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Il film-caso. Sorrentino: «Così ho cercato di decifrare il codice Andreotti»

di Marco Cicala Il Venerdì di Repubblica

Strano effetto Dada vedere i misteri italiani ridotti alle dimensioni di un post-it. In sala montaggio, i foglietti pendono dalla bacheca come panni stesi in ordinata sequenza. Su uno c'è scritto Pecorelli. Su quello accanto Ambrosoli. Poi Dalla Chiesa, Calvi, Sindona, Lima, Falcone quindi - flash-back - Moro. Trent'anni di tenebre repubblicane ti sfrecciano in testa come una clip. Come il trailer del Divo, il film di Paolo Sorrentino (dal 28 maggio nei cinema italiani, dopo Cannes) sulla vita -spettacolare recita il sottotitolo - di Giulio Andreotti. Non tutta. Dal '92 - fine del settimo governo - all'inizio del processo di Palermo. finanche de vie imbottita di sconvolgimenti (Tangentopoli, discesa in campo di Berlusconi, affermazione della Lega, arresto di Riina...), piombo e tritolo (stragi di Capaci e via d'Amelio, omicidio di Salvo Lima, bombe mafiose a Roma e Firenze...). C'era una volta in Italia.
«Ma, ai limite, l'ispirazione originaria è stata C'era una volta In America, II mio film preferito» dice sorrentino. «Mi piacciono le storie di ascese e cadute. Nel '91 Giulio Andreotti era ancora un presidente del Consiglio con tutti i crismi del potere invulnerabile. Quello del "Meglio tirare a campare che tirare le cuoia". Quintessenza del paludamento Dc». Finché le paludi non divennero sabbie mobili. «Collassa la Prima Repubblica. Ma, per Andreotti, la caduta è più infamante: c'è l'accusa di mafia, il processo Pecorelli. Un politico, e di quel rango, sospettato di essere mandante di un omicidio. Roba mai vista, nella storia repubblicana».
Trentotto anni tra qualche settimana, napoletano ormai trapiantato a Roma, Paolo Sorrentino pensava a un film sul «Divo Giulio» da quando ha iniziato a pensare al cinema. «II personaggio racchiude in sé tre elementi affascinanti: la forza simbolica dell'uomo di potere, quella reale di uno che ha segnato cinquant'anni di storia italiana e poi una complessità psicologica formidabile». Ma arcana. Per decrittare il «codice Andreotti» Sorrentino ha letto tutto il leggibile, poi interrogato politici, magistrati, giornalisti. E per due volte, nel di lui studio, lo stesso senatore a vita. Che però nega di aver incontrato il regista. «Mai visto» ci ribadisce al telefono. Un mini-giallo. Ma proprio piccolo piccolo. Un gialletto bonsai. «Smentire. Sempre. Tanto le grandi cose che le minuzie come questa È la sua tattica consolidata» osserva Sorrentino. «Una linea difensiva che ai processi ha pagato - è stato assolto - ma che non ha giovato al personaggio. Se uno nega fatti che sanno pure i muri, tu finisci, se non per sospettare colpevolezza, quantomeno per dubitare della sua innocenza».
Più che rivolgergli domande («Alle quali non avrebbe risposto se non ripetendo, identiche, le cose dette negli anni») Sorrentino l'ha scannerizzato: «Esclusi il gesto ricorrente di aggiustarsi gli occhiali e pochi altri, è un uomo dalla mobilità minimale. Bagaglino a parte, Oreste Lionello ne ha dato una definizione abbastanza esatta: "Andreotti è un robot". Oltretutto, uno che vive seduto. Nessuna mimica o pose enfatiche. Fino a quando, d'improvviso, non sgrana gli occhi. Incomprensibilmente. Senza apparente rapporto causale con un'emozione. Chiedi, che so, un bicchier d'acqua e lui li strabuzza come se stessi rivelando un segreto di Fatima. Quanto alla "gobba", ormai sappiamo che non esiste: è una postura. In cui credo stia molto comodo». Per il resto, un invalicabile understatement. Davanti al progetto di un film su di lui «non appariva né seccato né lusingato. Si schermiva. Con frasi: "Meglio lo facciate dopo la mia morte". Mi è parso assai poco interessato a
quanto avevo da dirgli. E moderatamente interessato a quello che mi diceva. La mia impressione è che, sotto l'apparente modestia, nutra un forte complesso di superiorità. Non tratta nessun interlocutore alla pari. Carpirgli un tratto di umanità è impresa disperata. Anche per via della blindatura cinica».
Ma, allora, come ha fatto Sorrentino a immaginarsi Mister No nel privato, tra le pareti di un confessionale o dietro quelle domestiche, nei rapporti con la moglie, signora Livia Danese (Anna Bonaiuto)? «Ho lavorato d'invenzione. Ma sulla base di testimonianze. In particolare quella di una persona che:mi disse: "Andreotti indossa una maschera da così tanto tempo che ormai fanno tutt'uno. In casa è esattamente co me da Vespa. L'idea mi pareva suggestiva. Così l'ho rappresentato. Anche se, sul lato umano, mi sono preso la licenza di attribuirgli un sentimento di dolore, segreto ma profondo, ricordando Aldo Moro. Sofferenza che, nel film, lui esterna però solo con se stesso o in confessione». L'Andreotti quotidiano? Una cripta off limita: «Perfino Paolo carino Pomicino mi ha raccontato di esser stato a casa sua una sola volta e non oltre l'ingresso. Del Senatore, mi ha detto anche un'altra cosa interessante: "Guardi che è innanzitutto un mondano"». Certo, sub specie Dc. «Non l'edonismo vítalistico e godereccio di Craxi o dello stesso Pomicino, ma una vanità dagli aspetti curiali, dimessi. Comunque ubiqua, presenzialista. Andreotti è stato persino al Piper, a presentare un suo libro tra i giovani. Purtroppo non ho potuto metterlo nel film». Che non è un film satirico. «Ma drammatico. Umilmente, vorrebbe porsi nella tradizione del cinema politico alla Petri o Rosi». Un dramma in più battute. Col vantaggio che molte fra quelle di Giulio erano già scritte. Agli atti. Le ha inventate lui. «Anche le famose boutade andreottiane sono un enîgma. Esprimono sicuramente intelligenza. Ma non per forza un pensiero. O profondità di ragionamento. Forse sono un dono di natura intuitivo. Tipo suonare il pianoforte a orecchio». L'arguzia come griffe. «Investendo così tanto sulla "simpatia" mediatica, il senatore ha anticipato Berlusconi. Oggi, in tv, si aspetta la barzelletta o la marachella del Cavaliere come un tempo la battuta di Andreotti. Un espediente seduttivo ma anche un'arma per cavarsi d'impaccio, sottrarsi a faticosi ragionamenti o trappole dialettiche».
Ad oggi, il Divo l'hanno visto solo Sorrentino, la sua squadra e gli avvocati. «Più per prassi che per timori» dice il regista. Se non tranquillo, fiducioso. «Spero che venga giudicato come un film. Ma sappiamo che le querele possono partire dalle direzioni e dalle persone più impensate. Magari appigliandosi a un dettaglio per te innocente». Se la lavorazione del film si è svolta senza inconvenienti, la preparazione è stata una fatica. Tanti i «no» incassati, da finanziatori e pure attori: «Parlavo del progetto e mi guardavano sbigottiti. Come a dire: "Dove ti stai andando a infilare”. L'equazione era "Andreotti = rogne". Per decenni lui ha giocato sull'immagine inquietante di uno che ha conoscenze, reti. Oggi non è più al potere, ma molti dei suoi sodali sono sparpagliati qua e là, talvolta con incarichi di rilievo. Anche nel cinema».
Fra gli uomini del presidente, nel film vediamo Paolo Cirino Pomicino, Franco Evangelisti, Vittorio Sbardella, Giuseppe Ciarrapico... Isole nella corrente. «Tutti così dissimili da Andreotti. A ricordarci» spiega Sorrentino «che la sua era una "corrente" atipica. Non incarnava un pensiero politico. Si limitava a gestire, amministrare, portare voti, garantire una percentuale dentro la De. Lui accettava "a corte" personaggi ai quali non chiedeva conto di niente. Le riunioni non avvenivano in hotel o sale congressi, ma in un ristorante fuori Roma».
Anche questo gliel'ha raccontato Pomicino. «L'ho visto in un ospedale di Pavia, in attesa di trapianto cardiaco. Un uomo di esasperata vitalità. Molto intelligente. Una qualità che nell'entourage andreottiano non trovava seguito. Frustrante. Anche se, alla fine, credo che in lui non abbia prevalso la vista lunga, ma l'obbedienza all'ingranaggio». Evangelisti invece «fu un vero personaggio da dramma hollywoodiano. Una vita immolata a Giulio Andreotti. Nei confronti del quale credo nutrisse un affetto profondo e sincero. Una devozione filiale anche se era più grande di lui. Fino a quando, poco prima di morire, non si rivoltò al dominus, facendo rivelazioni che lo danneggiavano. Più che un tradimento, uno sfogo, dopo anni di amore non ricambiato. Il commento d Andreotti fu cinico: "Evangelisti sta molto male. Straparla"».
Quando, al telefono, gli chiediamo che cosa si aspetti dai Dio, il senatore si limita a rispondere sibillino: «Basta che non mi sfottano troppo». Chissà se si sentirà troppo sfottuto vedendosi rappresentato con la fronte trafitta dall'agopuntura («Soffre di terribili emicranie» spiega Sorrentino. «E non solo ha tentato ogni rimedio, ma ne consigliò alcuni anche a Pecorelli, per lettera»). 0 mentre riunisce la corrente in sala da bagno. Per non parlare di un altro ago e un'altra puntura: quelli dell'iniziazione rituale alla mafia, come la raccontò il pentito Leonardo Messina. Situazione talmente assurda «che i magistrati nemmeno ne parlarono al processo» ricorda Sorrentino. «Nel film però l'ho messa. Ironicamente. Spero che lo spettatore lo capisca».
Più o meno sinistre e/o deliranti, le storie apocrife sono da sempre un possente carburante del potere. La penombra instrumentum regni dell'autorità. Vedremo se, dribblando caricature e teoremi complottistici, il Divo saprà sfuggire anche al rischio di una, magari involontaria, mitizzazione pop del personaggio. Se, attraversando le menzogne, saprà schivare il sortilegio. Se ci farà sentire dalle parti di Petri e Rosi o in territori meno audaci. Se (come prevediamo da Sorrentino) con l'Italia delle sciarade andreottiane, riuscirà a dirci qualcosa su quella di adesso, che resta pur sempre un dannato sudoku.
Da Il Venerdì di Repubblica, 9 maggio 2008

di Marco Cicala, 9 maggio 2008

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