito, Picasso, dopo averne scoperto le attività, e Augusto, accusato dalla donna di avere condotto il suo compagno su una cattiva strada. Augusto replicava che probabilmente il giudizio di Iris sarebbe stato diverso se Picasso fosse diventato ricco e non fosse rimasto un truffatore da quattro soldi: è il successo che la differenza. Giulietta Masina aveva insistito per ottenere la parte dopo avere letto il copione, anche allo scopo di interpretare un personaggio totalmente diverso dalla Gelsomina di La strada. Nella versione definitiva il suo ruolo risulta ridotto. Anche a causa di questo taglio, da un certo punto in avanti non si hanno più notizie né di Picasso né di Roberto (di cui si sa solo che è andato a Milano), mentre il film segue soltanto l'ultimo tragico bidone di Augusto.

Strana accoglienza
La produzione intende dunque presentare il film a Venezia. Il montaggio è in ritardo e così si deve correre. Comunque il 9 settembre Il bidone viene proiettato. Il risultato è un certo distacco da parte del pubblico e l'assoluta mancanza di considerazione da parte della critica. Nemmeno una piccolissima menzione. Dopo La strada tutti si aspettavano da Fellini un'altra opera d'arte, invece assistono a una normale storia di piccoli delinquenti. Era già successo che all' estero sapessero leggere Fellini meglio che da noi, ma in questo caso anche gli stranieri sono perplessi: il "genio" italiano ha semplicemente mostrato le giornate di tre imbroglioni romani. Forse sarebbe bastato uno dei tanti ottimi professionisti della pellicola per una storia del genere.
Qualcuno ricorda I vitelloni e ne esce un altro termine di paragone negativo per Il bidone: la storia riminese presentava maggiori nobiltà felliniane e in più faceva sorridere. La produzione cerca di correre ai ripari con una promozione mirata: dialettica e polemica significavano che il film era vivo. Ma non serve.
Fatti i conti, tre anni dopo, risulterà un incasso di soli 240 milioni. Gli americani, storicamente i più grandi innamorati di Fellini, acquisteranno il film addirittura nel 1964, a nove anni dalla sua uscita in Italia. Eppure Il bidone contiene almeno tre elementi riconoscibili e costanti della poetica felliniana: la scena del locale notturno, le passeggiate degli amici nelle strade deserte, di notte, e la festa dell'ultimo dell'anno. Preannunciavano niente meno che La dolce vita.

Hollywood-Cinecittà: intermezzo in nero
Individui disperati che vivono di espedienti. Truffatori che non hanno pietà di nessuno. Criminali che vanno incontro a una fine tragica. Sono elementi tipici del cinema noir americano e della letteratura poliziesca cui si ispira. Ma sono personaggi presenti anche nel Bidone, che col suo linguaggio realista e la presenza di attori americani si lega chiaramente al filone più duro del cinema di Hollywood. Non è il primo caso: già nel 1942, con Ossessione, Luchino Visconti aveva trasferito in un contesto nostrano il romanzo di James Cain Il postino suona sempre due volte, importando una esperienza letteraria tipicamente americana e con essa il comandamento di punire i colpevoli alla fine. Un articolo del celebre "codice Hays" - un codice di autoregolamentazione che prese il nome del grande censore di Hollywood e che influenzò a lungo i romanzieri che puntavano al cinema - dettava infatti che un criminale (così come una donna infedele) dovesse sempre finir male. Dunque chi lascia la retta via come Robert Mitchum in Le catene della colpa (scritto da G. Homes) o Fred MacMurray in La fiamma del peccato (scritto da Chandler e sceneggiato da Cain), non ha possibilità di salvezza. Chi vive nel crimine, come Sterling Hayden in Giungla d'asfalto (tratto da W. R. Burnett) e Rapina a mano armata (scritto da Kubrick e Jim Thompson, dal romanzo di L White) non può sopravvivere all'ultima inquadratura del film. Fellini si appropria di questa regola nel Bidone, arricchendola di una particolare ambiguità: non é chiaro se Augusto muoia perché intende redimersi o perché cerca di imbrogliare due volte. Il regista non poteva non metterci del suo anche nel noir.


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