Una
storia normale
Luci del varietà era stato il contatto,
Lo sceicco bianco l'esordio, I vitelloni il
primo grande successo, La strada l'inizio del
mito, con tanto di riconoscimento assoluto, l'Oscar
come miglior film straniero (nel 1957).
Durante la sua vita di regista Fellini, pur nel disordine
e nell'imprevedibilità, ha sempre mostrato una costante:
la tendenza a far seguire impegni di tipo diverso,
come se volesse ricaricare la propria creatività.
Dopo un film legato alla realtà (I vitelloni) seguiva
storia nel segno della poesia (La strada). Oppure,
a film di impegno totale e doloroso (Satyricon
e Casanova) seguivano storie di minore
investimento emotivo e anche finanziario (I clowns
e Prova d'orchestra)
La strada era costato moltissimo al regista.
Il film aveva avuto enorme successo in tutto il mondo
e scatenato un grande dibattito proprio in virtù dello
sforzo creativo espresso. Fellini aveva ragionato
sulla condizione della donna, dei non integrati, sul
bene e sul male, rimanendo nell'ambito della poesia
e della dolcezza.
Aveva fatto un capolavoro ed era esausto. Così ritenne
di fare un film diverso, con notazioni maggiormente
realistiche, una storia senza implicazioni artistiche
tangibili. Ci riuscì parzialmente, perché l'artista
era troppo grande per decidere di non esserlo. Così
Il bidone, pur presentando una trama che potremmo
definire "normale", offre spunti di grande arte cinematografica
che fanno immediatamente riconoscere la cosiddetta
poetica felliniana.
Il bidone nel cestino
I rapporti di Fellini con i produttori non sono
mai stati tranquilli, ma nel caso di Il bidone
arrivano a essere estremamente dolorosi. La versione
definitiva della pellicola doveva totalizzare una
durata di circa centocinquanta minuti, nell'arco dei
quali i personaggi sarebbero stati sottoposti a un
completo approfondimento psicologico, seguendo lo
sviluppo narrativo che gli competeva. Dietro insistenza
del produttore, che riteneva essenziale partecipare
al Festival cinematografico di Venezia di quell'anno,
l'unico modo per far ammettere la pellicola in concorso
era di accorciarla fino a centododici minuti. Dopodiché,
giustificandosi con necessità connesse alla distribuzione
americana, il produttore impose ulteriori riduzioni.
Fellini fu costretto a sacrificare altro materiale
girato e a cancellare ulteriori episodi che non avrebbero
avuto senso asportando certe scene. Maggiore spazio
aveva infatti la relazione tra Augusto e la ballerina
inglese, di cui, nella versione definitiva, si assiste
soltanto all'episodio iniziale. La storia aveva uno
sviluppo più complesso e, dopo l'uscita dal carcere,
Augusto avrebbe sperato di tornare da lei.
Un altro episodio di grande importanza eliminato nella
versione finale era l'incontro tra Iris, che ha abbandonato
il marito, Picasso, dopo averne scoperto le attività,
e Augusto, accusato dalla donna di avere condotto
il suo compagno su una cattiva strada. Augusto replicava
che probabilmente il giudizio di Iris sarebbe stato
diverso se Picasso fosse diventato ricco e non fosse
rimasto un truffatore da quattro soldi: è il successo
che la differenza. Giulietta Masina aveva insistito
per ottenere la parte dopo avere letto il copione,
anche allo scopo di interpretare un personaggio totalmente
diverso dalla Gelsomina di La strada. Nella
versione definitiva il suo ruolo risulta ridotto.
Anche a causa di questo taglio, da un certo punto
in avanti non si hanno più notizie né di Picasso né
di Roberto (di cui si sa solo che è andato a Milano),
mentre il film segue soltanto l'ultimo tragico bidone
di Augusto.
Strana
accoglienza
La produzione intende dunque presentare il film
a Venezia. Il montaggio è in ritardo e così si deve
correre. Comunque il 9 settembre Il bidone viene
proiettato. Il risultato è un certo distacco da parte
del pubblico e l'assoluta mancanza di considerazione
da parte della critica. Nemmeno una piccolissima menzione.
Dopo La strada tutti si aspettavano da Fellini
un'altra opera d'arte, invece assistono a una normale
storia di piccoli delinquenti. Era già successo che
all' estero sapessero leggere Fellini meglio che da
noi, ma in questo caso anche gli stranieri sono perplessi:
il "genio" italiano ha semplicemente mostrato le giornate
di tre imbroglioni romani. Forse sarebbe bastato uno
dei tanti ottimi professionisti della pellicola per
una storia del genere.
Qualcuno ricorda I vitelloni e ne esce un altro
termine di paragone negativo per Il bidone: la
storia riminese presentava maggiori nobiltà felliniane
e in più faceva sorridere. La produzione cerca di
correre ai ripari con una promozione mirata: dialettica
e polemica significavano che il film era vivo. Ma
non serve.
Fatti i conti, tre anni dopo, risulterà un incasso
di soli 240 milioni. Gli americani, storicamente i
più grandi innamorati di Fellini, acquisteranno
il film addirittura nel 1964, a nove anni dalla sua
uscita in Italia. Eppure Il bidone contiene
almeno tre elementi riconoscibili e costanti della
poetica felliniana: la scena del locale notturno,
le passeggiate degli amici nelle strade deserte, di
notte, e la festa dell'ultimo dell'anno. Preannunciavano
niente meno che La dolce vita.
Hollywood-Cinecittà: intermezzo
in nero
Individui disperati che vivono di espedienti.
Truffatori che non hanno pietà di nessuno. Criminali
che vanno incontro a una fine tragica. Sono elementi
tipici del cinema noir americano e della letteratura
poliziesca cui si ispira. Ma sono personaggi presenti
anche nel Bidone, che col suo linguaggio realista
e la presenza di attori americani si lega chiaramente
al filone più duro del cinema di Hollywood. Non è
il primo caso: già nel 1942, con Ossessione, Luchino
Visconti aveva trasferito in un contesto nostrano
il romanzo di James Cain Il postino suona sempre
due volte, importando una esperienza letteraria
tipicamente americana e con essa il comandamento di
punire i colpevoli alla fine. Un articolo del celebre
"codice Hays" - un codice di autoregolamentazione
che prese il nome del grande censore di Hollywood
e che influenzò a lungo i romanzieri che puntavano
al cinema - dettava infatti che un criminale (così
come una donna infedele) dovesse sempre finir male.
Dunque chi lascia la retta via come Robert Mitchum
in Le catene della colpa (scritto da
G. Homes) o Fred MacMurray in La fiamma del peccato
(scritto da Chandler e sceneggiato da Cain), non
ha possibilità di salvezza. Chi vive nel crimine,
come Sterling Hayden in Giungla d'asfalto (tratto
da W. R. Burnett) e Rapina a mano armata (scritto
da Kubrick e Jim Thompson, dal romanzo di L White)
non può sopravvivere all'ultima inquadratura del film.
Fellini si appropria di questa regola nel Bidone,
arricchendola di una particolare ambiguità: non é
chiaro se Augusto muoia perché intende redimersi o
perché cerca di imbrogliare due volte. Il regista
non poteva non metterci del suo anche nel noir.
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