Ritmo e banalità di Al Pacino
di Fabio Ferzetti Il Messaggero
Il vecchio e il giovane, il corrotto e l’innocente, il diavolo tentatore e la pecorella che si lascia tentare. Certo cinema americano racconta sempre le stesse storie pescando in un repertorio inalterabile di conflitti, personaggi, emozioni. Solo che se alla regia c’è Scorsese o almeno Oliver Stone, ne esce un gran film; se invece c’è un professionista incolore come D.J. Caruso bisogna sperare negli attori. Qui almeno c’è Al Pacino nei panni del re delle scommesse sportive, un tipo che muove milioni di dollari ogni weekend, ennesima incarnazione di miti americani come avidità, professionismo, successo. E il loro rovescio, assuefazione e dipendenza. Vuoi vedere che il giovane ex-campione di football Matthew McConaughey, un ginocchio ballerino e un fiuto pazzesco per i risultati dei match, convocato a New York dal demoniaco Pacino per farne la star della sua agenzia di scommesse, si lascerà tentare e corrompere fino all’inevitabile resa dei conti? Complicato da un’assurda sottotrama sentimentale (Pacino è sposato alla bella René Russo), zeppo di figure e situazioni viste mille volte, Rischio a due nasconde debolezze d’impianto e banalità sotto buon ritmo e martellante colonna sonora. Ma non va oltre, e anche il sempre survoltato Pacino non aggiunge granché al suo medagliere.
Da Il Messaggero, 28 aprile 2006