Gomorra

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Gomorra. Così hanno girato il film a Scampia, con i pass forniti dalla Camorra.

di Emilio Marrese Il Venerdì di Repubblica

Tratta dal bestseller di Saviano, la nuova opera di Matteo Garrone esce nelle sale e domenica è a Cannes. È stato difficile lavorare nel regno dei boss? «No», racconta il regista (che da ragazzo giocava a tennis con la Seles). «Anzi, ci hanno aiutato anche loro. II cinema è magia Per tutti».
Sognava il Roland Garros, è finito a Cannes. Se nella vita deve andar male, che vada sempre così. Certo, se Matteo Garrone, in corsa per la Palma d'oro con Gomorra, avesse sfondato a colpi di dritto mancino ora non avrebbe solo un bel loft a Piazza Vittorio ma parecchi altri tra Miami, Montecarlo e New York. Però molto probabilmente è l'unico regista al mondo che - prima di incrociare Eastwood, Wenders o Soderbergh - può dire di aver affrontato Monica Seles. Accadde sui campi del leggendario coach Nick Bollettieri, nella sua accademia di Bradenton in Florida: a 18 anni Garrone, appena diplomato al liceo artistico, si iscrisse alla fabbrica di campioni di Bollettieri dove però, pur giunto al primo livello, capì che non era cosa. «In Italia ero classificato in serie B, ma ero già troppo grande per diventare professionista e ambire al ranking Atp. Mi misero a fare da sparring partner alla tredicenne Seles, una specie di robot già allora, mentre con Agassi ci finii solo a cena per festeggiare in un ristorante italiano il suo sedicesimo compleanno». Tornato in Italia, dove se la vedeva coi vari Camporese, Pistolesi e Nargiso, buttò via la racchetta. «Non mi ci vedevo a fare l'istruttore per tutta la vita». Non gioca neanche più con gli amici. Di quell'esperienza conserva, oltre alla competitività innata, un insegnamento: «Nel cinema, come nel tennis, bisogna imparare a buttare l'occhio fuori dal proprio cortile italiano per pesare le proprie capacità». Ecco Cannes, allora.
Garrone per girare Gomorra ci ha vissuto sei mesi: tre di preparazione e tre di riprese nei girone infernale delle Vele di Scampia. Con la benedizione della Camorra che ha riservato al set un'ala del famigerato ecomostro in via di sgombero, una roccaforte dei traffici off limits protetta dalle sentinelle. 0' Sistema ha fornito alla troupe anche i pass individuali da appiccicare al petto per accedere al suo territorio, superando gli sbarramenti. Alla lavorazione - mentre cento metri più in là continuavano i soliti caroselli mortali quotidiani tra spacciatori, ambulanze e polizia - hanno partecipato anche le anime dannate di Scampia: «Dietro alla macchina da presa c'erano sempre 40 o 50 persone che poi commentavano e davano i loro consigli per rendere le scene più reali e credibili». Tra i consulenti qualificati anche un capopiazza, che ha avuto pure una piccola parte nel film, a controllare sul monitor e dare qualche dritta. Ad esempio sulla scena dello spaccio, ripresa dall'alto, «nella quale tra le comparse si sono infilati anche un paio di tossici veri, prendendola per autentica. Si son portati via le bustine di borotalco...». Dallo scaffale Garrone prende un album di foto vere e non di scena: morti ammazzati per terra («I bambini sono sempre in prima fila tra il pubblico») e arresti. C'è un primo piano del giovane boss Cosimo Di Lauro in manette: pare che entri in un reality, anziché in galera. «Griffati, curati, abbronzati come calciatori. Un boss della nuova generazione me lo immagino con la faccia di Fabio Cannavaro». Il capopiazza-attore adesso è tornato in galera: nessuna redenzione, aveva usato il film per buttare fumo negli occhi alla polizia. Un altro personaggio, quello del Pirata, è un anziano ex detenuto pescato in un bar. «Ha rivelato un talento straordinario». Ma, perlopiù, gli interpreti sono attori veri o dilettanti, come il tredicenne Totò (Salvatore Abruzzese) che viene dalla compagnia dell’Arrevuoto di Scampi: «Il rischio era pensare che bastasse prendere gente del posto per avere l'autenticità. La grande scommessa è stata invece mescolare i vari Servillo o Imparato con gli altri provenienti da percorsi diversi di vita e di teatro fatto magari in carcere».
Perché, allora, Saviano vive sotto scorta mentre la troupe ha goduto dei benestare della Camorra e dell'amicizia degli abitanti delle Vele, che portavano anche dolcetti e caffè sul set? «Qualcuno ci è stato anche ostile, ma quasi tutti hanno partecipato. Fondamentalmente, perché il cinema ha un grande fascino e la criminalità spesso prende spunto dalla finzione e non viceversa. Abbiamo girato una scena nella villa del boss Schiavone che se l'è fatta costruire sul modello di quella di Scarface». I poliziotti hanno raccontato al produttore Procacci che i camorristi hanno cambiato il modo di sparare vedendo i film di Tarantino, dove le pistole vengono impugnate orizzontalmente. A Scampia un cinema però non c'è, «ma, intendendo farmi un complimento, mi hanno detto» sorride Garrone «che sicuramente si venderanno centinaia di dvd pirata».
Garrone e Paolo Sorrentino (l'altro italiano in concorso a Cannes con Il Divo) sono amici e ogni tanto giocano a pallone assieme, ma dopo la selezione non si sono più sentiti. Come rivali prima di una partita. «Un bel derby, un bel segno per il cinema italiano. Film sociali se ne fanno tanti, se ci hanno scelti penso sia per lo sguardo personale che abbiamo sulla realtà. Siamo stilisticamente diversi ma abbiamo una formazione di gusto e un'idea di cinema che ci lega».
La visione di Gomorra suscita molte emozioni e, tra tante, tre considerazioni. La prima: è ti film di Garrone e non di Saviano. Non è una trasposizione, un documentario né un'inchiesta. Dal libro ha preso le atmosfere, il contesto, le nozioni, le facce. Ma poi ha sviluppato drammaturgicamente cinque storie, tra le tante. «Non è un film di denuncia sociale, non volevo fare Report. Mi interessavano certi temi universali. Il valore aggiunto del film è la complementarità al libro: si aiutano a vicenda. Nel film se ne ritrova il clima, le immagini, le dinamiche. Ma chi lo vede segue le storie senza saperne la fine, perché nel libro non c'è: ci si può sorprendere».
La seconda riflessione: con buona pace dell'assessorato al turismo della Regione Campania, Gomorra può avere un forte impatto internazionale. Grazie, sì, al libro, che ha permesso di vendere la versione cinematografica già in molti Paesi, ma anche perché è un film molto americano, in senso buono. Non solo per quella suburra napoletana che pare Medellin, Sarajevo o il Bronx né per l'enorme quantità di proiettili sparati: anzi, volendolo, Garrone avrebbe potuto anche farlo più violento e pulp. Ma perché ha il ritmo e il respiro di un film di Scorsese, oltre che di Altman cui si ispira nella struttura stile America oggi, o meglio di Inarrïtu, il regista di Babel (altra citazione biblica) e, soprattutto, di Amores perros.
La terza riflessione: per chi nasce a Gomorra, non c'è salvezza. « È un film apocalittico, senza speranza. Da lì o scappi o vivi nel Sistema. Lo accetti. Sei vittima di un ingranaggio. II confine tra il bene e ìl male è indefinito, il nemico si confonde. Volevo raccontare in modo neutro proprio quell'umanità che vive nella zona grigia, suo malgrado coinvolta». La normale umanità del sarto o del «sottomarino», quello che porta i soldi alle famiglie dei carcerati: il ceto medio della Camorra, con cui si finisce per empatizzare. Non si vedono boss, al massimo qualche ras di quartiere. La camorra è raccontata dal basso, da sotto. «Era fondamentale dare allo spettatore la sensazione di stare dentro. In mezzo a quella gente, in quelle case, quegli odori. Per questo ho cercato di rendermi invisibile rinunciando ad ogni compiacimento stilistico per un grande rigore formale. Ho scelto di girarlo con la camera a spalla per un buon 70 per cento, come un reportage di guerra al fine di accrescere (impatto emotivo. Lo spettatore deve avere l'impressione di starci dentro e che una pallottola possa beccare anche lui da un momento all'altro».
Come aiuto-regista ha voluto uno dei migliori pittori italiani: Gianluigi Toccafondo. «Mi ha aiutato tanto, dandomi molti consigli artistici». Anche Matteo dipingeva («Ma ho smesso 14 anni fa: non riesco a farlo solo per hobby») e di questa formazione ha portato sul set un modo artigianale di impastare il film. «Lavoro per velature: tanti strati prima di arrivare al colore. Giro più volte la stessa scena in modo diverso, monto e poi torno a girare. Rimetto sempre in discussione il lavoro, la sceneggiatura. Non è improvvisazione, ma ricerca di momenti unici. Gesti, umori. Lasciare che la vita entri dentro la pellicola. Perché i film io li divido in due categorie: vivi e morti». Come i camorristi.
Da Il Venerdì di Repubblica, 16 maggio 2008

di Emilio Marrese, 16 maggio 2008

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