Amarcord:
un'opera d'arte fra realtà, sogno e memoria
Una delle misure della grandezza di un artista
è la capacità di creare il proprio mondo, di condurvi
la gente e di farlo accettare in sostituzione della
realtà. È, inoltre, la capacità di tradurre la realtà
secondo la propria fantasia. Possiamo chiamarla "espressione",
o anche sogno. La mediazione può anche risultare strana
o magari oscura, razionalmente non condivisibile,
ma il risultato è talmente forte, o piacevole, o magico,
o galeotto, o ipnotico, che ne veniamo completamente
catturati.
Veniamo presi in ostaggio, e rilasciati quando finisce
il film e ritroviamo tutto quello che conoscevamo.
Lo ritroviamo con fatica e dolore.
Il grande artista ha la capacità di creare un precedente
di memoria che si installa nella nostra coscienza,
magari quando abbiamo pochi anni di vita, e vi rimane
perennemente, come riferimento immobile e naturale.
Fellini è entrato così prepotentemente nella nostra
memoria perché ha mostrato, a suo modo, le cose che
conosciamo bene. Filtrando, attraverso la nostalgia,
le esperienze fondamentali della nostra vita. Come
si dice: ci siamo identificati. Chi non è stato interrogato
a scuola e chiedeva disperatamente un suggerimento?
Chi non ha spiato tra i grandi che ballavano e flirtavano?
E chi non ha parlato di ragazze millantando conquiste
fantastiche?
Se in un film c'è una piazza, ebbene vedremo alcuni
edifici antichi, magari una fontana, gente che passa
e gente ferma che parla, una bicicletta, qualche macchina.
Se la piazza è di Fellini, la luce sarà particolare,
non reale, la gente si muoverà in modo diverso, gli
stessi edifici sembreranno ricostruiti (e magari lo
saranno, ma non ha importanza), ci sarà sempre qualcosa,
un capello, una nube, un barista che fa una mossa,
una musica che arriva da una finestra, un bambino
che se ne va per i fatti suoi: qualcosa che determini
il marchio esclusivo di Fellini.
Ma soprattutto ci sarà qualcosa di non definibile,
assolutamente non definibile, che rappresenta la magia
di quel marchio, e rappresenta anche l'ulteriore magia
del cinema che riesce persino a non farsi definire.
Magnifico.
Fellini collaborò a lungo con Roberto Rossellini,
regista realista a oltranza, talento altrettanto nobile.
Nella sequenza di Firenze in Paisà Rossellini
si ammalò e Federico, venticinquenne collaboratore,
completò una scena. Era quella in cui un uomo e una
donna attraversano l'Arno passando per gli Uffizi.
Sono personaggi normali, del tutto reali, non si riesce
a distinguere la fiction dal documentario.
Da una finestra degli Uffizi l'uomo guarda sotto e
vede una pattuglia di tedeschi in una via. Dal gruppo
si stacca un motociclista.
Nella sequenza successiva il motociclista attraversa
una grande piazza, con chiese e campanili, con un
grande sagrato bianco.
Ecco, quello è l'intervento di Fellini.
Ci propone subito la sua mediazione e il suo mondo.
La realtà è espressa, ma è anche superata e ricomposta.
E va a porsi nella sfera fantastica della memoria.
L'espressione massima di questi concetti, la rappresentazione
e testimonianza del mondo "ricomposto" da Fellini
è Amarcord.
A'm'arcord:
mi ricordo
Amarcord è il più felliniano dei film di Fellini.
Erano anni che il regista pensava di concedersi completamente
alla sua memoria.
Aveva esattamente cinquant'anni quando pensò di prendere
il toro per le corna. C'era di mezzo un vecchio complesso:
la paura di aver tradito la sua terra, di esserne
fuggito da giovanissimo e di non esserci più tornato,
di averla ignorata.
Le avevano dette talmente tante volte, queste cose,
che Fellini aveva cominciato a crederci. Il pudore
era: è giusto che io usi come strumenti luoghi e gente
vera, che mi hanno visto nascere, stravolgendoli secondo
le mie necessità di artista, che sono complicate?
Non è un'ulteriore mancanza di rispetto? Che lo sia
stata o meno, Amarcord, per certi versi (moltissimi),
è l'opera d'arte più riuscita di Federico Fellini.
Rimane solo una piccola riserva dovuta al pudore:la
parola Rimini non viene mai pronunciata, la cittadina
viene chiamata "il borgo". E la mancanza di rispetto?
Ebbene, c'è stata. Se ci si aspettava la narrazione
nitida e veritiera della vita di allora, la delusione
è stata profonda. Il regista ha mediato e stravolto
i fatti per seguire il proprio filo narrativo. La
famosa tabaccaia è davvero esistita ed era giunonica,
ma avrebbe potuto benissimo essere un'invenzione.
Non sarebbe cambiato nulla.
In Amarcord tutto quanto è passato attraverso
un filtro visionario, ma è certamente buono, a volte
accorato, sempre tenero e ironico, e assolutamente
favolistico. Fellini si è concesso tutto, ha spiattellato
tutti i suoi mondi, i ragionamenti e i sentimenti:
nostalgia, politica, sberleffo, affetto, bugia e piacere
della bugia, i pazzi e i sani, l'"io" e il colore.
Ci ha messo anche il dolore autentico. "Il borgo"
non sembra proprio una cittadina italiana degli anni
Trenta, è tutt'altro.
Incredibilmente ogni scena fa storia e magia. Il Grand
Hotel, per esempio. Ospita sceicchi e baiadere, turisti
da tutto il mondo. Si fanno sortilegi misteriosi,
si balla il tango. I giovani locali, in smoking bianco,
corteggiano le straniere giunoniche. Dunque quel luogo
è tutto: Hollywood e Casablanca, la Cashah e le Mille
e una notte. E poi citiamo il Rex.
Il
Rex
La sequenza della città intera che, con le barche,
nella notte, va al largo per veder passare il Rex
è probabilmente la più suggestiva del film. Il favoloso
Rex era un transatlantico varato a Genova nel 1932.
Si diceva che fosse la più bella nave del mondo. Più
moderno e sfarzoso dei grandi bastimenti inglesi.
Il fascismo lo adottò subito come ambasciatore della
più prestigiosa italianità. Quando poi, nel 1933.
la nave vinse il Nastro Azzurro battendo il record
di traversata atlantica, la leggenda fu completa.
Gli
abitanti del borgo, ondeggiando su un mare di plastica,
si lasciano andare al sentimento, aspettando il Rex.
Che poi arriva nel silenzio, con la sua carena scura
e le mille luci, dietro le quali gente nobile, ricchissima
e bellissima. starà perennemente facendo festa. Si
sa che il valore felliniano è la ricostruzione lignea
del Rex. Un artificio che, applicato da Fellini, non
toglieva, ma aggiungeva magia.
Se. invece di essere demolito davanti a Trieste, il
Rex fosse stato disponibile "dal vivo", sarebbe stato
ugualmente ignorato dal regista.
Il papà
Nei film di Fellini il papà è una figura importante
e ricorrente. Ancora una volta, però, questa "attenzione"
non è legata alla realtà. Fellini dice di aver cominciato
ad avere rapporti con suo padre Urbano dopo che ...morì.
Per due ragioni: perché non c'era mai, e perché le
affinità erano con la mamma. Del padre ricorda grandi
liti con la moglie (pare che all'uomo piacessero anche
le altre donne) e, appunto, la sua assenza. Cosi come
il regista si sentiva una specie di traditore di Rimini,
si è sentito traditore anche di Urbano, E così ha
rimediato, a suo modo. Fissandolo nell'immaginazione
della gente attraverso la sua. Ne La dolce vita
e in Otto e mezzo la figura del padre è affidata
a Annibale Ninchi, attore, pare, molto amato da Urbano.
In Amarcord è Armando Brancia, estroverso e
sanguigno, sempre pronto a litigare con la moglie.
In tutti i casi, il ricordo è commosso e positivo.
Se Urbano si fosse visto, avrebbe certamente perdonato
il figlio.
Successivo
» |