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Goffredo Fofi

Abbiamo di fronte un nuovo joujou della nostra borghesia. Il dubbio ci viene confermato da questo film, come anche dalle dichiarazioni più recenti di Bertolucci, nelle quali, oltre la confusione dei propositi, sembra tuttavia chiaro l’essenziale: ricavarsi uno spazio di successo personale tra l’apparato del sistema (TV e cinema spettacolare), l’alibi (squalificatissimo) della tessera del partito e dei futuri circuiti alternativi (sempre del partito) e il plauso della critica vecchia e la compiacenza di una critica sedicente nuova e linguistica. Moravia, autore del libro da cui questo film è stato tratto (la cui visione non ci ha dato affatto voglia di rileggerlo neanche per aver più chiaro l’apporto del regista) e buon conoscitore del mondo del cinema romano, che è poi il suo, potrebbe prima o poi trarre dalle vicende artistiche di Bertolucci lo spunto per un nuovo romanzo, di cui gli suggeriamo gratuitamente il titolo: “L’opportunista”.
Ma va concesso a Bertolucci almeno un merito: il rifiuto di lusingare l’estrema sinistra, col merito di sapere, nella sostanza, cosa vuole. E cioè la conservazione dei vantaggi sempre più indegni del ruolo di “artista”, senza affatto porsi i dubbi e i problemi a esso inerenti, o tentare di scoprirne una funzione ancora possibile in un contesto come il nostro.
Il suo cinema, spurio e leccato, fatto di riferimenti non assimilati su un gracile tessuto d’ispirazione personale e una grande maestria tecnica, è il cinema dell’ambiguità di una personalità etero-diretta che non osa confrontarsi in prima persona colla serietà del mondo. È un cinema eminentemente secondario. Il conformista ne è il momento santificante nei confronti del pubblico delle prime, che sinora gli era sfuggito, e che d’ora in poi probabilmente saprà tenerselo caro. Innecessaria riduzione di un mediocre romanzo, ha tuttavia il pregio di esplicitarne i difetti, sposandoli con un entusiasmo genuino e forzante, tanto meglio quanto più essi corrispondono a una mistificazione ideologica oggi particolarmente apprezzata su due temi di gran moda: eros e politica, e la spiegazione della seconda attraverso il primo.
Che vuoi dire Bertolucci? Seguace, si direbbe, del deteriore Jancso, ma senza il rigore e la pervicacia di quello, accomuna fascismo e antifascismo in una calamita di attrazioni reciproche, in un campo d’ambiguità senza scampo. Il suo protagonista diventa conformista e fascista per insicurezza della propria virilità e per il presunto omicidio di un servo osceno; frutto di una putrida borghesia romana, ne sposa la rappresentante più tipica e imbecille; si autopropone, per eccesso di conformismo e per distruggere la “fascinazione del bene” (dell’antifascismo) che ha rinnegato, per l’assassinio di un fuoriuscito; pretende non identificarsi al brutale poliziotto che l’accompagna; si lega all’ambigua moglie dell’antifascista a sua volta “affascinata dal male” (il fascismo) che sente cosi simile a sé, e che è per di più anche lesbica e attratta dalla borghesuccia romana; tesse la sua meschina e insicura tela di ragno tra attrazioni e repulsioni alternate, fino a partecipare al delitto dell’antifascista e della moglie in una scena sulla cui morbosità non è necessario insistere, tanto essa è scoperta; e in un colosseo di eterni corsi e ricorsi scopre l’inutilità del suo delitto e l’inesistenza fattuale, ma non intima, della sua colpa.
Tutto questo Bertolucci lo narra insistendo su due aspetti, da cui il terzo scaturisce più limpido di quanto egli forse non intenda: il primo, la morbosa fascinazione di cui si è detto, tra ‘male” e “bene”, un bene però squallido e borghese, interno a un contrasto intenso istintivamente per borghese; il secondo, il gioco della ricostruzione immaginata di un’epoca (i Trenta), ricostruita, oltre i piccoli errori filologici, in bei costumi e bei scenari e belle musiche e belle acconciature. Ed ecco il terzo, essenziale al film e sua cifra reale: la fascinazione che esercita il fascismo (visto come un non-vissuto e non-storicizzato mondo dei padri) sul regista, già presente in Strategia del ragno ma che qui, a ragione dell’insistenza e della ripetizione, sembra ormai una costante dell’autore. Questa fascinazione è un problema reale, storico, e i fatti quotidiani di questo 71 ce lo ricordano a ogni istante.
Un film che scavi nel vivo di questa problematica sarebbe essenziale e importante. Ma da quale obiettivo? Quello di Bertolucci potrebbe essere tutt’al più uno dei casi da analizzare in un film del genere, ma non è certo l’analisi che sarebbe necessaria. Egli è uno dei tanti protagonisti di questo fenomeno, benché nella posizione privilegiata di chi non si sente veramente chiamato a scegliere, in virtù dei privilegi di cui sopra. La sua ricostruzione storica non è mai visione dialettica e storica della storia, che avrebbe allora potuto anche scoprire nell’antifascismo gli aspetti di una variante democratica di quello stesso humus borghese o piccolo-borghese che impregnava il fascismo e da cui il fascismo è nato. Così com’è, è soltanto la caverna di pulsioni viscerali e psicoanalitiche, utili solo per l’analista futuro e, adesso, per le gratificazioni “artistiche” e “problematiche” di una classe dirigente di cui sollecita la falsa coscienza, e di intellettuali che sanno mascherare ormai a malapena la loro precisa tendenza a scelte reazionarie.
Da Quaderni piacentini, n. 43, 1971

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