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L'arte della guerra

di Gabriele Barrera Nick

"Mi piace Clint Eastwood perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il sigaro e una senza", sogghignava affettuosamente, fra un sigaro e l'altro, l'italianissimo Sergio Leone, colui che più di tutti aveva contribuito a lanciare l'ormai celebrato e celeberrimo attore, ora non solo regista e lentamente Autore con la maiuscola, ma anche produttore e musicista statunitense (è nato a San Francisco, in California, il giorno 31 del maggio1930). Oggi, anno 2006, Clint Estwood è un regista che ha "solo" due nuovi kolossal da presentare in quasi contemporanea al pubblico, urbi et orbi. Si tratta del war- movie Flags of Our Fathers - con Ryan Phillippe, Jamie Belt e Paul Walker, sceneggiato da Paul Million Dollar Baby Haggis, prodotto fra gli altri da DreamWorks e da Steven Spielberg - che sarà proiettato al Tokyo International Film Festival il 21 ottobre, per uscire nelle sale americane e nel resto del mondo a fine mese. E poco dopo si tratterà del war-movie speculare Letters from Iwo Jima, che descriverà "dall'altra parte" lo stesso periodo di battaglia, inverno 1945, in cui persero la vita 26.000 soldati americani e 22.000 soldati giapponesi: da questa parte del cast ci saranno Ken Watanabe, Shido Nakamura, Ryo Kase, ma è sempre sceneggiato da Haggis, sempre prodotto dalla Amblin Entertainment in odore di Spielberg, ed è previsto per Natale (quale modo migliore di festeggiarlo?). La solita, gradevole percezione di. una sorta di "anacronismo eastwoodiano" - dovuto, in genere, al suo stile, caratterizzato da una sobria vetero/neoeleganza e da un vetero/neoclassicismo cinematografico - è questa volta una percezione forte e immediata. Iwo Jima? Il pensiero corre alla famosissima fotografia del reporter di guerra Robert Capa, con quella manciata di soldati americani che issano faticosamente la bandiera su una sommità di orrori e rovine. Sì, su Iwo Jima si è già visto e scritto molto: il libro di Ron Powers e James Bradley, figlio di uno di quei soldati nella foto black&white, per esempio, intitolato per l'appunto Flags of Our Fathers (in Italia è edito da Rizzoli, anno 2005, pagg. 249,18 euro). E ancora su Iwo Jima era ovviamente già stato realizzato un film: Sands of Iwo Jima di Allan Dwan, meglio noto come Iwo Jima Deserto di fuoco (del 1949, con John Wayne nella parte dell'odioso sergente e addestratore di marines John M. Stiyker, a suo modo un classico al cui ruolo principale si contrappose decenni dopo addirittura il Full Metal Jacket di Stanley Kubrick). E allora, semplicemente, perché ritornare a Iwo Jima? E non con uno, bensì con due film di proporzioni colossali? "Leggendo Flags of Our Fathers", ha spiegato Eastwood, "ho scoperto la figura del generale Kuribayashi, che ha tenuto testa all'armata americana per quaranta giorni, era una battaglia che avrebbe dovuto essere conclusa rapidamente. Ho voluto comprendere chi fosse. Ho scoperto che non esisteva nulla su di lui, in lingua inglese, e dunque ho acquistato dei libri in Giappone e me li sono fatti tradurre. Kuribayashi era un fine stratega, era amato e rispettato dai suoi soldati, anche dai civili Quindi, non ho voluto girare un film su vincitori e vinti, ma piuttosto mostrare ciò che è stato perso da entrambi gli schieramenti, le vite sacrificate, la determinazione da una parte e dall'altra. A partire da ciò, ho parlato a lungo con Paul Haggis. Ne sono nate due sceneggiature, una per attori americani e una per attori giapponesi". Le dichiarazioni sopra scritte sono state raccolte da Stephen Sarrazin, redattore dei Cahiers du Cinéma, che ha raggiunto Clint a Tokyo, infilando il naso in un lavoro di postproduzione di. norma blindatissimo. "Era la prima volta che giravo in lingua straniera e ho adorato la cosa", ha ancora confessato, "anche se ammetto che non ho capito assolutamente nulla di quello che andavano dicendo". Due film, due aggettivi: incorreggibile, inestimabile Eastwood.
Da Nick, ottobre 2006

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