Lo
struggimento della grande poesia
di Maurizio Porro
In
Amarcord, racconto di un’adolescenza
romagnola degli anni '30, c'è, a parte il circo,
tutto quello che cercano i fan di Fellini: la poesia
pascoliana del fanciullino che diventerà poi
vitellone, il culto della memoria, la celebrazione
della finzione con Rimini ricostruita, il cumulo dei
ricordi in equilibrio delicato sul presente, la buffa
tragedia quotidiana, l'avanti indietro sotto i portici.
Non a caso esso fu, dopo La dolce vita, di
cui ripete l'andamento episodico, il maggior successo
del grande regista, e forse piacque ancora di più.
Perché lo struggimento poetico di Amarcord,
cullato dalla colonna sonora di Nino Rota e dal grido
sommesso della fisarmonica, non divise ma divertì
ed ex-aequo commosse il pubblico ovunque, fino in
America, dove prese l'Oscar.
Parlava
di cose sue, il Maestro, ma nei modi semplici e sublimi
per cui tutti si possono identificare. Perciò
piacque: 1 milione e 230 mila euro d'incasso nella
stagione 1973-1974, quando fu razionata la benzina,
vinta dalla Stangata. La gente se lo raccontava
con entusiasmo il giorno dopo al bar, sui tram, negli
uffici seguendo un test quasi psicanalitico: quale
personaggio del film preferite? Si aprono le scommesse:
se l'attesa per il passaggio dei Rex, dondolando sul
mare di plastica, è ormai «il»
momento poetico della storia det cinema, anche il
nonno che si perde nella nebbia in una sequenza davvero
fantastica, ha molti fans, così come lo zio
matto Ingrassia che urla in cima all'albero che vuole
una donna. E molti votano per le misure record della
tabaccaia, per la bella e misteriosa Gradisca, per
la scena magnificamente ironica dell'harem al Grand
Hotel, sede del mito. Ciascuno di Amarcord,
girato in gran segreto dopo Roma e prima di
Casanova, coglie infatti la scena che gli sembra
a misura della sua sensibilità.
Sembra ricopiata dalla vita di tutti perché,
come diceva Sartre, «un uomo li vale tutti e
tutti lo valgono». Ci sono come ‘protagonisti
il sesso, la famiglia, la scuola, la politica (smontando
con la satira il mito della retorica del fascismo),
cinema, come no, il Fulgor con i suoi prossimamente.
Ma anche la tragedia dell'olio di ricino, anche l'apparizione
meravigliosa e disperata del pavone, anche la morte
della madre che voleva mettere la stricnina nella
minestra: c'è la tragicommedia della vita,
a un livello aggressivo e poetico che mette san Federico,
patrono del cinema e del nostro immaginario, al riparo
del Tempo.
da
Il corriere della sera 12 dicembre 2002
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