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MyMovies - Speciale Federico Fellini
AMARCORD
(1973)
di Pino Farinotti

 
La critica La trama Scene e battute
L'anno del film I felliniani Hanno detto...
La critica

Amarcord: un'opera d'arte fra realtà, sogno e memoria
Una delle misure della grandezza di un artista è la capacità di creare il proprio mondo, di condurvi la gente e di farlo accettare in sostituzione della realtà. È, inoltre, la capacità di tradurre la realtà secondo la propria fantasia. Possiamo chiamarla "espressione", o anche sogno. La mediazione può anche risultare strana o magari oscura, razionalmente non condivisibile, ma il risultato è talmente forte, o piacevole, o magico, o galeotto, o ipnotico, che ne veniamo completamente catturati.
Veniamo presi in ostaggio, e rilasciati quando finisce il film e ritroviamo tutto quello che conoscevamo. Lo ritroviamo con fatica e dolore.
Il grande artista ha la capacità di creare un precedente di memoria che si installa nella nostra coscienza, magari quando abbiamo pochi anni di vita, e vi rimane perennemente, come riferimento immobile e naturale.
Fellini è entrato così prepotentemente nella nostra memoria perché ha mostrato, a suo modo, le cose che conosciamo bene. Filtrando, attraverso la nostalgia, le esperienze fondamentali della nostra vita. Come si dice: ci siamo identificati. Chi non è stato interrogato a scuola e chiedeva disperatamente un suggerimento? Chi non ha spiato tra i grandi che ballavano e flirtavano? E chi non ha parlato di ragazze millantando conquiste fantastiche?
Se in un film c'è una piazza, ebbene vedremo alcuni edifici antichi, magari una fontana, gente che passa e gente ferma che parla, una bicicletta, qualche macchina. Se la piazza è di Fellini, la luce sarà particolare, non reale, la gente si muoverà in modo diverso, gli stessi edifici sembreranno ricostruiti (e magari lo saranno, ma non ha importanza), ci sarà sempre qualcosa, un capello, una nube, un barista che fa una mossa, una musica che arriva da una finestra, un bambino che se ne va per i fatti suoi: qualcosa che determini il marchio esclusivo di Fellini.
Ma soprattutto ci sarà qualcosa di non definibile, assolutamente non definibile, che rappresenta la magia di quel marchio, e rappresenta anche l'ulteriore magia del cinema che riesce persino a non farsi definire. Magnifico.
Fellini collaborò a lungo con Roberto Rossellini, regista realista a oltranza, talento altrettanto nobile. Nella sequenza di Firenze in Paisà Rossellini si ammalò e Federico, venticinquenne collaboratore, completò una scena. Era quella in cui un uomo e una donna attraversano l'Arno passando per gli Uffizi.
Sono personaggi normali, del tutto reali, non si riesce a distinguere la fiction dal documentario. Da una finestra degli Uffizi l'uomo guarda sotto e vede una pattuglia di tedeschi in una via. Dal gruppo si stacca un motociclista.
Nella sequenza successiva il motociclista attraversa una grande piazza, con chiese e campanili, con un grande sagrato bianco.
Ecco, quello è l'intervento di Fellini.
Ci propone subito la sua mediazione e il suo mondo. La realtà è espressa, ma è anche superata e ricomposta. E va a porsi nella sfera fantastica della memoria.
L'espressione massima di questi concetti, la rappresentazione e testimonianza del mondo "ricomposto" da Fellini è Amarcord.

A'm'arcord: mi ricordo
Amarcord è il più felliniano dei film di Fellini. Erano anni che il regista pensava di concedersi completamente alla sua memoria.
Aveva esattamente cinquant'anni quando pensò di prendere il toro per le corna. C'era di mezzo un vecchio complesso: la paura di aver tradito la sua terra, di esserne fuggito da giovanissimo e di non esserci più tornato, di averla ignorata.
Le avevano dette talmente tante volte, queste cose, che Fellini aveva cominciato a crederci. Il pudore era: è giusto che io usi come strumenti luoghi e gente vera, che mi hanno visto nascere, stravolgendoli secondo le mie necessità di artista, che sono complicate? Non è un'ulteriore mancanza di rispetto? Che lo sia stata o meno, Amarcord, per certi versi (moltissimi), è l'opera d'arte più riuscita di Federico Fellini.
Rimane solo una piccola riserva dovuta al pudore:la parola Rimini non viene mai pronunciata, la cittadina viene chiamata "il borgo". E la mancanza di rispetto? Ebbene, c'è stata. Se ci si aspettava la narrazione nitida e veritiera della vita di allora, la delusione è stata profonda. Il regista ha mediato e stravolto i fatti per seguire il proprio filo narrativo. La famosa tabaccaia è davvero esistita ed era giunonica, ma avrebbe potuto benissimo essere un'invenzione. Non sarebbe cambiato nulla.
In Amarcord tutto quanto è passato attraverso un filtro visionario, ma è certamente buono, a volte accorato, sempre tenero e ironico, e assolutamente favolistico. Fellini si è concesso tutto, ha spiattellato tutti i suoi mondi, i ragionamenti e i sentimenti: nostalgia, politica, sberleffo, affetto, bugia e piacere della bugia, i pazzi e i sani, l'"io" e il colore. Ci ha messo anche il dolore autentico. "Il borgo" non sembra proprio una cittadina italiana degli anni Trenta, è tutt'altro.
Incredibilmente ogni scena fa storia e magia. Il Grand Hotel, per esempio. Ospita sceicchi e baiadere, turisti da tutto il mondo. Si fanno sortilegi misteriosi, si balla il tango. I giovani locali, in smoking bianco, corteggiano le straniere giunoniche. Dunque quel luogo è tutto: Hollywood e Casablanca, la Cashah e le Mille e una notte. E poi citiamo il Rex.

Il Rex
La sequenza della città intera che, con le barche, nella notte, va al largo per veder passare il Rex è probabilmente la più suggestiva del film. Il favoloso Rex era un transatlantico varato a Genova nel 1932. Si diceva che fosse la più bella nave del mondo. Più moderno e sfarzoso dei grandi bastimenti inglesi.
Il fascismo lo adottò subito come ambasciatore della più prestigiosa italianità. Quando poi, nel 1933. la nave vinse il Nastro Azzurro battendo il record di traversata atlantica, la leggenda fu completa.
Gli abitanti del borgo, ondeggiando su un mare di plastica, si lasciano andare al sentimento, aspettando il Rex. Che poi arriva nel silenzio, con la sua carena scura e le mille luci, dietro le quali gente nobile, ricchissima e bellissima. starà perennemente facendo festa. Si sa che il valore felliniano è la ricostruzione lignea del Rex. Un artificio che, applicato da Fellini, non toglieva, ma aggiungeva magia.
Se. invece di essere demolito davanti a Trieste, il Rex fosse stato disponibile "dal vivo", sarebbe stato ugualmente ignorato dal regista.

Il papà
Nei film di Fellini il papà è una figura importante e ricorrente. Ancora una volta, però, questa "attenzione" non è legata alla realtà. Fellini dice di aver cominciato ad avere rapporti con suo padre Urbano dopo che ...morì. Per due ragioni: perché non c'era mai, e perché le affinità erano con la mamma. Del padre ricorda grandi liti con la moglie (pare che all'uomo piacessero anche le altre donne) e, appunto, la sua assenza. Cosi come il regista si sentiva una specie di traditore di Rimini, si è sentito traditore anche di Urbano, E così ha rimediato, a suo modo. Fissandolo nell'immaginazione della gente attraverso la sua. Ne La dolce vita e in Otto e mezzo la figura del padre è affidata a Annibale Ninchi, attore, pare, molto amato da Urbano. In Amarcord è Armando Brancia, estroverso e sanguigno, sempre pronto a litigare con la moglie. In tutti i casi, il ricordo è commosso e positivo. Se Urbano si fosse visto, avrebbe certamente perdonato il figlio.


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