L'ora di punta

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Un film di Vincenzo Marra. Con Fanny Ardant, Michele Lastella, Giulia Bevilacqua, Augusto Zucchi, Antonio Gerardi.
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Drammatico, durata 90 min. - Italia 2007. - 01 Distribution uscita venerdì 7 settembre 2007. MYMONETRO L'ora di punta * * - - - valutazione media: 2,06 su 27 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il cinema italiano non commuove è solo bella fiction senz'anima

di Natalia Aspesi La Repubblica

Forse è la prima volta che in un nostro film si vedono due agenti e un comandante della Guardia di finanza, con la bella divisa verdolina e i gradi dorati, usare il loro potere d'indagine per ricattare e pretendere mazzette. Il regista di L'ora di punta, Vincenzo Marra dice che non ha avuto dubbi: «Il cinema americano non ha problemi a mostrare quelle valigette piene di dollari che passano dai criminali alla polizia corrotta anche ai più alti livelli. Ed è cronaca italiana che ovunque ci sono mele marce». Marra ha 35 anni, è napoletano, è figlio di un noto psicanalista junghiano, da lui amatissimo, morto da pochi mesi, ha girato il mondo; è una delle giovani speranze del cinema italiano, è stato elogiato e premiato per le sue storie di impegno civile, raccontando di zingarelli a Roma, pescatori a Scampia, disoccupati a Secondigliano, giustizia a Napoli.
L'ora di. punta affronta l'attuale diffuso e repentino cambiamento di quella parte della società italiana che ha come unica ragione di vita non solo il denaro, non solo il potere, ma la visibilità, l'appartenenza a una casta mediocre, sinistra, del tutto priva di etica, ma che si considera privilegiata. «lo ci tengo a parlare del mio paese, e questa svolta drammatica e pericolosa mi sembrava di grande interesse; ho scritto la sceneggiatura prima che i reati finanziari passassero dalle pagine economiche a quelle della cronaca, che i Ricucci, i Fiorani, diventassero famosi per un giorno. Io non sono un predicatore, e del resto parlerei nel deserto: voglio però poter raccontare ciò che mi sta a cuore, e sarà contento se riuscirò a far riflettere anche una sola persona».
La guardia di Finanza Filippo (Michele Lastella) di origini modeste ma bello e pensoso come un modello da dopobarba di gran lusso, è ambizioso e impaziente di arrivare dove la vita è più facile e brillante: si lascia corrompere, con la spinta del suo avido comandante (Augusto Zucchi) e fa le conoscenze giuste con l'aiuto di una bella donna che potrebbe essergli madre, e che anziché usarlo cinicamente come farebbe qualsiasi altra matura e furba signora, se ne innamora. Bisogna tener conto che la interpreta la mitica Fanny Ardant, specialista inarrivabile del sorriso piangente o del pianto sorridente. Ma non basta farsi fare le camicie su misura per essere abili negli affari né far l'amore nella vasca da bagno con l'onesta commessa (Giulia Bevilacqua) di cui è innamorato per non farsi piantare. L'ascesa finanziaria e sociale ha prezzi durissimi, incrudelisce, disumanizza, può arrivare al delitto: per un momento Filippo si guarda dubbioso allo specchio della stanza da bagno. Potrà tornare indietro? Probabilmente no, ormai sarà difficile rinunciare agli imbrogli ma anche alle montagne di pasticcini nelle case che contano. E pazienza se subito fuori dal bagno c'è la signora innamorata, gelosa e funerea, che piena di brutti propositi, ordina alla cameriera lo champagne.
Ci speravano in tanti in Marra, che ha talento e profondo senso etico, ma qualcuno, per esempio uno dei suoi più appassionati sostenitori, il venerato critico francese Michel Ciment, è rimasto deluso; e il regista ha dovuto difendersi dagli attacchi di qualche giornalista, rivendicando la verità contemporanea del suo personaggio «che oggi venderebbe la mamma pur di uscire dall'anonimato».
Si può certo discutere sulla crisi del nostro cinema, ma intanto è stato temerario e controproducente (ma del resto a Cannes fanno lo stesso con i film francesi) mettere in concorso i tre film italiani, di Marra, Franchi e Porporati, che nel confronto con quelli di altri paesi, anche non riusciti, rivelano fragilità di ogni genere. Storie che dovrebbero essere nuove ma che il nostro cinema migliore (mafia, corruzione, incomunicabilità) ha già percorso in modo esemplare; attori bravi ma surclassati da quelli inglesi dalle voci meravigliose, oppure di marmo e incapaci di dar senso alle parole smangiucchiate. Immagini che non commuovono, storie che svaniscono in un baleno: spiace ripeterlo i nostri film oggi non sono cinema, ma fiction, quindi senz'anima.
Da La Repubblica, 7 settembre 2007

di Natalia Aspesi, 7 settembre 2007

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